ELISA S. AMORE.
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L’INGANNO DELLA NOTTE.
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Parte 2.
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2014. Editrice Nord. MILANO.
ISBN 978-88-429-2442-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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18.
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FUORI PROGRAMMA.
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«Buon giorno.»
La voce vellutata di Evan mi diede il buon risveglio non appena schiusi le palpebre.
«Che ore sono?» mugugnai frastornata. La luce che filtrava attraverso le tende era già troppo
intensa, rispetto a quella cui ero abituata da quando era iniziata la scuola.
«Ho spento io la sveglia. È sabato, non preoccuparti», mi rassicurò quando mi sollevai dal letto
con l’aria allarmata.
Scaricai la tensione con un respiro profondo e rotolai su un fianco, appoggiando la testa sul
palmo della mano. Evan era di fronte a me, disteso esattamente nella stessa posizione. La sua mano mi
sfiorava i bordi del top in cotone verde militare, oscillando sensualmente da una parte all’altra. Mi
fissava come se avesse dei progetti su di me.
«Vuol dire niente scuola», sospirai beata.
«Vuol dire che io e te...»
La porta si aprì bruscamente.
«Gemma, cosa stai...»
«Mamma!» Balzai a sedere sul letto, nervosa.
Mia madre mi guardava con perplessità e il cuore prese a martellarmi nel petto, mentre nel mio
cervello i pensieri si rincorrevano disperatamente da una parte all’altra in cerca di una spiegazione che
giustificasse la presenza di Evan nel mio letto, a quell’ora del mattino.
Mia madre indugiava sulla porta. «Si può sapere con chi stavi parlando?»
La sua risposta mi sorprese e mi voltai di scatto. Evan non c’era. Sospirai di sollievo
balbettando qualcosa d’incomprensibile mentre le mie palpebre sbattevano spasmodicamente. Qualsiasi
cosa fossi riuscita a farfugliare, l’unica colpa che avrebbe potuto attribuirmi sarebbe stata quella di un
monologo solitario. Mia madre non mi prestò attenzione, non le interessava in realtà scoprire le ragioni
per cui avessi iniziato a parlare da sola.
Spiegarle come avesse fatto il mio ragazzo a intrufolarsi nella mia camera sarebbe stato ben più
complicato e imbarazzante.
Ripresi fiato e mi rilassai.
«Siete ancora a casa...» lasciai la frase sospesa per aria per depistare i suoi sguardi indagatori.
«Ce ne stavamo andando. Sono venuta a salutarti.» Di colpo il suo viso cambiò espressione. «E
ad assicurarmi che non rientrerai più così tardi. Tuo padre è uscito di testa, ieri notte. Ti comporti come
se non lo conoscessi.» Abbassò la voce: non voleva che lui la sentisse dal piano di sotto. «Non sapevo
più cosa inventarmi per farlo calmare.»
«Grazie», balbettai imbarazzata, «ti assicuro che è stata la prima volta e...»
«Fa’ che sia anche l’ultima», m’interruppe a bassa voce, e si congedò strizzandomi un occhio.
La porta si richiuse alle sue spalle mentre io mi voltavo ansiosa in cerca di Evan, che si trovava
esattamente dove lo avevo lasciato. I suoi occhi erano grigi. Se mia madre fosse tornata sui suoi passi
non si sarebbe ancora accorta della sua presenza. Sospirai di sollievo.
«Tu lo sapevi», lo accusai, stringendo le palpebre su di lui.
Evan si sforzò di trattenere un sorriso di scherno sulle labbra.
«Sapevi che mia madre stava arrivando... tu lo sapevi!» ribadii indispettita.
A quel punto la risata sfuggì al suo controllo. «È stato divertente, lo ammetto!»
«Vuoi farmi internare? Mia madre ha pensato che stessi parlando da sola!»
A Evan tremavano le labbra nel tentativo di reprimere il suo divertimento.
«Ti spiacerebbe avvertirmi la prossima volta? Preferirei evitare che i miei genitori mi
rinchiudano in un manicomio credendomi pazza», insistetti, innervosita dal suo sorrisetto di scherno.
«In quel caso, non potrei dargli torto, non credi? Non è normale parlare da soli...» La sua voce
si affievolì mentre Evan scompariva davanti ai miei occhi. Prendermi in giro stava diventando uno dei
suoi passatempi preferiti. Riapparve l’istante dopo, sorridente. «Oppure potresti sempre dirle che il tuo
ragazzo è un Angelo, che vi osserva anche quando nessuno può vederlo», bisbigliò appena, sebbene in
casa non ci fosse più nessuno.
Avvicinò il viso a qualche centimetro dal mio.
«Non sono sicura di come la prenderebbe.» Soffocai un sorriso, lasciandomi coinvolgere. «E
poi, inizio a pensare che il termine ’Angelo’ sia impropriamente usato dalle tue parti.»
«Tu credi?» Inclinò la testa, solleticandomi l’orecchio con la punta del naso.
«Ne sono sempre più convinta.»
«Non mi sei mai sembrata molto ostile alle mie trasgressioni», replicò, coraggioso.
«Non ho mai detto di esserlo», ribadii.
«Perché, se ti stai lamentando, posso sempre sforzarmi di mantenere le distanze», mi avvisò,
sfiorandomi la guancia con la sua.
«Credo di poter resistere al tuo comportamento peccaminoso.»
Mi mordicchiò il lobo dell’orecchio, mentre la voce sbuffava silenziosamente. «Vestiti. Ti porto
a fare colazione.»
«Posso sempre farla di sotto. Non c’è più nessuno in casa», lo avvisai, certa che lui lo sapesse
meglio di me.
«Non è quello che avevo in mente», confessò, mentre un angolo della sua bocca si sollevava
appena.
«E cosa avevi in mente, per l’esattezza?» indagai, lo sguardo sospettoso.
«C’è una cosa che devi assolutamente vedere», replicò con una luce che brillava nelle pupille
divenute scure.
Conoscendo Evan, ero sicura che non sarei riuscita a estorcergli nessun’altra informazione, il
sorrisetto sulle labbra la diceva lunga. Rassegnata, sostenni il suo sguardo per qualche istante e poi
lasciai cadere il discorso.
Di una cosa ero assolutamente certa. Qualsiasi cosa Evan avesse avuto in mente,
quell’espressione non lasciava spazio a dubbi: di qualunque cosa si trattasse, doveva di certo essere
pericolosa.
Lo era sempre quando i suoi occhi mi guardavano con quella particolare sfumatura.
«Non mi hai ancora detto dove stiamo andando.» Provai nuovamente a strappargli una risposta,
ma ogni mio tentativo falliva sul nascere.
«E non ho nessuna intenzione di farlo», sorrise fissando la strada davanti a sé.
«Non avevo dubbi», sibilai quasi tra me.
Evan mi guardò di sottecchi senza che il sorriso lasciasse le sue labbra. Sembrava piuttosto
compiaciuto dell’idea che gli frullava per la testa. Non ero del tutto certa che avrebbe fatto lo stesso
effetto anche a me. Almeno non nell’immediato. Viaggiavamo sulla sua Ferrari, il che bastava a
mettermi in allarme. In genere usava quell’auto solo per le corse clandestine notturne, in cui nella
maggior parte dei casi era Evan ad avere la meglio sui fratelli. Solo in casi eccezionali la vernice grigia
della carrozzeria riusciva a risplendere alla luce del giorno. Quella mattina, doveva trattarsi di qualcosa
di speciale, riuscivo a intuirlo dalle occhiate cariche d’entusiasmo che mi lanciava di tanto in tanto. Mi
faceva intendere che nutrisse grandi aspettative nella mia reazione per la sua misteriosa sorpresa.
Mi guardai intorno con aria curiosa quando l’auto rallentò gradualmente, ma non riuscii a
notare nulla di particolarmente interessante oltre il parabrezza, a parte quella che aveva l’aria di una
normalissima area di servizio.
«Siamo arrivati?» indagai con impazienza.
«Se ti riferisci alla tua colazione, e il tuo stomaco te ne sarebbe grato, allora sì, siamo arrivati.»
Inclinò la testa per guardarmi. «Se invece alludi alla nostra vera destinazione... allora no. Non siamo
ancora arrivati.» Soffocò un sorriso.
Trovavo assurdo quanto spesso mi prendesse in giro.
L’auto svoltò in un piccolo piazzale e, al nostro passaggio, la vernice grigio metallizzato della
Ferrari si riflesse sulla grossa vetrata della caffetteria a fianco. Non ero del tutto certa di dove ci
trovassimo.
Era trascorsa una ventina di minuti da quando avevamo lasciato casa mia, ma con Evan alla
guida non si potevano mai calcolare le distanze in base al tempo impiegato per percorrerle.
Dalla lunga vetrata s’intravedevano eleganti tavoli di legno.
Evan parcheggiò in modo che potesse vedere la Ferrari anche dall’interno. Sebbene non lo
avesse espresso a chiare lettere, ero abituata a decifrare i suoi sguardi, quasi riuscissi a leggergli la
mente. Era piuttosto confortante come, sempre più spesso, riuscissi ad anticipare i suoi pensieri.
La porta del locale tintinnò al nostro ingresso. L’interno era accogliente, dai colori caldi e
confortevoli. Il pavimento in crema contrastava con il legno scuro delle travi e dei mobili. Dalle vetrate
pendevano soffici e spesse tende, che si raccoglievano da un lato scoprendo la visuale sull’esterno. Il
tessuto era color aragosta, come alcune delle pareti.
La vetrata all’estremità destra si affacciava sul piccolo parcheggio a ridosso della strada, mentre
una pompa di benzina si stagliava poco più distante, dove da uno svincolo d’uscita, che s’intravedeva
appena, si accedeva nuovamente alla strada.
«Cosa ti va di mangiare?» Evan studiò la vetrinetta che avevamo di fronte, piccola ma ben
assortita e piena di pietanze di ogni genere.
A quella vista, il mio stomaco brontolò di rimando. «Non saprei scegliere», confessai,
mordendomi un labbro mentre profumi invitanti iniziavano a confondermi. Ero sempre stata golosa, ma
ultimamente avevo l’impressione che qualcosa stesse cambiando, nel mio metabolismo.
«Vuoi che ti prenda una cosa per tipo?» domandò con premura.
«No, no!» mi affrettai a replicare prima che chiamasse il ragazzo al di là del bancone. «Una
ciambella al cioccolato andrà benissimo, grazie.»
Evan ne ordinò tre prima che riuscissi a fermarlo e mi indicò un tavolo accanto alla vetrata cui
prendere posto.
«Sei preoccupato per la macchina?» lo schernii attirandomi il suo sguardo sorpreso.
«È solo un’abitudine», si giustificò confuso, ma i suoi occhi guizzarono verso l’esterno. «Solo
perché mi serve per portarti in un posto», continuò, nascondendosi dietro un’aria misteriosa.
Lo guardai di traverso mentre il cameriere si avvicinava al nostro tavolo.
«Sì, come no! È solo per quello», lo derisi, appoggiandomi allo schienale della sedia per dare
modo al ragazzo di sistemare sul tavolo la nostra ordinazione.
Lo osservai: carnagione scura come i capelli, fisico atletico e fossette sulle guance, che mi
ricordarono quelle di Peter quando mi sorrise gentilmente porgendomi un alto bicchiere di cristallo con
del latte, una spruzzata di caffè e una spolverata di cacao sopra lo spesso strato di schiuma. Proprio
come piaceva a me, sebbene non mi fossi minimamente accorta che Evan glielo avesse ordinato. Fissai
di nuovo il bicchiere, confusa, ma poi scossi la testa e sorseggiai il latte caldo. Con Evan era del tutto
inutile seguire qualsiasi forma di logica.
Evan si era seduto alla mia destra, a cavalcioni sulla sedia, i gomiti appoggiati allo schienale.
«È buono?» indagò, studiando ogni mio movimento mentre tuffavo le ciambelle nel latte caldo e le
masticavo con gusto. «Fai con calma», mi disse con garbo. «Abbiamo tutto il giorno.»
«Non ci posso credere! Dentro c’è il gelato alla fragola!»
Evan rise per il mio entusiasmo. «E il cioccolato all’esterno», precisò. «Ho sentito dei ragazzi
che parlavano di questo posto e di quelle speciali ciambelle e mi è venuta in mente quella cosa che fai
con la Nutella.»
«La Nutegola!»
«Già, la Nutegola. Ho pensato che dovevi assaggiarle.»
«Sono le ciambelle più buone che abbia mai mangiato», mormorai deglutendo. «Uh! Non dirlo
a mio padre», mugugnai addentandone un’altra; lo guardai di traverso ed Evan rise alla mia
espressione. «Sul serio», insistetti raccogliendo le briciole sul piatto per portarle alla bocca. «Mmm...
devo assolutamente convincerlo a farle da noi. ’Ciambelle alla Nutegola.’ Ci sarà la fila! Sono
eccezionali!» La ciambella era calda, ma a ogni morso sentivo il gelato sciogliersi sulla lingua. Un
sapore avvolgente e intenso.
«Vado a prendertene delle altre», mi informò, ma io lo fermai in tempo.
«No, no! Per oggi basta, ma dobbiamo ricordarci di venire qui più spesso.»
Evan sorrise e si alzò dalla sedia. «Pago, così possiamo rimetterci in viaggio. Abbiamo ancora
un po’ di strada da fare.» Si allontanò, prima che potessi replicare. Per Evan era inconcepibile che io
mettessi mano al portafogli. In cinque mesi non mi aveva mai fatto pagare nemmeno una caramella.
Mi girai verso sinistra a guardare il piazzale all’esterno del locale. Lanciai un’occhiata alla
Ferrari, sporgendo appena la testa, e il cerchietto giallo con impresso il cavallino nero sulle ruote brillò
al riflesso del sole sulla carrozzeria grigio antracite. Il locale contava una manciata di clienti e il loro
mormorio di ammirazione non si era placato nemmeno per un istante da quando avevamo varcato la
soglia. Allo stesso modo, un gruppo di ragazze sedute un po’ più in là non aveva mai smesso di
guardare nella nostra direzione, sebbene non fossi del tutto certa se il loro obiettivo fosse la Ferrari o
Evan. Persino da quella posizione, a tratti riuscivo a decifrare il loro chiacchiericcio sommesso ed ero
certa che la loro ammirazione non si limitasse alla macchina.
Un rivolo di gelosia mi ingarbugliò lo stomaco e il mio sguardo scattò d’istinto verso Evan,
appoggiato con naturalezza al bancone della cassa con il portafogli tra le mani. Come se lo avessi
chiamato ad alta voce, i suoi occhi volarono sui miei. Per quanto fosse difficile soffocare l’istinto di
lanciare occhiate intimidatorie al tavolo delle ragazze, quando incrociai lo sguardo di Evan sentii ogni
insicurezza scivolare via dalla mia mente. Ero certa che lui non le avesse nemmeno notate.
Nello stesso istante in cui quella consapevolezza mi riscaldava il cuore, le sue labbra mi
sorrisero, suscitando la medesima reazione sulle mie mentre i nostri sguardi rimanevano intrecciati.
Bastarono pochi istanti perché il suo viso cambiasse radicalmente espressione, trasformandosi
in una maschera di terrore. I suoi occhi erano ancora sui miei, ma il velo che li oscurava gli impediva di
vedermi realmente. Nel millesimo di secondo che seguì, un sibilo frenetico mi penetrò nelle orecchie,
prima che i miei occhi scattassero inconsapevolmente all’esterno.
Un fremito di terrore mi travolse, intrappolandomi il respiro nei polmoni. Dal petto, sentii il
cuore esplodere mentre il cervello registrava l’immagine di una sagoma sfocata bianca e blu che
ruotava come un frisbee sospesa a mezz’aria. Una trottola impazzita che puntava dritta verso la vetrata.
Una grossa moto sportiva. E io ero il suo bersaglio.
Negli istanti che seguirono, una voce sovrastò lo sgomento in coro della gente. Un urlo
disperato che gridava il mio nome.
Evan mi piombò addosso con incontrollata violenza, scagliandomi sul pavimento e
stringendomi a sé. Sebbene mi sentissi frastornata, non riuscii a trattenermi dal guardare oltre la sua
spalla, mentre Evan sollevava un braccio verso la vetrata, facendomi scudo con il suo corpo.
Percepii una potente energia scaturire dal palmo della sua mano e scagliarsi contro il vetro,
come una tromba d’aria dalla forza devastante, che causò un’esplosione potentissima dall’interno,
mandando in frantumi la vetrata prima che la moto la toccasse. Il frastuono assordante di mille schegge
impazzite mi perforò i timpani.
Tremavo, quando avvertii la mano di Evan posarsi dolcemente sui miei capelli: la moto aveva
bruscamente invertito rotta, investita dall’esplosione che l’aveva scagliata nella direzione opposta, sul
distributore di benzina.
Nel locale, un mormorio sommesso si sollevò tra la gente, ma era come se Evan non vedesse
nessun altro a parte me.
«Stai bene?» mi chiese con sgomento, accarezzandomi la fronte con il pollice.
Avevo il cuore in gola e respiravo a fatica, ma il mio primo pensiero fu per lui. «Evan, non
dovevi farlo. Ti sei esposto troppo!» lo rimproverai osservando con preoccupazione gli sguardi della
gente.
«Cosa vuoi che mi importi?!» replicò con un ringhio. «Tu stai bene?» chiese con una nota
disperata nella voce. I suoi occhi ardevano nei miei mentre mi accarezzava la guancia.
Annuii. Evan mi strinse a sé e sospirò, baciandomi la fronte. «Non me lo aspettavo», confessò
costernato. «Se non lo avessi visto in tempo...» Le parole gli si strozzarono in gola.
«Evan...» Mi bloccai di colpo, soffocata da un agghiacciante presentimento.
Evan strinse i denti e serrò i pugni. Ero certa che l’unico pensiero che mi preoccupava era
passato dalla mia mente alla sua. Era bastata un’occhiata perché Evan lo cogliesse attraverso il mio
sguardo. Nessuno dei due prestava attenzione alla piccola folla di persone che si era riunita intorno alla
vetrata, tra mormorii di stupore e preoccupazione. Era come se esistessimo solo io ed Evan. Lui strinse
i denti e nei suoi occhi passò un lampo d’esitazione che durò poco meno di un istante, poi tornò a
fissarmi con fermezza. «No», ringhiò deciso, rispondendo alla domanda che non era stato necessario
pronunciare. «È stata solo una coincidenza», affermò, con il fuoco che gli divampava negli occhi. «Un
incidente.»
Sebbene Evan non avesse lasciato trapelare alcun dubbio dalle sue parole, un pensiero fisso mi
trapanava la mente pulsando sulle tempie fino a farmi male: Non esistono coincidenze.
Era stato proprio lui a dirmelo.
«È stato incredibile!» bisbigliavano le voci indistinte, alternandosi tra loro.
«Avete visto?!»
«È stato quel ragazzo, ne sono sicuro», sentenziò qualcuno a bassa voce, indicando nella nostra
direzione.
«Ma come diavolo ha fatto?» si chiese qualcun altro.
Guardai Evan con preoccupazione, ma lui mi tranquillizzò all’istante sussurrando nella mia
testa: «Penserò io a loro. Non preoccuparti. Li convincerò che non ci abbiano mai visti. Crederanno ci
sia stata una fuga di gas».
Annuii, mentre sentivo la sua mano stringere la mia, aiutandomi ad alzarmi. Un istante dopo,
con un boato aggressivo, il distributore di carburante su cui si era scagliata la moto esplose in una palla
di fuoco, lanciando un’ondata violenta di calore nella nostra direzione.
Allo scoppio si abbassarono tutti istintivamente, arretrando verso l’interno e coprendosi il volto
con le braccia. Evan si chiuse istintivamente su di me, proteggendomi con il proprio corpo. «Vieni.
Dobbiamo andarcene di qui», ringhiò, deciso.
Lasciò la mia mano appena un istante per estrarre delle banconote da cento dollari dal
portafogli. Le lasciò sul tavolo e si diresse verso l’uscita senza il minimo interesse per la folla che
improvvisamente sembrava guardare oltre i nostri corpi, come se non ci vedesse. Non gli era servito
nemmeno guardarli per convincerli che non c’eravamo. Nessuno prestava più attenzione a noi.
Eravamo diventati dei fantasmi invisibili ai loro occhi.
«Evan...» lo fermai, indicando il sistema di videosorveglianza.
Evan fissò lo sguardo sulle telecamere per poco meno di un istante e il metallo si fuse sotto il
suo controllo.
Mi lasciò la mano solo quando mi trovai di fronte alla portiera della nostra auto, il cuore che mi
martellava in petto. Ma un movimento fulmineo, disumano, al di là della strada, mi paralizzò sul posto,
impedendomi di salire.
Era accaduto tutto così inaspettatamente che nessuno si era ancora accorto del pilota della moto
che giaceva immobile, disteso sull’asfalto. Il suo corpo era senza vita ma, nonostante tutto,
qualcos’altro aveva catturato la mia attenzione.
«Evan.» Soffocai un gemito mentre il mio sguardo si perdeva oltre la strada. «C’è qualcuno lì.»
Tremai, mentre un brivido di terrore si diffondeva lentamente in me.
Lo sguardo di Evan si spostò rapidamente oltre le sue spalle. Con la coda dell’occhio notai la
sua fronte corrugarsi, poi lui tornò a guardarmi. La mia vista umana non riusciva a distinguere i dettagli
della sagoma al di là della strada, non come avrebbe potuto fare Evan. Oppure era stato quel trambusto
a stordirmi fino ad annebbiare i miei sensi?
Non c’era traccia di preoccupazione nel suo tono di voce. Collera, piuttosto. «È Drake.» Strinse
le labbra, lo sguardo furente. «È venuto a prendere il ragazzo.»
Un altro brivido, più feroce del precedente.
Non avevo mai visto nessuno di loro in quelle circostanze. Deglutii, cercando di inumidire la
gola, totalmente priva di salivazione, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
«Cristo, Drake! Potevi fare più attenzione!» ringhiò Evan nella testa del fratello, concedendomi
di ascoltarlo.
Mi sentivo raggelata. Non riuscivo a distogliere gli occhi da Drake. Con il tempo era diventato
un fratello per me, ma in quel momento mi sembrava di vederlo per la prima volta.
Non era più solo, al centro della strada desolata. Uno sguardo meno attento avrebbe stabilito
che ci fossero tre uomini. Ma io sapevo che non era così.
Il ragazzo accanto a Drake, in ginocchio sul corpo senza vita, e il cadavere riverso sull’asfalto
erano stati un’unica persona fino a qualche istante prima.
Ma, allo stesso tempo, uno sguardo meno consapevole non avrebbe mai avuto accesso a quello
spettacolo raccapricciante. Percepii lo sguardo di Evan su di me. Aveva la fronte corrugata, mentre mi
studiava con attenzione. «Tu li vedi?» chiese.
Non riuscii a decidere se quello sul suo volto fosse stupore o sconcerto.
«Tutti e due? Riesci a vederli?» bisbigliò, senza mai lasciare il mio sguardo.
«È sbagliato?» domandai timidamente. Mi tremavano le mani.
«No. Ma non è normale.» Evan mi guardò come se non mi vedesse.
Avrei dato qualsiasi cosa, in quell’istante, per avere accesso ai suoi pensieri.
Si inumidì le labbra e riacquistò lucidità appena in tempo per capire quanto la sua risposta mi
avesse turbata.
La Ferrari imboccò l’uscita, mentre le parole non dette riempivano lo spazio che ci circondava.
Nessuno dei due riusciva a trovare il coraggio per rompere quel silenzio freddo come il ghiaccio.
Mi sentivo frastornata, ma una cosa mi era chiara più di ogni altra. Le parole e lo sguardo di
Evan mi avevano scossa più dell’intera faccenda.
Prima che mi torturassi ancora al ricordo della sua espressione, la sua voce spezzò il mio
martirio. «Non è sbagliato», mi assicurò, come se glielo avessi appena chiesto. Le sue dita
accarezzavano il volante scorrendo sulla pelle rossa. «Perlomeno, non credo che lo sia. È solo insolito e
incredibile.» Cercò il mio sguardo. «Ma non c’è niente di sbagliato in te», ribadì, per assicurarsi che
avessi capito.
Lo fissai stringendo le labbra e poi il mio sguardo si perse oltre il finestrino, sancendo un nuovo
silenzio.
Qualche chilometro più avanti, mentre l’auto sfrecciava a una velocità tale da rendere il suo
passaggio quasi invisibile a chi c’incrociava, la consapevolezza di quanto fosse assurdo e sbagliato quel
disagio mi investì con violenza. Non potevo biasimarlo se qualcosa che non aveva mai visto nella sua
lunga vita lo turbava. Nemmeno se aveva a che fare con me.
«Credi che sia preoccupante», domandai, timida, «che io riesca a vedervi, a volte?»
Il suo sorriso confortante spezzò la tensione che mi vibrava sotto pelle. «Non lo credo per
niente. Ti ho sempre detto che tu sei speciale, Gemma. E poi, se non fosse stato così, se tu non ti fossi
accorta di me quella volta nel bosco, probabilmente adesso non saremmo neanche qui a parlarne, chi
può dirlo? Questa tua particolarità mi ha cambiato la vita.» Si voltò a guardarmi. «Perché mi ha
permesso di innamorarmi di te.»
«Hai ragione. È stupido preoccuparsi per niente», mi sforzai di convincermi.
Evan annuì, deciso. «Lo credo anch’io.»
Le sue parole sigillarono un nuovo silenzio, questa volta più sereno, mentre la sua mano
scivolava dal cambio fino a raggiungere la mia, posata sul sedile.
Un angolo delle sue labbra si inarcò seducente verso l’alto, formando una rughetta
sull’estremità destra della bocca.
«Allora...» Si portò la mia mano alla bocca e ne baciò il palmo, poi se la portò sul cambio delle
marce. «Sei pronta per la tua sorpresa?» Mi strizzò l’occhio e il mezzo sorriso si fece più ampio
cancellando ogni turbamento dai miei pensieri. A volte mi chiedevo se Evan non usasse il suo potere su
di me, di tanto in tanto.
La mia risposta arrivò con uno studiato ritardo. «Vuoi dire che siamo arrivati?» indagai, dopo
un attimo di esitazione.
«Voglio dire che siamo quasi arrivati», replicò.
Nel silenzio che seguì, cercai di interpretare quanto più potevo la sua risposta. Poi decisi che era
meglio riprendere il discorso da dove lo avevo lasciato.
«Quando dici ’quasi’, cosa intendi, esattamente?» iniziai a blaterare. «Perché sai, il significato
può essere strettamente soggettivo e si può interpretare in modi diversi, a seconda dei punti di vista.
Quindi... intendi dieci minuti, mezz’ora, un’ora...» Inarcai un sopracciglio.
Alla mia impazienza, Evan represse un sorriso, mentre l’auto svoltava su una stradina scoscesa.
Non avevo la minima idea di dove ci trovassimo.
Poi inclinò la testa e mi guardò, proprio mentre l’auto si arrestava bruscamente. «Intendo
adesso.»
Mi liberai dal suo sguardo, improvvisamente impaziente, e lanciai una rapida occhiata oltre il
parabrezza, sorpresa e confusa nello scoprire dove ci trovassimo.
Confusa, soprattutto.
Non c’era niente intorno a noi, a parte un’arida e sabbiosa distesa priva di ogni attrattiva.
Davvero non sapevo cosa pensare, ma mi sforzai quanto più potevo per non lasciar trapelare la mia
perplessità agli occhi attenti di Evan.
Studiai quel paesaggio desolato, continuando a non comprendere perché Evan mi avesse portata
in quel posto e con la coda dell’occhio notai che, nel frattempo, lui stava studiando me.
Sulle sue labbra continuava a persistere un sorrisetto beffardo che iniziavo a considerare
irritante.
Era evidente che qualcosa mi sfuggiva.
Scendendo dall’auto, Evan si portò al mio fianco talmente in fretta che nemmeno la sabbia sotto
i nostri piedi si mosse, come chi riesce a tirar via una tovaglia senza far cadere gli oggetti sulla tavola.
Poi indicò qualcosa alle mie spalle con un movimento della testa. «Da questa parte», m’invitò,
compiaciuto, lo sguardo fisso nel mio.
Perlomeno, la snervante attesa di far luce sul quel mistero era finalmente giunta al termine,
qualunque fosse la sorpresa di Evan.
Mi voltai e trasalii di colpo senza riuscire a decidere se attribuire il mio stupore alla grandezza
del capannone che si ergeva alle mie spalle o al fatto che non mi fossi accorta prima della sua presenza.
Nulla che riuscisse a entusiasmarmi, però. Era quella la sorpresa?
La struttura sembrava in ferro e aveva tutta l’aria di essere un vecchio magazzino abbandonato
da chissà quanto tempo.
Non riuscivo davvero a concepire la necessità di Evan di ricorrere a tanti misteri per portarmi in
un posto come quello. In ogni caso mi sembrò opportuno attendere prima di rivelargli le mie
perplessità.
Accettai la mano che mi aveva offerto e lo seguii, mentre si avvicinava al magazzino.
Qualcosa iniziò ad agitarsi sulla facciata anteriore. Un tremolio sommesso che vibrava sempre
più forte man mano che diminuivamo la distanza.
In pochi secondi, l’intera facciata si spezzò in due metà perfettamente uguali, aprendosi per
tutta la sua altezza, mentre i due enormi battenti si muovevano verso di noi mostrandoci l’ingresso,
senza che nessuno li toccasse.
Le ombre create dal sole gettavano un fascio d’oscurità al suo interno, impedendomi di
distinguere le sagome scure che si intravedevano, che da quella distanza sembravano giganti
imbalsamati.
«Evan, cosa c’è lì dentro?» domandai, incapace di trattenere oltre la curiosità.
«La tua sorpresa», replicò, finalmente in tono serio.
Fissai il capannone, ancora perplessa, chiedendomi cosa mai potesse nascondersi sotto tutti
quegli strati di polvere ingiallita.
L’aria era piuttosto umida, nonostante il paesaggio desertico in cui ci trovavamo, mentre il
cielo, ambrato, era coperto di nuvole. Gli unici raggi che filtravano si fermarono alle mie spalle quando
varcai la soglia del magazzino e ne fui come inghiottita dal buio.
I miei occhi impiegarono qualche secondo per abituarsi all’oscurità. Dopo un po’, compresi che,
qualsiasi cosa Evan avesse intenzione di mostrarmi, era enorme e nascosta sotto uno spesso telo
ricoperto da così tanta polvere che persino il colore della stoffa non si distingueva bene.
Nello stesso istante in cui aprii la bocca per fare uscire le parole, i suoni furono inghiottiti da un
altro rumore. Evan aveva afferrato il telo verde con entrambe le mani e lo aveva strattonato con
violenza, facendolo scivolare via con un solo colpo. Nell’aria si era sollevata una nube bianca dalla
polvere depositata sulla stoffa, ma quando si fu diradata vidi finalmente ciò che nascondeva.
Ricacciai indietro le parole e deglutii.
19
IL TERRORE DEI CIELI
L’aria a quel punto era divenuta irrespirabile.
«Cosa diavolo... Quello cos’è?» gli domandai sbigottita, lottando per pronunciare le parole
nell’ordine corretto.
Evan sorrise, finalmente soddisfatto. «Non pensavo di dovertelo spiegare», mi schernì con l’aria
furba e divertita, mentre io battevo le palpebre nervosamente.
«No... voglio dire, cosa...» Riuscivo solo a balbettare parole incomprensibili. «Evan, quello è un
aeroplano! Dove diavolo hai preso un aeroplano?!» domandai infine, ancora frastornata.
«È un caccia militare, per l’esattezza», mi corresse sorridendo.
Fissai l’aereo con espressione attonita e disarmata.
Mi avvicinai e ne sfiorai la fusoliera, studiandone i dettagli. Lasciai scorrere la mano sulla
vernice grigia, sbiadita dal tempo.
Era magnifico, dovevo ammetterlo. Trasalii quando le mie dita si posarono sui profondi solchi
sull’estremità anteriore, grossi quanto una piccola moneta. Mi sentii gelare il sangue. Dovevano essere
colpi d’arma da fuoco. Mi sforzai di non pensare alla ragione per cui si trovassero lì e m’imposi di
spostare l’attenzione sullo stemma impresso sulla fusoliera, accanto all’ala sinistra: la scritta KILROY
WAS HERE e un disegno di fattura elementare, che raffigurava un uomo che affacciava il grosso naso
oltre un muro. Sorrisi appena, mentre Evan mi studiava, piacevolmente compiaciuto. Sotto l’ala,
invece, la scritta in bianco U.S. ARMY risaltava ancora sullo sfondo scuro. Non avevo idea di come
quell’aereo fosse arrivato fin lì, né da quanto tempo si nascondesse sotto quello spesso telo militare.
Dava l’impressione di essere lì da sempre.
«Che ne pensi?» La voce di Evan si alzò in un sussurro leggero, come lo strato di polvere che
adesso si era stagliato sul terreno.
«Sembra antico», risposi, dopo un attimo d’esitazione in cui avevo cercato le parole che
rendessero al meglio la mia impressione.
«Più di quanto tu creda», replicò lui, conciso. Evan si avvicinò a me e ne accarezzò la vernice,
immerso in una silenziosa riflessione. «È un P51 Mustang. Il terrore dei cieli della seconda guerra
mondiale», continuò, serio, mentre batteva dolcemente la mano sul dorso del veicolo, quasi con
gentilezza. Era come se il suo sguardo si fosse perso nei ricordi. «Era di Drake», proseguì prima che
riuscissi a chiederglielo. «Ogni tanto mi piace venire qui per dargli una lucidata alla vecchia maniera,
anche se lui non è d’accordo. Gli altri ne ignorano l’esistenza, ovviamente, altrimenti Ginevra
l’avrebbe sistemato a modo suo, ma io preferisco usare metodi più normali, di tanto in tanto. Solo per
rilassarmi un po’. O forse, inconsapevolmente, cercavo un modo per sentirmi più umano, anche quando
non ti conoscevo.»
«Tu sei umano», replicai d’istinto. «Le tue emozioni sono umane.»
«No, non lo sono.» Mi sollevò il mento e lo baciò con delicatezza, per poi tornare a fissare lo
sguardo sul mio. «E non sono mai stato tanto felice di questo.»
La scossa che mi aveva trasmesso la sua bocca, sussurrando le parole sulla mia pelle, mi stordì
al punto di impedirmi di replicare. Battei le palpebre e tentai di ritrovare il controllo.
«Come riesci a schermare i pensieri con Ginevra?» gli domandai, affascinata dalla sua capacità
di controllare la propria mente, oltre quella altrui.
«Ho imparato con il tempo.» Evan nascose un sorriso sardonico, cogliendo dal luccichio dei
miei occhi la richiesta che pendeva dalle mie labbra.
«Credi che potresti insegnarmelo?»
Rise, rivelandomi che sapeva già cosa gli avrei chiesto. «Ginevra impazzirebbe! Ma...» Mi fissò
di traverso, il sorriso furbo sulle labbra. «... Credo che si possa fare. Adesso però non siamo qui per
parlare di questo», si ammonì con un filo di fretta nella voce.
«E per cosa allora?» gli domandai inquieta e improvvisamente turbata dalla sua espressione.
Un’ondata di emozione mi serrò la gola, sebbene non fossi del tutto certa che non si trattasse di
qualcos’altro. Preoccupazione, forse. «Evan, non vorrai...» Battei spasmodicamente le palpebre, poi
ripresi a parlare con un tono più cauto: «Non avrai intenzione di salire lì sopra?» Non riuscivo a vedere
la sua espressione, ma ero più che certa che stesse sorridendo in quel preciso istante. Lo osservai,
allarmata, mentre si arrampicava con destrezza reggendosi all’ala. Il suo sguardo tornò a cercarmi solo
quando lui si fu seduto all’interno. «Perché credi che ti abbia portata fin qui?»
Avvertii agitarsi in me un misto di emozioni che si fermò alla gola. Lo guardai per un istante e
il suo sorriso sexy e impaziente fece vibrare qualcosa, dentro di me, qualcosa nel petto che palpitava a
ogni respiro. Osservarlo al comando di un caccia militare era qualcosa che non mi sarei mai aspettata di
vedere. Eppure, per qualche ragione, il ruolo di soldato gli si addiceva alla perfezione. Persino i vestiti
che indossava, una giacca sportiva nera con delle toppe e una maglia verde militare, contribuivano a
rafforzare quell’impressione. D’un tratto fu come se il tempo si fosse riavvolto ed Evan fosse lì, sopra
quell’aquila guerriera, pronto a librarsi in aria e solcare i cieli per combattere come un soldato. Un
Angelo dei cieli.
«Credi che sia in grado di volare?» cercai di domandargli, ma lo scoppiettio del motore trascinò
via le parole. L’elica anteriore prese vita e sollevò la sabbia spazzandola via. Sulla mia pelle soffiò un
vento delicato che mi agitò i capelli, mentre Evan con un balzo saltava fuori dalla piccola cabina,
lanciandomi un’occhiata soddisfatta. Camminò sull’ala fino al punto in cui mi trovavo, abbassandosi
sulle ginocchia per tendermi una mano.
Un battito sfuggì al regolare incedere del cuore, che prese a martellarmi nelle orecchie, sfidando
il rombo dell’aereo.
Stava davvero per succedere. Una parte di me ne era già consapevole, anche se il cervello aveva
difficoltà a ordinare alla mano di stringere quella di Evan. Non ero certa se fosse l’emozione a
bloccarmi o la paura. Evan diceva sempre che la prima non poteva esistere senza la seconda, in
determinate situazioni. Probabilmente doveva trattarsi di uno di quei casi. Eppure volevo con tutte le
forze afferrare la sua mano, allora perché esitavo? Non avevo niente da temere insieme a lui, di questo
ero più che certa, dunque per esclusione doveva essere l’emozione a fermarmi. Un’emozione tanto
forte da paralizzarmi, nel vedere quell’Angelo tendermi la mano per portarmi su nel cielo insieme a lui.
Sentii vibrare la sua voce dentro la testa nel rispondere alla mia domanda: «Vuoi scoprirlo
insieme a me?»
Il suo sussurro mi avvolse come i raggi di un tramonto.
«Vola con me, Gemma», sussurrò attraverso i miei pensieri.
Afferrai la sua mano e la strinsi più forte che potevo e in un istante mi ritrovai sull’ala, stretta
tra le braccia di Evan.
Quando sciolse l’abbraccio, Evan si sfilò la giacca e la usò per coprirmi le spalle. La piastrina
militare che portava al collo brillò sulla maglietta verde a maniche corte. «Ne avrai bisogno», mi
sussurrò fronte a fronte.
A lui non serviva.
I muscoli gli si gonfiarono sulle braccia mentre Evan, reggendosi alle bordure in ferro sopra di
lui, si lasciava scivolare all’interno della cabina monoposto.
«Non mi sembra adatto a più di una persona», gli feci notare, con voce cauta.
Evan non mi prestò ascolto e mi fece accomodare di fronte a sé, a condividere quell’angusto
spazio.
In fondo, non era poi così scomodo stare tanto vicina a Evan.
Lui sporse il mento oltre la mia spalla. «Vorrà dire che staremo più stretti», sussurrò, sensuale,
quasi replicasse ai miei pensieri.
Con un movimento cauto, chiuse il tetto in vetro sopra di noi.
Osservai affascinata la plancia dei comandi, senza riconoscere nessuna delle leve che Evan
muoveva con disinvoltura, mentre mi fissava di sottecchi. «Questa è la manetta», mi spiegò
pacatamente, afferrando una leva alla sua sinistra. La strinse nel pugno con destrezza spingendola in
avanti. «Serve a dare potenza. Immaginala come l’acceleratore di un’auto.»
Lo guardavo in silenzio, mentre con l’altra mano stringeva una leva più grossa, simile al cambio
delle marce di un’auto.
Non avrei saputo esprimere a parole le emozioni che mi pervasero quando l’aereo iniziò a
muoversi e il magazzino scomparve dietro di noi. Ma, per quanto fossi elettrizzata, riuscivo solo a
concentrarmi sul calore che il corpo di Evan mi trasmetteva, stretto dietro il mio. Inclinai lievemente il
busto per consentirgli una visuale migliore, mentre il paesaggio oltre il vetro scorreva sempre più
velocemente. Solo il mio cuore, forse, riusciva a tenerne il passo.
Trattenni il fiato quando il suo sorriso mi solleticò la nuca, mentre i muscoli delle sue braccia si
tendevano per tirare il volante verso di sé.
«Questa, invece, si chiama cloche», mi informò, parlando accanto al mio orecchio. «Se la tiro
verso di me, in questo modo, il muso dell’aereo si alza, effettuando una cabrata.»
Il veicolo iniziò a inclinarsi gradualmente verso l’alto, finché il terreno non scomparve dalla
mia visuale. Ero sicura che, così a stretto contatto, Evan riuscisse a percepire ogni battito palpitarmi nel
petto.
«Oppure si può spingere in avanti effettuando una picchiata...» Mi guardò di sottecchi,
l’espressione furba.
«Non provarci nemmeno», lo avvisai, inchiodando il mio sguardo sul suo e lui rise.
Solo qualche istante dopo, la pianura arida e scarna scomparve, lasciando il posto al folto
groviglio di alberi dell’Adirondack. Evan mantenne l’aereo a bassa quota, sfiorando appena le
maestose chiome del bosco.
«A cosa serve questo riquadro?» gli domandai, incuriosita da una linea retta in movimento che
continuava a oscillare.
«Quello è l’orizzonte artificiale. Serve a controllare la posizione dell’aereo rispetto
all’orizzonte.» Evan virò verso destra e la linea s’inclinò imitando la sua posizione nel cielo.
Proprio quando ero quasi certa che fossi riuscita a riportare il mio respiro a un movimento
regolare, uno strano gorgoglio si levò dall’elica anteriore, facendomi sussultare.
«Evan, sei sicuro che questo affare non sia troppo vecchio?» mi lasciai sfuggire, in preda a un
panico che mi sforzavo di tenergli nascosto.
Avevo il cuore in gola e il silenzio di Evan accresceva il mio panico. Ma non fu la sua
esitazione ad agitarmi, quanto piuttosto il movimento frenetico delle sue mani che si spostavano da una
leva all’altra, mentre le chiome degli alberi si diradavano scoprendo uno specchio d’acqua pronto a
inghiottirci nei suoi abissi.
«Evan...» Udii una nota di disperazione repressa nella mia stessa voce. Qualcosa non andava. A
quel punto non avevo dubbi.
Evan strinse la mascella e imprecò.
«Che succede, Evan?!» urlai con sgomento.
«Reggiti più forte che puoi!» urlò a denti stretti, i muscoli in tensione. «Oh, cazzo!» ringhiò,
reggendo saldamente la cloche, mentre le sue braccia si stringevano intorno a me in una presa ferrea.
«Evan!» urlai ancora, la voce soffocata dal panico, ma l’aereo perse bruscamente quota
divorando il resto della frase.
Il cuore mi balzò violentemente in gola mentre l’acqua del lago sotto di noi si avvicinava
sempre più in fretta, minacciando d’inghiottirci. Ogni parte di me tremava, scossa dal terrore. Guardai
con sgomento le increspature dell’acqua affondando le unghie dove potevo.
Poi, a qualche metro dalla superficie, trattenni il respiro e chiusi gli occhi, aspettando l’impatto.
In quel preciso istante, la risata di Evan vibrò sulla mia schiena, soffocata nei capelli.
Con un movimento deciso, tirò il volante verso di sé appena un attimo prima che ci
scontrassimo contro l’acqua e l’aereo si riportò in posizione orizzontale, sfiorando il lago con le ruote,
quasi a solleticarlo, e schizzi argentei si sollevarono fino a bagnare i vetri, mentre noi sorvolavamo la
superficie in perfetto equilibrio. Respirai profondamente, con il cuore ancora in gola, e mi voltai a
guardare la morbida scia che si prolungava dietro di noi. Evan rideva.
Sospirai, trattenendo il fiato e mi sforzai di imitarlo, mentre ancora mi tremavano le mani.
«Scemo!» Lo colpii alla spalla. «Non lo sopporto quando fa così», mormorai tra me alzando gli
occhi al cielo, il respiro ancora affannato.
«È stato divertente, non trovi?» mi schernì, soffocando le risate.
«Hai uno strano senso dell’umorismo», replicai, lanciandogli un’occhiataccia.
Evan mi tirò una spallata affettuosa. «Dai, stavo solo scherzando. Un po’ di innocua adrenalina
non ti ucciderà di certo.»
«Già. Come se non ne producessi già abbastanza», replicai, sforzandomi di non fargli notare
quanto tremassi. Respirai ancora a fondo e mi calmai, permettendomi di sorridere insieme a lui. Ma
l’ondata di profumo che mi invase a quel respiro, stretta nella sua giacca, mi distolse da tutto il resto.
Era il suo profumo.
Evan tirò gradualmente a sé la cloche e il caccia si inclinò nuovamente verso l’alto, questa volta
con un andamento più tranquillo, sorvolando le chiome verdi degli alberi, che scomparvero sotto di noi.
20
PERLA DI FUOCO
Per tutta la vita, nei momenti in cui mi ero fermata a guardare il cielo, per quanto differente
potesse sembrare, di volta in volta mi ero sempre illusa che fosse comunque e sempre lo stesso cielo.
Ma, adesso, mi sembrava di vederlo per la prima volta ed ero certa che, da allora in poi, non lo avrei
più guardato con gli stessi occhi.
Ogni secondo lassù con Evan s’imprimeva nella mia memoria come un marchio impresso con il
fuoco. Una volta tornati sulla terraferma avrebbe smesso di ardere, ma sul mio cuore avrebbe lasciato il
segno per sempre.
La terra era totalmente scomparsa sotto di noi.
L’aereo si muoveva avvolto da soffici banchi di nuvole, virando sopra una spessa e costante
coltre rossastra. Benché mancasse ancora qualche ora al tramonto, il cielo era una tavolozza di
sfumature intense, dal rosso all’arancio.
«Evan, stiamo volando!» esclamai piena di meraviglia.
«Sì.» Evan sorrise, dietro la mia schiena. «... Stiamo volando», replicò, compiaciuto.
Il suo respiro mi solleticò la nuca.
«Mio Dio. È straordinario», sussurrai incantata. I miei occhi si perdevano oltre il vetro
contemplando il forte contrasto tra l’azzurro e l’arancione. Il sole, nascosto dietro un soffice
agglomerato di nuvole, si intravedeva come una perla nera orlata di fuoco.
Tutto intorno a noi le nuvole si disperdevano ovunque, attraversate da fasci di luce dorata. Un
pulviscolo diamantato che le faceva brillare nell’aria.
Qualcosa, nelle sfumature rossastre del cielo, mi ricordò il posto in cui eravamo stati qualche
giorno prima. Avevo ancora difficoltà a richiamare alla mente quel pensiero, ma dovevo, perché era lì
che sentivo di trovarmi in quel momento. In paradiso.
«Non tremare», mi sussurrò Evan dietro l’orecchio. «Sei al sicuro quassù con me.» La sua
bocca mi sfiorava appena la pelle.
«Non ho paura.» Era la verità. «È l’emozione che mi fa tremare.»
«Dammi le mani.»
Il suo fiato caldo mi solleticò il collo, leggero come una carezza. Ma quella di Evan non era
stata una richiesta e, prima che potessi replicare, aveva già preso le mie mani tra le sue e le stringeva
sul volante.
«Se potessi imprigionare l’amore che provo, così come stringo le tue mani adesso, lo passerei
da me a te.»
Chiusi gli occhi al suono vellutato della sua voce. Inclinai la testa a sfiorare la sua, drogata da
quelle parole. «Tu lo fai già», sussurrai con un filo di voce.
«Tienilo più forte... così.» Strinse le mani sopra le mie e d’un tratto intuii le sue intenzioni.
«Evan, è una follia!» esclamai, a voce un po’ più alta, intimandogli di non lasciare la presa.
«Mi fido di te», bisbigliò, poi sorrise mentre allentava cautamente la presa.
«Mio Dio», mormorai, dando sfogo al groviglio di emozioni che mi stringeva il petto. «Evan,
guarda!» lo chiamai, eccitata, ma le sue mani stavano già risalendo lentamente le mie braccia,
accarezzandomi la pelle. Si fermarono sulle spalle, dove si strinsero per un momento.
Il mio cuore perse un battito, un sussulto che non ero riuscita a controllare.
Avevo percepito la forza dei suoi sentimenti, in quella stretta, mentre Evan soffocava profondi
respiri contro i miei capelli. L’amore, il desiderio, l’esitazione... e qualcos’altro che non ero riuscita a
decifrare. Paura? Forse non volevo saperlo.
Cercai di concentrarmi, mentre Evan mi scostava i capelli dalla spalla con una nuova
delicatezza, quasi fosse la prima volta. Non ero sicura di riuscire a contenere tutte quelle emozioni.
Il calore al petto era così forte che faceva quasi male.
«Sei bravissima», mi sussurrò all’orecchio, facendomi rabbrividire.
L’attimo seguente, avvertii una leggera pressione solleticarmi la nuca, mentre Evan appoggiava
la testa dietro la mia, affondando il viso tra i capelli. Un contatto dolce come una carezza. Respirò a
fondo, il fiato caldo, e io rabbrividii ancora. Evan rimase immobile per un istante mentre io
socchiudevo gli occhi, abbandonandomi al ritmo del suo respiro.
Pochi istanti dopo, le sue mani tornarono a posarsi sulle mie. Le lasciai scivolare cautamente
affinché riprendesse il controllo sulla cloche.
«Come ti senti?» mi domandò con gentilezza.
«Non credo di aver mai provato niente di più emozionante», confessai, estasiata.
Evan mi guardò di sottecchi e una rughetta gli segnò un angolo della bocca. Notai un lampo di
malizia attraversare i suoi occhi nello stesso istante in cui una scintilla d’allarme attraversava i miei.
«Questo non avresti dovuto dirlo.» Il suo sorriso lupesco mi confermò che il suo era stato un
avvertimento.
«Cos...»
Ma Evan non mi lasciò il tempo di parlare. Inclinò la cloche e l’aereo virò verso destra,
ruotando completamente su se stesso nell’eseguire una vite orizzontale, mentre un urlo mi sfuggiva
dalle labbra.
Mi sentii vibrare in ogni parte del corpo, mentre mi reggevo a Evan con quanta più forza
potevo. Solo un istante dopo, l’aereo si riassestava ed entrambi ridevamo divertiti. Era stato
elettrizzante.
«Sei sicuro che questo affare possa volare così in alto?» lo schernii con il sorriso ancora sulle
labbra, tentando di sovrastare il rumore prodotto dal motore.
«Posso portarti sulla luna, se lo vuoi.»
La sua voce m’invase la mente con una dolcezza sconfinata, giungendo fino al cuore in un
tremito di calore che mi costrinse a socchiudere gli occhi.
Non ero mai stata così felice. Fino a quando non avevo incontrato Evan.
«Evan...» mormorai sottovoce, a metà fra la tristezza e l’assuefazione.
Anche le sue risate si affievolirono e il suo sguardo si posò sul mio, in ascolto.
«Promettimi che non mi lascerai mai.» Non riuscii a guardarlo negli occhi, la paura di perderlo
mi toglieva il respiro.
«Promesso», sussurrò con tono calmo e vellutato, ma deciso. «Non sono pazzo.» Soffocò un
sorriso tra i miei capelli.
«Su questo avrei da obiettare», lo schernii sorridendo, ma il mio sorriso si perse nel suo sguardo
serio.
«Non ti lascerei per niente al mondo.» I suoi occhi, profondi e scuri, immobili nei miei. «Se
solo tu potessi leggere nel mio cuore, Gemma... Capiresti quanto sei importante per me», sussurrò
dolcemente, mentre le sue labbra si muovevano sfiorandomi la guancia.
Chiusi gli occhi, perdendo ogni controllo. «Non ho bisogno di leggere nel tuo cuore per capirlo.
Io lo so già.»
Per un istante, il silenzio si riempì solo dei nostri sguardi.
«Starò con te, finché tu mi vorrai.»
«Allora per sempre», replicai in un lieve sospiro.
«Tu non sai quante volte io sia salito quassù da solo.» C’era un velo di dolore nella sua voce.
«Non immagini quante volte abbia sentito questi stessi raggi sulla mia pelle. Ma questa è la prima volta
che riesco a sentirne il calore», confessò sottovoce.
«È perché non hai la giacca», sussurrai, gli occhi ancora chiusi per il fremito che mi provocava
la sua voce. Sentivo di potermi sciogliere da un istante all’altro.
Evan mi guardò, l’espressione seria, e sfiorò la guancia sulla mia. «È perché ci sei tu.»
Anche quella volta, inaspettatamente, rabbrividii.
Quando l’aereo slittò lentamente sul terreno arido che adesso sapevo essere una pista, mi sentii
quasi svuotata, come se avessi appena perso qualcosa, al risveglio da un sogno che sentivo svanire.
Eppure dentro di me sapevo che non era così. Stavo ancora vivendo il mio sogno e avrei continuato a
farlo finché Evan fosse rimasto al mio fianco, finché io fossi rimasta al suo fianco...
Perché la morte, prima o poi, avrebbe ripreso a darmi la caccia, ne ero certa.
Quel pensiero mi strinse lo stomaco.
Il motore si spense e io tornai a guardarmi intorno.
«Non lo riporti dentro?» chiesi a Evan quando l’aereo si fermò davanti al vecchio magazzino.
«Vuoi già andartene?» indagò a metà tra sorpresa e delusione.
«No», mi affrettai a smentirlo. «Voglio restare, se per te va bene.»
«Era quello che avevo in mente», confessò, mentre apriva il tetto di vetro che ci imprigionava.
Per un istante, pensai si fosse seduto sull’ala per raggiungere più facilmente il terreno, ma poi
mi fece cenno di avvicinarmi. Mi accovacciai sul metallo e presi posto al suo fianco lasciando
penzolare le gambe nel vuoto.
«Questo posto sembra abbandonato», constatai guardandomi intorno.
Il suo volto si inscurì. «Nessuno viene più qui da parecchi anni, ormai», replicò con voce cupa.
«Nemmeno Drake?» chiesi d’impulso.
«Specialmente Drake. È un ricordo troppo doloroso per lui. Non vuole nemmeno avvicinarsi a
questo posto.» Fece una pausa. «Drake si era arruolato nell’esercito. Era un aviatore.» La sua
espressione divenne seria mentre fissava il vuoto di fronte a sé, rispondendo alle domande che non ero
stata in grado di pronunciare. «Aveva diciotto anni quando è partito volontario a fianco degli inglesi,
per combattere una guerra che non era sua.» C’era qualcosa, nella sua voce, una sottile amarezza, come
se stesse parlando di se stesso, come se sentisse sulla pelle il dolore che cercava di farmi comprendere.
«Aveva lasciato tutto, persino la ragazza che doveva sposare.» Soffocò un sorriso e, dal suo sguardo,
compresi la sua disapprovazione: lui non l’avrebbe mai fatto. «Credeva di poter salvare il mondo... Non
sapeva che non l’avrebbe più rivista.»
Rabbrividii ripensando ai profondi fori sull’aereo.
«Drake è morto in guerra?» sibilai tra me, sconcertata.
«Durante la seconda guerra mondiale. Aveva combattuto un anno contro i nazisti e si era pentito
di aver lasciato tutto per rischiare la vita. Ma a quel punto era troppo tardi e non è più potuto tornare
indietro.»
Quella rivelazione riuscì ad agghiacciarmi. Non avevo mai conosciuto dettagli così intimi che
riguardassero Drake. Non avevo idea di come fosse morto, né me lo ero mai chiesta. Sarei più riuscita a
guardarlo con gli stessi occhi? Dopo il nostro ultimo incontro, fuori dalla casa di Evan, non sapevo se
ne sarei più stata in grado.
«Dopo la sua morte...» cominciai, pronunciando a fatica l’ultima parola. Era difficile riferirsi in
quei termini nei confronti di persone con cui avevo a che fare tutti i giorni. «... Non è andato a cercare
la sua ragazza, come hai fatto tu con la tua famiglia?»
«Lo ha fatto. Ma non ha trovato più nessuno.» Mi guardò negli occhi, l’espressione seria. «Più
tardi ha scoperto che lei si era arruolata come crocerossina per seguirlo, ma era stata inviata in
Normandia ed era morta durante i terribili scontri. Lì i soldati venivano paracadutati in appoggio allo
sbarco di centinaia di alleati, ma non tutti toccavano il suolo. La controffensiva tedesca li aveva
mitragliati durante la caduta e a lei era toccata la stessa sorte.»
«È terribile», sibilai, il terrore negli occhi.
«Già. Non l’ha più rivista», ripeté, soffermandosi sulle ultime parole. Il lampo di sgomento che
attraversò il suo sguardo mi rivelò improvvisamente perché Evan sentisse suo quel dolore.
La tragedia che più lo spaventava. Perdere me e non rivedermi mai più.
Temevo anch’io la stessa cosa. Più intensamente di quanto temessi la morte stessa.
«Non accadrà», lo rassicurai sfiorandogli il ginocchio. Sapevo di aver risposto ai suoi pensieri.
«Tu non lo permetterai», insistetti, convincendomi delle mie stesse parole.
I suoi occhi vacillarono per un istante, poi le sue labbra sfiorarono le mie in un bacio delicato.
«Non lo permetterò mai.»
Gli accarezzai il petto e strinsi le dita sulla piastrina che portava al collo.
Evan abbassò lo sguardo sulla mia mano. «Anche questa era di Drake», confessò, cogliendomi
di sorpresa.
«Non immaginavo fosse di Drake. So che non la togli mai...»
«Perché è molto importante per me. È stato lui a darmela, anche se avrei preferito non lo
facesse.»
«Non capisco, non ha senso...»
«Perché sarebbe stato meglio se l’avesse ricevuta la persona cui spettava.» Mi guardò ancora,
poi proseguì: «Anche Drake ne ha una uguale. Forse non l’hai mai notata perché la tiene sempre sotto
la maglietta».
«Hai ragione, non l’ho mai notata», replicai, cercando l’immagine di Drake tra i miei ricordi.
«Vederla gli fa male, anche se non l’ha mai tolta, come se in qualche modo non riuscisse a
lasciarla andare.» Studiò la mia reazione. «Una delle catenine era per lui, l’altra doveva essere di Stella,
la sua ragazza, se non sbaglio si chiamava così. Non l’ho mai conosciuta. Drake l’aveva conservata per
lei, per dargliela una volta ritornato dalla guerra. Non poteva permettersi di più.»
«Ma poi non è più tornato», commentai con un filo di voce.
«Già», sospirò.
«Come mai ce l’hai tu, adesso?»
Nel frattempo, Evan si era sdraiato con la schiena sull’ala, le ginocchia sollevate. Feci lo stesso,
ed Evan appoggiò la testa sulla mia spalla e io su di lui.
«Sono stato io a trovare Drake.»
Sussultai: non ci avevo pensato. Non riuscivo a immaginare Evan ai tempi della guerra. Non
riuscivo a pensare a lui in nessun’altra epoca che non fosse la nostra, mi sembrava ancora tutto così
assurdo...
«A quei tempi il male dilagava, c’era molto bisogno di noi, il nostro lavoro era incessante.
Moriva molta gente. Per cui sempre più spesso girovagavamo tra i campi di battaglia per aiutare chi ne
aveva bisogno, chi non riusciva a lasciare andare il corpo, ovviamente limitandoci a eseguire gli
ordini.»
Rabbrividii, sperando che Evan non se ne accorgesse.
«Fino a quando non ho visto Drake. Era solo e in stato di shock. È stato difficile per me riuscire
a smuoverlo dal suo corpo lacerato dai colpi d’arma da fuoco. Prima di morire aveva portato a terra
l’aereo per non farlo schiantare. Lui non ha mai parlato di cosa gli sia successo, a nessuno di noi.»
«Sei stato tu a leggere dentro di lui», lo anticipai.
«Io per primo, poi anche Ginevra ha letto il suo dolore attraverso i suoi pensieri. Lui si torturava
per aver lasciato Stella di sua spontanea volontà quando avrebbe potuto proteggerla; per non essere
riuscito a dirle addio; per non avere avuto la possibilità di darle questa...» Si rigirò la collana tra le dita.
Inclinai leggermente la testa per guardarlo e la riappoggiai su di lui. Sfiorandogli la guancia.
«Mi sono subito legato a Drake. Non sapevo perché, forse dipendeva dal fatto che lo avessi
salvato. Forse Simon ha provato lo stesso per me. Quando prendi qualcuno sotto la tua protezione,
rimani legato a lui per sempre, probabilmente. Anche Drake ha provato lo stesso per me e dopo qualche
giorno, quando ha iniziato a riprendersi, ha deciso di dare a me la piastrina che avrebbe dovuto dare a
lei. Ha cancellato il suo nome dal metallo, sostituendolo con il mio. Quando lo ha fatto, mi ha detto che
ero l’unico che gli ero rimasto al mondo. Lo ricordo come fosse ieri. Il suo sguardo, vuoto e grato al
tempo stesso, e le sue parole sono ancora vividi nella mia testa. Da allora non l’ho più tolta. E lo stesso
ha fatto anche lui.»
«Forse non dovrei dirlo, ma se è qualcosa fra te e Drake, una cosa così importante, perché hai
voluto mettere i nostri nomi lì sopra?» gli domandai, perplessa. Fissai il cielo sopra di noi.
Evan rise. «Sapevo che me lo avresti chiesto. Lui l’ha data a me perché la tenessi al posto della
donna che amava, perché ero l’unica persona che contasse per lui. Io ho scritto il tuo nome perché tu
sei l’unica persona che conti per me. Mi sembrava giusto che anche tu ne facessi parte.»
«Adesso che lo so, il tuo gesto ha ancora più valore per me», replicai, colpita da tutta quella
storia. Mi girai su un fianco e appoggiai la testa su un gomito.
A Evan bastò girare leggermente il viso perché si trovasse a portata delle mie labbra. Avrei
voluto baciarlo, ma fu lui a sfiorare la mia bocca per primo.
«Dev’essere terribile perdere chi ami», sussurrai affranta.
«Non riesco a immaginare niente di più doloroso.» Strinse lo sguardo sul mio e tacque.
21
GHIACCIO NEL CUORE
Evan e io viaggiavamo in auto sulla strada del ritorno già da un pezzo, ormai. Il sole non era
ancora tramontato, ma le nuvole si erano addensate come a colmare la nostra assenza nel cielo.
La tappezzeria interna era cosparsa di briciole. Dapprima mi ero rifiutata di accettare i panini
che Evan aveva estratto dal cruscotto, temendo di sporcare la sua auto, ma alla mia esitazione era stato
lui stesso a sbriciolare il pane sui tappetini rossi in modo da non lasciarmi scelta.
«Hai intenzione di tenermi in ostaggio ancora per molto?» lo schernii attendendo la sua
reazione.
«Qualcosa del genere», replicò con lo sguardo furbo. «Non mi sembra che ti dispiaccia...»
Lo guardai di sottecchi e scoprii che lui aveva fatto lo stesso.
«Se continuiamo a questa andatura, temo che dovrai accontentarti di passare qui dentro tutto il
tempo che ti resta con me», lo presi in giro.
Evan mi guardò inarcando un sopracciglio.
«Guidi come una lumaca!» lo derisi, indicando il display che segnava i centoventi all’ora.
Andatura regolare, per chiunque altro, ma non per Evan.
«Oh-oh!» sembrava allibito dalla mia provocazione. «Io guiderei come una lumaca?!» protestò,
lentamente.
«Non è colpa mia se mi hai abituata a certe emozioni.» Mi soffermai a guardarlo sottolineando
l’ultima parola con un tono provocante. Inclinò la testa per guardarmi.
«Pensi di poter fare meglio?» Una nota di sfida gli velò la voce.
Sostenni il suo sguardo finché non fui in grado di replicare. «Non me lo lascerò ripetere due
volte...» gli intimai, gli occhi fermi nei suoi, in cerca di conferma. Cosa voleva che facessi, guidare la
sua Ferrari? Era forse impazzito sul serio?
Era assurdo, eppure... quell’idea solleticava un piccolo frammento, nel mio sangue, che non
vedeva l’ora di farlo.
«Ho lasciato che guidassi un caccia militare, non vedo perché non potresti guidare questa...» mi
incoraggiò sollevando i pollici dal volante, a indicare l’auto sotto di lui.
Forse non mi credeva capace di accettare una tale sfida, perché nella sua voce c’era ancora
quella sottile sfumatura beffarda, eppure Evan mi conosceva bene. Doveva sapere che non mi sarei mai
tirata indietro...
L’auto accostò e lui sollevò le mani dal volante.
«È tutta tua», m’informò, con il sorrisetto sulle labbra.
A quel punto davvero non potevo più tirarmi indietro.
Evan fece il giro dell’auto, continuando a sostenere il mio sguardo attraverso il parabrezza.
Scavalcai il cambio manuale, che Evan aveva preferito a quello robotizzato, e mi sedetti al suo posto. A
quel punto l’eccitazione aveva già spazzato via lo smarrimento.
«Quando vuoi», suggerì in tono malizioso una volta preso posto.
Guardai attonita il volante in pelle e lo accarezzai per un istante. Certo non potevo considerare
come esperienza le volte in cui avevo guidato la vecchia Audi di mio padre.
«Sei sicura di poter fare meglio?» mi schernì, usando ancora quel tono di sfida. O forse dietro il
suo sguardo beffardo si celava un incoraggiamento? Ne dubitavo. «Sei ancora in tempo per cambiare
idea.»
Ma io avevo già schiacciato il tasto ENGINE START sul volante, per avviare il motore, e il
rombo aggressivo della Ferrari aveva coperto metà della sua frase.
Mi girai, sfidandolo con lo sguardo. La mia risposta alla sua domanda.
«Come vuoi», replicò con un sorrisetto.
M’immisi sulla carreggiata con disinvoltura serrando le dita sul volante, perché ero certa che
tremassero e non volevo che Evan se ne accorgesse. L’eccitazione mi stringeva il petto.
Mi sentivo elettrizzata e avevo l’adrenalina a mille e lo stomaco in subbuglio, mentre mi
sforzavo di sembrare spontanea agli occhi di Evan. La strada era sgombra, il destino era dalla mia
parte.
O dalla parte di chi si fosse messo sulla mia strada, a seconda dei punti di vista.
Una volta sul rettilineo, affondai il piede sull’acceleratore, aggredendo l’asfalto come una belva
selvaggia e l’auto mi diede una spinta che mi schiacciò con forza contro lo schienale, lasciandomi
senza fiato.
«Wow, wow, wow! Vacci piano!» m’intimò Evan con un sorrisetto quando la lancetta del
tachimetro raggiunse i cento chilometri all’ora sollevandosi bruscamente sul display del cruscotto.
Le sue parole scivolarono nel vento che ci lasciavamo dietro. Era troppo elettrizzante perché
rallentassi.
Mi sentivo una freccia appena scagliata da un arco.
Accelerai ancora. Ferma nella confortante convinzione che Evan fosse lì a proteggermi, riuscivo
a percepire il fremito di ogni singolo centimetro sulla mia pelle. Vivido e reale. Mi sentivo come se
avessi il mondo in pugno, come se fossi in grado di fare qualsiasi cosa, raggiungere qualsiasi luogo. Mi
sentivo al sicuro.
«Allora?» chiesi a Evan, tenendo gli occhi incollati alla strada. «Pensi ancora che non possa
fare meglio di te?»
Eravamo già a centonovanta all’ora. Evan era abituato a ben altre velocità, ma io avevo già
superato la mia soglia nei primi cinque secondi di guida.
Evan strinse le labbra e scosse la testa, quasi non ne fosse ancora del tutto convinto.
La sua reazione mi diede l’impulso per affondare ancora di più il piede sull’acceleratore.
Non avrei voluto farlo, sapevo di essere al limite, ma era stato più forte di me assecondare
quell’istinto famelico.
Duecentodieci chilometri all’ora. Ormai era difficile riuscire a mettere a fuoco la strada. Ma ero
decisa a non far trapelare la mia ansia e mi sforzai di camuffarla velando la voce con un tono beffardo.
«Sei fortunato.» I miei occhi si strinsero sull’asfalto, affilati come la punta di una freccia, mentre il
paesaggio sfrecciava via sfocato in un fiume di colori che si mescolavano tra loro.
In fondo al cuore, un senso d’inquietudine iniziava a gridare a gran voce il suo dissenso.
«’Fortunato’ per cosa?» replicò Evan, la voce tranquilla.
«Adesso arriveremo prima», lo schernii, maliziosa. «Dovresti ringraziarmi.»
Evan aggrottò la fronte. Non era certo di aver colto il vero senso delle mie parole.
«Così avremo più tempo per noi», chiarii mentre con la coda dell’occhio notavo che le sue
labbra si erano sollevate istintivamente, in segno d’approvazione.
A quel punto non riuscii più a frenare l’impulso di guardarlo e sorridergli. Evan ricambiò il
sorriso sollevando gli angoli della bocca quasi simultaneamente ai miei.
Poi l’inferno.
Il volante mi scivolò bruscamente dalle mani, ruotando fuori dal mio controllo. Mi sentii
scaraventare improvvisamente contro la portiera, come se un treno d’aria mi avesse investito. Cercai di
parlare, ma non avevo più fiato nei polmoni, non c’era più aria intorno a me, come se qualcosa l’avesse
prosciugata. Cercai di girare il volante, ma la forza con cui ruotava era troppo forte perché la
contrastassi.
«Evan!» urlai in preda al panico.
Lo sentii imprecare mentre il terrore mi inghiottiva in pochi istanti. «Dannazione!!!» gridò
mentre tentava di afferrare il volante. Persino la sua voce fu investita da una scarica di panico, mentre
l’auto ruotava senza controllo schiacciandoci contro i sedili. Non capivo perché Evan non riuscisse a
fermare la macchina con i suoi poteri.
Intravidi un ponte avvicinarsi a una velocità incredibile.
«Evan!!!» Lanciai un urlo disperato e incrociai il suo sguardo sgomento.
Un impatto violentissimo.
Poi, il buio.
«Ge...»
Sentivo la sua voce lontana, come se mi parlasse da un telefono in cui il segnale arrivava a
intermittenza.
«Resi...»
Cercai di aprire gli occhi, ma era troppo difficile.
Anche le immagini arrivavano come i suoni: flash di luce che si alternavano a momenti di buio
assoluto.
Un altro rumore violento mi strappò all’oscurità.
Intravidi Evan accanto a me. Aveva scardinato la portiera dell’auto con una sola mano.
«Sono qui... qui... qui...»
Talvolta i suoni si trascinavano in un’eco infinita.
Ancora buio.
«Ge...»
Sentii le braccia di Evan sotto di me e i miei arti si fecero pesanti, come se penzolassero
all’indietro rispetto al resto del corpo.
«... con me.»
Un’altra immagine. Evan chino su di me.
Mi sentivo trascinare via, come una conchiglia in riva al mare: a tratti leggera, quando la
corrente tentava di strapparmi alla riva, poi pesante, quando l’acqua si allontanava e rimanevo arenata
sulla sabbia. A quel punto arrivava il dolore, da ogni direzione. Mi circondava. Allora desideravo che
l’acqua tornasse, per trascinarmi via con sé, per portare via quel dolore. Tentai di seguirla, di
abbandonarmi alla sua corrente, ma qualcosa continuava a riportarmi indietro.
Non vedevo più niente.
Mi stavo perdendo in quell’oblio, volevo che smettesse...
Era troppo doloroso.
Basta! Basta!
«... Gli occhi... chi... chi... ardami!»
Quel suono disperato mi faceva ancora più male.
Sentii una delicata pressione sulla testa, da dove scaturiva il dolore più forte.
Poi uno strano calore iniziò a pervadermi le tempie.
Bruciava come un fuoco. Serrai i denti.
Più forte era il calore, più il dolore si affievoliva.
Un altro lampo di luce mi attraversò gli occhi.
Ancora Evan.
Uno strano timbro gli segnava la voce. Disperazione.
Adesso le vedevo, tra il buio e i brevi attimi di luce. Erano le sue mani.
Sì, adesso lo sentivo. Il tocco caldo delle sue mani sulla mia testa. Era così piacevole...
Di nuovo quella sensazione di scivolare.
Ancora il buio.
«... prego... ego... ego...» Gli tremava la voce. «... mi lasciare.»
Vidi il suo volto per un breve istante, l’espressione tormentata, in agonia, quasi fosse in lacrime.
Non sopportavo più quel dolore. Non il mio, no. Non più. Il tormento nella voce di Evan.
Mi sentivo ancora sprofondare nel buio. Mi aggrappai alla sua voce più che potevo.
«Ge... mi sen... Guardami.»
Mi sentii risucchiare da un vortice di energia.
La luce arrivò con violenza.
Non ero più nelle tenebre. Ero riemersa.
«Evan...» fu la prima cosa che riuscii a mormorare, l’unica cui riuscivo a pensare.
Poi lo misi a fuoco.
Evan era disteso sull’asfalto, le mani posate ai lati del mio corpo. Nello stesso istante in cui le
mie labbra sussurrarono il suo nome, lasciò cadere la testa davanti a sé, quasi fino al mio petto, e i
capelli gli ricaddero sulla fronte. Nessuno dei due aprì bocca per un lungo istante. Non ero sicura di
dove ci trovassimo o di cosa fosse successo. Mi sentivo troppo frastornata per parlare.
Evan sfregò la fronte sul mio mento, con dolcezza, poi sollevò lo sguardo su di me, negli occhi
una disperazione che non avevo mai visto e sulla pelle sporca di fuliggine il solco lasciato da una
lacrima. Mi afferrò il volto con entrambe le mani e appoggiò la fronte alla mia, chiudendo gli occhi. Un
suo respiro interminabile mi soffiò aria calda sul viso.
«Sono appena morto per la terza volta», mi bisbigliò talmente piano che riuscii a malapena a
sentirlo.
Per assurdo, non riuscii a trattenere un sorriso, mentre la sua fronte premeva ancora con
delicatezza sulla mia. «Quand’è stata la seconda?»
Evan sospirò, poi mi sorrise. «Quando sono venuto a cercarti nel mio salotto e tu non c’eri.»
Quel ricordo mi attraversò la testa come un lampo infuocato. Pensare a Faustian e al modo in
cui mi aveva ingannata per farmi scappare mi faceva ancora tremare.
«Dovresti riconsiderare l’idea di stare con me», lo schernii, «non mi sembra che il nostro
rapporto ti faccia molto bene.»
Sorrise, le nostre fronti ancora unite. Mi baciò cautamente, come se temesse di rompermi. «Il
fatto che tu riesca già a scherzare è un buon segno.»
Battei le palpebre. Mi sentivo ancora troppo confusa e stordita. «Cos’è successo?» gli domandai
perplessa. Non riuscivo a ricordare.
Evan non rispose. Si limitò a scostarsi dalla mia visuale.
E tutto il mondo si gelò sotto il mio sguardo.
«Evan...» sibilai, gli occhi pieni di terrore.
Qualche passo più avanti, a ridosso di un guardrail strappato, la Ferrari di Evan era distrutta, le
lamiere contorte, i vetri esplosi. Un amorfo ammasso di ferraglia reso irriconoscibile dalla violenza
dell’impatto. Il muso aveva sfondato la ringhiera in ferro e la parte anteriore dell’auto si trovava
sospesa nel vuoto, in bilico tra l’asfalto e l’acqua sotto il ponte.
«La tua auto...» bisbigliai appena, la voce sgomenta.
La portiera era stata scagliata lontano e di colpo ricordai l’immagine di Evan che la strappava
via.
«Non mi importa dell’auto!» ruggì. «La tua vita è l’unica cosa che conta.» Poi si alzò con
movimenti nervosi e si coprì la fronte con entrambe le mani, ancora agitato. Come se l’incubo che
doveva aver vissuto qualche istante prima continuasse a tormentarlo. Le mani, imbrattate del mio
sangue, gli lasciarono un segno sulla fronte.
«Mi dispiace...» mormorai con un filo di voce, avvicinandomi a lui. Il senso di colpa mi salì su
per lo stomaco, deciso a divorarmi. C’ero io alla guida dell’auto. Era solo mia la colpa. Gli avevo
distrutto la macchina.
«Non sentirti in colpa.» Il suo viso si indurì improvvisamente. Girò la testa in cerca del mio
sguardo. «Non sei stata tu.»
Sebbene il significato delle sue parole mi sfuggisse, qualcosa dentro di me tremò
improvvisamente, mentre Evan serrava i pugni tra i capelli.
Qualcosa lo tormentava, ma non riuscivo a decifrare la sua espressione. Un cocktail di emozioni
in cui rabbia e sgomento lottavano per il predominio.
«Maledizione!» ringhiò, furioso. Il suo pugno si schiantò violentemente contro il tetto dell’auto,
accartocciando la lamiera. La brutalità del colpo mi fece trasalire.
Rimasi in silenzio a osservarlo, preoccupata.
Sotto il mio sguardo, Evan appoggiò entrambe le mani su quanto rimaneva del tetto e abbassò la
testa, lasciando ricadere i capelli sulla fronte. Poi, inclinando lentamente il viso, sollevò lo sguardo
sgomento su di me e qualcosa, nel modo in cui i suoi occhi mi attraversarono, mi fece rabbrividire.
«Ti hanno trovata.»
Il sangue mi si gelò nelle vene.
22
SENSI DI COLPA
«Cos... Vuoi dire che...» balbettai, lo sguardo perso nel vuoto. Le mie labbra termavano in
modo convulso. Mi sembrava di non avere più nessun controllo sul mio corpo.
«Dannazione! È tutta colpa mia!» si rimproverò, la voce dilaniata dal rimorso. «Sono stato un
idiota!»
Io non riuscivo ancora a parlare.
«Vieni.» Si avvicinò a me a grandi passi. «Devo portarti via da qui.» Le braccia di Evan mi
sollevarono da terra, stringendomi con delicatezza, come se fossi un oggetto di cristallo.
Un cigolio attirò la sua attenzione, ma dal suo sguardo contrariato non trasparì alcun allarme. Si
girò in direzione del rumore e un altro cigolio metallico si levò dall’auto che parve muoversi. Solo un
istante dopo, la Ferrari scivolò verso il basso lanciandosi nel vuoto.
L’impatto con l’acqua fu violento, rumoroso e sollevò un getto d’acqua simile a un’esplosione
che librò nell’aria una cascata di goccioline, brillanti come diamanti.
Il vento mi sferzò subito il respiro. Affondai la testa sul petto di Evan, mentre lui era già in
corsa. Un missile silenzioso che sfrecciava tra gli alberi come un fantasma.
Inalai il suo profumo, che mi riempì la testa per un lungo istante in cui dimenticai tutto il resto.
Un unico e confortante momento di sollievo, prima che il mio corpo ritornasse a tremare senza
controllo, in preda al ricordo della voce di Evan e allo sgomento nelle sue parole.
Ti hanno trovata.
Non riuscivo a pensare ad altro. C’era di nuovo qualcuno sulle mie tracce. Qualcuno che voleva
uccidermi. Ero di nuovo in fuga. Ero di nuovo perseguitata.
Un incessante pensiero continuava a farsi avanti nella mia testa, benché continuassi a ricacciarlo
indietro. Ce l’avrei fatta ancora?
Il vento si bloccò improvvisamente. Mi ero persa in quelle riflessioni senza nemmeno chiedermi
dove fossimo diretti. Che importanza poteva mai avere? Ovunque fossi andata, ovunque fossi riuscita a
nascondermi, loro mi avrebbero trovata.
Non potevo scappare dalla morte. Evan non avrebbe potuto proteggermi per sempre.
L’aria era fresca ed ero certa che di lì a poco il cielo avrebbe versato le sue lacrime al mio
posto. Avrei voluto piangere, ma il terrore mi paralizzava i sensi e nemmeno le lacrime trovavano la
strada per riversarsi all’esterno e liberarmi di quel dolore.
Evan mi adagiò sul terreno umido. Poi mi diede le spalle, stringendo i pugni lungo i fianchi.
Allungai una mano e gli sfiorai il braccio. Per qualche motivo, sentivo di essere io a dover
consolare lui. Il senso di colpa traspariva da ogni centimetro del suo corpo.
«Evan...» sibilai appena, le lacrime sull’orlo delle ciglia.
«Come ho potuto permetterlo?» La sua voce era un sussurro di dolore. «È solo colpa mia.» La
sua espressione mi fece trasalire di terrore. Avevo già visto quella sfumatura sul suo volto. Mi bastò un
secondo per rendermi conto che era successo una sola volta. Quando Evan era chino sul mio corpo
privo di vita, lacerato dai colpi di Faust. Quando pensava di aver fallito. Quando ero morta.
Dunque era questo che vedeva in me, un corpo già morto? Davvero non avevo più speranze?
Avrei voluto stringergli la mano, ma non ne avevo più la forza. Inaspettatamente fu lui a
prendere la mia, poi sollevò lo sguardo. «Vieni con me», bisbigliò.
Mi guardai intorno per la prima volta e riconobbi subito il nostro rifugio, la casa sul lago,
qualche metro più avanti. Evan mi guidò tra gli alberi, fino alla riva, poi lasciò la presa e si incamminò
sulla sporgenza di terra che lambiva l’acqua, sedendosi su una roccia ricoperta da grosse radici che
serpeggiavano tutte intorno. Lo imitai in silenzio, sedendomi al suo fianco sulla pietra dura. Nessuno
dei due proferì parola per un po’.
Mi concentrai sul movimento armonioso dell’acqua, lievemente smossa dal vento, cercando di
affogare i miei timori. Lo sguardo di Evan si perse dritto davanti a sé, mentre il mio ricadde su una
foglia secca che galleggiava sull’acqua, dondolando sulla sua superficie quasi ne venisse cullata, come
una piuma in balia del vento.
Il lago era uno specchio che rifletteva ogni cosa al rovescio: il cielo, le nuvole, gli alberi, quasi
esistesse un’altra realtà, una dimensione parallela oltre la sua superficie in cui avrei voluto
nascondermi.
D’un tratto, una gocciolina si infranse sull’acqua, proprio davanti ai miei occhi, distorcendo
quell’immagine perfetta, ricordandomi che non esisteva altra realtà che quella. Tutto intorno si
formarono dei perfetti centri concentrici, sempre più grandi, ma poi la superficie dell’acqua tornò a uno
specchio immobile.
Una seconda goccia smosse di nuovo l’acqua. Poi una terza e un’altra ancora, mentre intorno a
noi regnava il silenzio. Fin quando il lago non fu cosparso da infinite goccioline d’acqua che ricadendo
dal cielo punteggiavano la sua superficie facendo vibrare costantemente l’immagine al suo interno.
Dentro di me sentivo il gelo più assoluto. Come se qualcosa mi avesse svuotato il corpo,
riempiendolo di ghiaccio. Pungente e doloroso.
I rami dell’albero ricadevano bassi fin sopra le nostre teste, lasciando che le sue spesse foglie
costruissero un riparo su di noi, mentre l’acqua scrosciava con forza sempre maggiore, quasi volesse
lavare via il dolore che ci affliggeva entrambi, in quel disperato silenzio che mi gelava l’anima.
Schiusi le labbra un istante, ma subito le richiusi.
Sollevai una mano, scegliendo il silenzio, e la posai su quella di Evan. Lui la strinse forte nella
mia. Poi se la portò alla guancia e chiuse gli occhi. Sembrava devastato, al punto che il desiderio di
consolarlo mi fece dimenticare il motivo per cui si tormentava.
Inaspettatamente, Evan schiuse le labbra, in un sospiro appena percettibile. «Ho fallito
miseramente.»
«Non hai fallito, Evan. Io sono ancora qui con te. Mi hai salvato», tentai di convincerlo,
parlando sottovoce.
Lui strinse la mia mano più forte, quasi temesse che gli sfuggissi. «No. Non è vero. È solo colpa
mia quello che è successo. Non dovevo permetterlo!» ringhiò.
«Ero io a guidare la macchina, Evan. Perché vuoi addossarti la colpa?» cercai di convincerlo.
Sbuffò tra sé, come se avessi detto qualcosa di ridicolo. «La macchina non c’entra. Sarebbe
potuto accadere in qualsiasi altro modo.» Finalmente i suoi occhi si posarono su di me. «Non capisci?
È colpa mia se sono tornati a cercarti. Dovevo stare più attento. Invece ho abbassato la guardia. Mi
sono lasciato prendere dalle emozioni che provavo per te.» Era come se lottasse con se stesso. «Sono
stato troppo avventato.»
«Di cosa parli, Evan?» gli domandai, confusa.
La sua espressione si fece improvvisamente seria. «Non dovevo trasgredire le regole. Dovevo
proteggerti, invece... ti ho portata nel mio mondo.» Si lasciò sopraffare dallo sconforto. «Ti ho messa in
pericolo. Ho sbagliato. Perdonami.»
Le sue parole mi lasciarono attonita permettendomi finalmente di cogliere la natura del suo
senso di colpa.
Una sferzata di immagini mi sfilò davanti senza preavviso.
Il cavallo inferocito. Il tronco nel dirupo. La moto impazzita. Non erano state coincidenze...
Gli incidenti erano iniziati subito dopo quel pomeriggio.
E l’ombra che avevo visto... Mi sentii gelare. Non l’avevo immaginata.
Era quello il prezzo che avrei dovuto pagare per essere stata nel suo mondo? La mia vita?
Il mio istinto aveva avuto ragione. Era stato azzardato sfidare così la sorte.
«Ci ha già provato», sibilai, ancora intrappolata nei ricordi.
«Cosa?»
«Ci ha già provato.» Il filo di voce che mi uscì era gelido come il sangue nelle mie vene.
«Stamattina e anche quand’ero in gita con gli altri. Per fortuna ero con Ginevra. Mio Dio...»
Evan serrò la mascella, come se non ci avesse ancora pensato. «Se penso a cosa sarebbe potuto
succedere...» Distolse lo sguardo, in preda a una rabbia furiosa.
«Avevi detto che non si sarebbero accorti della mia presenza.»
«E così doveva essere, ma qualcosa è andato storto. Non capisco, ero sicuro che non se ne
sarebbero accorti. Nessuno avrebbe dovuto notare la tua presenza, dannazione! Come ho potuto essere
così stupido?!» ringhiò, portandosi i pugni stretti sulla fronte. «Avremmo potuto continuare a vivere la
nostra vita insieme senza problemi, ma io sono riuscito a complicare tutto. Non dovevo correre il
rischio.»
«Evan... non è stata colpa tua», lo rassicurai, ma il mio tentativo fallì miseramente.
Sembrava quasi non aver sentito la mia voce. «Ho messo a repentaglio la tua vita per un mio
capriccio!» Serrò la mascella, in collera con se stesso.
«Non è stato solo questo per me, Evan.» Gli presi le mani e mi portai davanti a lui. Finalmente
mi guardò. «Io volevo farlo e ne è valsa la pena perché adesso...» Chiusi gli occhi, quasi incapace di
dar voce ai miei pensieri. «Adesso so cosa mi aspetta. Mi hai fatto un dono.» Una lacrima mi solcò il
viso. Presto sarei morta. Avrei perso Evan per sempre.
«Non dirlo nemmeno», sibilò, furioso, quasi ce l’avesse con me per quello che avevo appena
detto. Poi il suo tono si addolcì. «Se dovessi perderti, io...»
«Evan, credi ci sia ancora una speranza che...»
I suoi occhi bruciarono nei miei. «La speranza è per chi non ha certezze.» La sua voce era ferma
e non ammetteva repliche.
«Come faremo a fermarli?» domandai, incerta.
Per quanto Evan si sforzasse di mentirmi, per quanto si sforzasse di mentire persino a se stesso,
io riuscivo a leggere il suo tormento e non era difficile interpretarlo. Evan aveva paura di perdermi.
«Non mi importa in che modo», ruggì furioso. «Io li sterminerò tutti. Nessuno si avvicinerà più a te.
Quello che è successo oggi mi ha colto impreparato, ma non accadrà più. Lui è solo, noi abbiamo
Ginevra dalla nostra parte. È un enorme vantaggio, non sarà difficile.» I suoi occhi brillarono mentre la
sua mente macchinava minacciosa.
Io invece non ero altrettanto certa che sarebbe stato così facile. Dopo la prima volta, avrebbero
di sicuro mandato qualcuno più esperto, più furbo o più potente di Faust. Adesso sapevano con chi
avevano a che fare e dove Evan fosse disposto ad arrivare per proteggere me. Era insensato pensare che
anche loro non avessero il loro asso nella manica, stavolta. Dopo un istante di silenzio, mi rivolsi a
Evan con un filo di voce. «Stava per succedere davvero?»
Non mi guardò nemmeno e aggrottò la fronte.
Sapeva già a cosa mi stessi riferendo, ma sentii l’esigenza di dar voce a quel pensiero, prima
che esplodesse nella mia testa. «Prima, io... ero sul punto di morire.» Non la posi come una domanda
limitandomi a lasciare la frase in sospeso.
Evan non rispose.
«Sei stato tu a riportarmi indietro.» Era una confessione, ma lui non lo sapeva.
«Lo so. Io ti ho guarito. Avevi battuto la testa con violenza contro il vetro.»
Deglutii.
«Nessun altro ce l’avrebbe mai fatta.»
Le sue parole mi sfiorarono appena, lasciando un brivido sulla mia pelle. Ma non era quello cui
mi riferivo. «No. Non intendevo questo.»
Evan mi guardò perplesso.
«È stata la tua voce. Io sono rimasta per te. In un certo senso è come se avessi scelto di farlo.
Avrei potuto lasciarmi andare, scivolare nel buio che mi avvolgeva cancellando il dolore e per una
frazione di secondo ho quasi desiderato farlo. Ma poi ho sentito ancora la tua voce.» Cercai il suo
sguardo. «Tu mi hai riportato indietro, Evan.»
Intrecciò le dita alle mie, stringendo forte la mia mano nella sua, mentre il suo viso veniva
oscurato da una maschera di tormento. «Tu non hai idea di cosa io abbia passato in quei cinque minuti.
Ho temuto davvero di perderti. Non hai idea di quanto io abbia sofferto, Gemma.»
A quel punto fui io a serrare le dita tra le sue con più forza. Poi un dubbio si fece largo tra le
certezze. «C’è una cosa che non capisco.» Tornai a sedermi al suo fianco. «L’ultima volta che è
successo, quando sono morta, temevi di non fare in tempo a riportarmi indietro, perché non eri lì a
proteggermi. Adesso eri con me, avresti potuto salvarmi in ogni caso... non è così?» Scrutai la sua
espressione.
«Non ero sicuro di riuscire a guarirti da solo. Le tue condizioni erano troppo gravi.»
Mi si strinse lo stomaco. Come era possibile quello di cui stava parlando, se adesso ero lì,
accanto a lui, senza nemmeno un graffio?
«Ce l’ho fatta solo perché tu non hai mollato. Finché il tuo cuore continuava a battere, avevo
una speranza di guarirti.» Evan deglutì, lo sguardo assente. «Se tu fossi morta, invece... non credo che
sarei riuscito a riportarti indietro da solo.»
Rabbrividii.
«Non hai percepito la sua presenza?» mi costrinsi a chiedergli, sforzandomi nel mantenere
ferma la voce.
«No», rispose, frustrato. «Ho abbassato la guardia. Ero troppo concentrato su di te, a proteggerti
dalle normali circostanze. Non potevo sapere che c’era lui. Finché non è stato troppo tardi.»
«Non avrei dovuto guidare», mi rimproverai.
«Sarebbe successo in ogni caso. Ho provato a impedire che l’auto sbandasse, ho tentato di
fermarla dominando l’aria, ma non ci sono riuscito. In circostanze normali, avrei preso il controllo
dell’auto ancora prima che minacciasse di sbandare. Non correvi alcun rischio. Non mi aspettavo di
trovare resistenza. È stato allora che ho capito cosa stava succedendo. Ma era già troppo tardi.»
«Cosa possiamo fare adesso?» La paura mi sferzava lo stomaco.
«Gemma, ascoltami bene. È importante che d’ora in poi tu stia sempre con uno di noi. Devi
essere costantemente sotto il nostro controllo, altrimenti non potremo proteggerti. Se non potrò esserci
io, qualcun altro resterà con te. Simon, Ginevra o Drake, non importa chi, sarai al sicuro con noi. Ma
non devi mai restare sola. Hai capito? Mai.»
«D’accordo», fu l’unica parola che riuscii a pronunciare.
«Che ci provi, adesso.» Nei suoi occhi balenò un lampo di sfida. «Sarò qui ad aspettarlo.»
Lo guardai per un istante, poi mi misi a smuovere la terra con le dita.
La pioggia cadeva lenta su ogni superficie, con un ritmo regolare, mentre ogni tanto qualche
goccia scivolava sulle foglie accanto a me, quasi a rallentatore, fino a librarsi brillando nell’aria.
I nostri sguardi erano persi al di là del lago, assenti. Poi Evan tornò a cercare la mia mano e
sorrise, come se per un istante avesse cancellato ogni cosa, come se volesse dimenticare tutto e andare
avanti, illudendosi che non fosse mai successo. Ma il problema non era ciò che eravamo riusciti a
superare o a cosa ero riuscita a sopravvivere.
Il problema era cosa sarebbe potuto ancora accadere.
Cosa mi sarei dovuta aspettare, da quel momento?
Decisi che non m’interessava.
Qualunque cosa avessi dovuto affrontare, Evan sarebbe stato al mio fianco fino alla fine, in ogni
minuto. Anche se sarebbe stato l’ultimo.
Questo mi bastava.
23
SEGNALI LATENTI
«Qual è la stagione che ti piace di più?»
La domanda di Evan mi sorprese. Non avevamo mai parlato del tempo. Sollevai lo sguardo sul
fogliame sopra di noi. Gli alberi erano ancora verdi, ma, nel giro di poche settimane, le cime di Lake
Placid si sarebbero arricchite di un bouquet di colori caldi.
Mi chiedevo se sarei riuscita a sopravvivere per vederle ancora...
Già dai giorni di ottobre, sulle foglie degli aceri da zucchero le sfumature rosse, arancio, gialle
si rincorrevano tra loro per tutta la foresta, incorniciando Lake Placid e dipingendo un meraviglioso
quadro di colori attorno alla riva dei laghi. Chiusi gli occhi e respirai profondamente, cercando
d’imprimere quel momento nella mia memoria per sempre.
«Tutte», risposi quando li riaprii.
«Tutte?» replicò Evan incuriosito.
«Sei sorpreso?»
«Pensavo rispondessi l’estate... o l’inverno», ammise, «come avrebbe fatto chiunque altro.»
«Ma io non sono chiunque altro», lo smentii, guardando la pioggia riversarsi sul lago.
«Lo so bene», replicò con un sorriso.
«Penso che la natura sia perfetta. L’inverno dura il tempo necessario perché io possa desiderare
l’estate e viceversa. Non potrei vivere in un mondo fatto solo da primavere o da estati. Ogni stagione ha
il suo profumo, i suoi colori, il suo incanto.»
Evan rise. Sembrava affascinato dalla mia spiegazione. «Davvero non c’è niente che
preferisci?!»
Ci pensai su, per pochi istanti. «Questo», gli rivelai, indicando con lo sguardo il paesaggio
intorno a noi.
Evan aggrottò la fronte. Sembrava esser passato un secolo da quando avevo rischiato di morire,
invece era trascorsa solo qualche ora. Il sole si preparava a tramontare dietro le nuvole, lasciando
filtrare solo qualche rivolo di luce più insistente.
«In che senso?» chiese smarrito.
«Parlo della pioggia estiva. Quando le stagioni si fondono tra loro. Mi piace sentire l’intenso
profumo che si sprigiona dalla terra bagnata.» Respirai a fondo l’aria fresca. «Anche i tuoni sembrano
avere un suono diverso, più confortante. Trovi che sia strana?»
Evan sorrise tra sé, ma io non avevo mentito. Avevo sempre avuto uno strano legame con la
natura. Come se facesse parte di me e viceversa. Quando ero piccola e mi arrabbiavo con i miei
scappavo nel bosco. Dopo qualche ora lì, dimenticavo tutto e tornavo indietro. Era come se la foresta
mi parlasse.
«Sei adorabile.» Si chinò a baciarmi la fronte mentre le mie dita smuovevano il terreno.
Ci lasciammo il tempo per riordinare le idee restando in silenzio per qualche istante.
Io continuavo a disegnare motivi senza senso sulla terra smossa, mentre Evan fissava un punto
indefinito al di là del lago. Per quanto lontano e assente fosse il suo sguardo, non era difficile
immaginare a cosa stesse pensando.
Le mie dita si strinsero meccanicamente attorno a un sassolino. Lo afferrai e ne studiai i
dettagli.
Era grigio e spigoloso. Allungai il braccio e lo lanciai in acqua.
Il sasso colpì la superficie del lago con suono delicato, un pluf armonico, sollevando qualche
schizzo d’acqua.
Ne intravidi un altro, accanto al mio piede, più piatto e regolare. Mi allungai per afferrarlo, ma
Evan lo raggiunse per primo e per un istante le nostre mani si sfiorarono. Mi sorrise con un’espressione
dolce e poi si alzò. «Vuoi vedere una cosa?»
Sollevai lo sguardo, mentre la pioggia, che ora scendeva con un ritmo più dolce, gli ricadeva sui
capelli scuri. Rimasi a guardare mentre Evan allungava la mano all’indietro con un movimento
studiato. Poi lanciò il sasso. Seguii la pietra con lo sguardo mentre rimbalzava sull’acqua.
Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Pluf.
Mi sfuggì un grugnito di ammirazione. Non avevo mai visto rimbalzare un sasso così tante
volte. In ogni caso, ero certa che, se fosse esistito un record di rimbalzo dei sassi sull’acqua, Evan
sarebbe stato in grado di superarlo con le mani legate dietro la schiena.
Si girò a guardarmi con aria soddisfatta.
«Solo fortuna», lo derisi, sarcastica. Il mio senso di competizione m’impediva di mostrargli
quanto fossi affascinata dalla sua performance. O più probabilmente si trattava del mio orgoglio. Io non
sarei mai riuscita a eguagliarlo, con ogni probabilità non sarei nemmeno riuscita a evitare che il sasso
sprofondasse al primo colpo. «Scommetto che non ci riesci una seconda volta», lo sfidai. Con i capelli
bagnati sulla fronte era bellissimo.
«Quante ne vuoi?» Evan raccolse subito la sfida, replicando con aria disinvolta.
Azzardai un numero impossibile: «Facciamo venticinque».
Sorrise, come se per lui non esistesse niente di più facile. Dio, quant’era bello il suo sorriso.
Non ero pronta a perderlo per sempre. Per un attimo, mi aveva fatto dimenticare il suo sottile modo
d’imbrogliare.
Evan poteva controllare gli elementi, evitare che il sasso sprofondasse nell’acqua, farlo
scivolare sulla sua superficie all’infinito, se solo avesse voluto, guidato dal soffio del vento. La mia era
una scommessa persa in partenza. Continuava a sorridermi mentre io traevo le conclusioni della mia
sconfitta prima ancora che la sfida iniziasse.
Quando si decise, tornò a darmi le spalle, serrò il sasso tra le dita e lo lanciò con decisione. Mi
sentii solleticare la nuca e scrollai le spalle, senza distogliere lo sguardo dal sasso.
«Stai a guardare», mi avvisò, il tono compiaciuto e un sorrisetto sulle labbra.
Non replicai, distratta da un formicolio che mi infastidiva la schiena.
«...Sette... Otto... Nove...» contava Evan. «Preferisci tenere tu il conto o vuoi che lo faccia io?
Dodici... Tredici... Quattordici...»
Con la coda dell’occhio, notai una macchia indistinta oltre la mia spalla e mi resi
improvvisamente conto che il formicolio scaturiva proprio da quel punto.
«... Diciassette... Diciotto...»
Il mio cervello aveva ridotto la voce di Evan a un brusio confuso. Ormai non gli prestavo più
attenzione, concentrata com’ero su quel tremito che avvertivo sotto pelle. Avevo la testa leggermente
inclinata all’indietro, quando la macchia si mosse fino a rientrare nel mio campo visivo.
Immediatamente il formicolio si estese a tutto il corpo, trascinato da un brivido che mi scosse
dall’interno, provocando un’ondata di terrore che mi percorse dalla testa ai piedi, lasciando solo gelo al
suo passaggio.
La macchia prese forma e divenne nitida.
Una tarantola.
Brividi. Avevo una tarantola sulla spalla.
«Evan...» Dalla bocca, mi era uscito un filo di voce spento. O forse lo avevo solo pensato. Avrei
voluto gridare, ma non riuscii a cacciar fuori nessun altro suono. Ero paralizzata.
I ragni erano sempre stati una delle cose che mi terrorizzavano e la consapevolezza di averne
uno così grande e peloso sulla spalla fu uno shock che mi bloccò tutti i muscoli del corpo.
«... Ventiquattro... Venticinque!» Evan non si era ancora accorto di niente e si voltò con un
enorme sorriso e l’espressione soddisfatta.
Quando i suoi occhi incrociarono i miei, ormai imploranti, il suo viso impallidì violentemente.
Per un istante, mi guardò come se non mi vedesse e rimase immobile, lo sguardo pietrificato
sull’animale.
«Ho... Ho una tarantola sulla spalla.» La voce mi tremava. La testa mi si riempì di mille
pensieri. Vecchi ricordi riaffiorarono all’improvviso.
«Non ti muovere», replicò Evan, cauto, quasi non volesse spaventare l’animale.
Mi prudeva dappertutto al solo pensiero delle sue zampe pelose sulla pelle, ma riuscii a trovare
la forza per non muovermi di un millimetro.
Il mio sguardo si fissò su quello di Evan, con un’espressione di supplica. Deglutii lentamente,
temendo che anche quel piccolo movimento dell’ugola potesse farla scattare.
Cercai di riportare alla mente quanto più sapevo sulle tarantole, benché il panico offuscasse i
miei pensieri. Per quanto riuscivo a ricordare, le tarantole non erano velenose. Ed erano nere, mentre
questa aveva il pelo marrone. D’altronde non ne avevo mai vista una dal vivo, per cui non potevo
saperlo con certezza.
Però ero certa che il loro veleno non fosse letale. Ma allora perché Evan aveva
quell’espressione sul volto, come se un puma mi stesse puntando?
«Non. Ti. Muovere.» Anche la sua voce si era ghiacciata. «Non è una tarantola.»
M’irrigidii. Qualcosa, nel tono delle sue parole, mi lasciò intuire che era peggio di quello che
credessi. Il mio respiro divenne improvvisamente irregolare. «Evan...»
«È una Phoneutria nigriventer.» La sua voce si spense, come se avessi dovuto sapere di cosa si
trattasse. «È un ragno velocissimo, aggressivo e soprattutto molto velenoso.»
Il cuore mi si strinse in una morsa d’acciaio e un impulso incontrollato mi fece tremare, benché
mi sforzassi di non muovere nemmeno un muscolo. Ma il panico mi soffocò il respiro quando il ragno
sollevò le zampe anteriori. Si preparava ad attaccare.
«Evan!» La mia voce era una supplica disperata, mentre le lacrime affioravano a riempirmi gli
occhi.
L’espressione di Evan si fece più dura. Il suo sguardo si concentrò sul ragno. In un istante mi
piombò addosso veloce come il vento e, con un unico movimento rapido, afferrò la bestia e la lanciò
dall’altra parte del lago, contro le cime lontanissime degli alberi, al di là dell’altra sponda.
Il mio corpo vibrò d’istinto, concedendosi un fremito di terrore. Non riuscivo ancora a respirare
e mi guardai le mani scoprendo che tremavano.
Evan si precipitò su di me con l’espressione preoccupata. «Ti ha morso?»
Scossi la testa, ma il mio sguardo si voltò inconsapevolmente a controllare.
«In natura, il ragno sa controllare la quantità di veleno iniettata nella vittima durante il morso e
regola la dose in base alle circostanze. Tuttavia qualcuno come me potrebbe indurlo a iniettare una
quantità di dose mortale per chi la riceve.» Evan sospirò, abbassando la testa. Quando la rialzò, il suo
sguardo era di fuoco. «Vive nelle foreste del Sud America», mi spiegò con tono greve, come se
quell’informazione potesse essermi utile.
In quel momento, mi sembrava del tutto irrilevante stabilire le sue origini.
«Non era qui per caso», specificò, soffermando lo sguardo sul mio.
La parte più sveglia del mio cervello colse le sue parole, facendomi rabbrividire.
Nessuno dei due voleva crederlo. Io stessa non avevo voluto vedere la realtà. La paura è come
un boomerang. Non importa quanto lontano riesci a scagliarla, tornerà sempre da te. A volte, ignorare
ciò che ci spaventa sembra la soluzione migliore, quando invece serve solo a farci colpire con una forza
ancora più devastante. Tuttavia non è una scelta, ma una difesa che il cervello aziona in automatico al
fine di proteggerci. Ero di nuovo braccata. Nessuno dei due aveva voluto accettarlo.
Evan non muoveva un muscolo. I suoi occhi si erano stretti a una fessura e scandagliavano gli
alberi con estrema attenzione, osservando ogni centimetro della foresta che ci circondava. Poi sembrò
concentrarsi su un punto in particolare, troppo distante perché i miei sensi potessero riuscire a
coglierlo.
In quel preciso istante, con lo sguardo fisso nella foresta, un angolo delle labbra di Evan si
sollevò e la sua espressione assunse un’aria arguta, minacciosa. Letale.
«Preso», sibilò appena. Poi scomparve nella foresta prima che potessi aprir bocca, sollevando
una ventata di polvere e d’aria gelida che mi penetrò fin nelle ossa.
Con una stretta al cuore che mi soffocava, rimasi a fissare attonita la direzione verso cui era
sparito, ma di Evan non c’era più traccia. Come se si fosse dissolto nel nulla.
Qualcosa tremò con violenza dentro di me. Evan si trovava con un altro Giustiziere, in quel
momento. Non un Angelo qualunque, non come Faustian.
Più preparato. Più consapevole. Più pericoloso.
Non riuscivo nemmeno a considerare l’idea che potesse accadere qualcosa a Evan. Faust non
sapeva cosa aspettarsi, ma di certo quest’altro Sotterraneo non era uno sprovveduto. Aveva sicuramente
adottato delle precauzioni e la consapevolezza che Evan corresse rischi a causa mia mi graffiava le
ossa.
Avrei preferito consegnarmi spontaneamente al mio sicario, piuttosto che mettere in pericolo
Evan. La sua vita era più importante della mia.
Mi agitai sul posto, vagando nervosamente con lo sguardo in cerca di una traccia, un segno,
qualsiasi movimento tra gli alberi sarebbe bastato, ma era tutto fermo. Evan sembrava scomparso,
come se la foresta lo avesse risucchiato. Il bosco taceva, ascoltando la mia disperazione.
Mi sforzai di trattenere le lacrime, ma a tratti riaffioravano a riempirmi gli occhi. A quel punto
non vedevo più niente, mi costringevo a ricacciare giù il magone e tornavo a concentrarmi per cercarlo.
Lontanissimo, un guizzo impercettibile mi scagliò il cuore in gola.
Non ero sicura di averlo realmente visto o se lo avessi solo immaginato, perché, quando
controllai, non c’era più niente che si muovesse in quella direzione.
L’ansia cresceva a ogni secondo impedendomi di pensare. Non sapevo più cosa fare...
Sarei voluta correre a cercare Evan, fin quando mi fosse rimasto fiato nei polmoni, ma non ero
certa che non avrei complicato le cose. In qualche modo ci riuscivo sempre.
Dovevo aspettare. Sì. Lo avrei aspettato con il cuore in mano, finché non sarebbe riapparso.
Sano e salvo. Non poteva andare diversamente, lui sarebbe tornato da me, ne ero certa.
Un altro movimento mi distrasse. Stavolta fui più veloce e lo intercettai prima che scomparisse
tra gli alberi. Due sagome scure. Due figure indistinte che sfrecciavano da una parte all’altra, come
lampi neri che attraversavano la foresta.
Era tutto così confuso e sfocato...
Mi sforzai di aguzzare la vista, ma erano troppo lontani e la luce troppo scarsa perché riuscissi a
distinguerne i tratti. Sembrava che uno dei due stesse inseguendo l’altro, ma non riuscivo a distinguere
chi fosse.
La pioggia mi incollava i capelli al viso. Poi però tirai un sospiro di sollievo.
Non era Evan a essere torchiato. Era lui a inseguire l’altro Sotterraneo. Non avrei saputo
spiegare con certezza da cosa fossi riuscita a intuirlo, ma sapevo di non sbagliarmi. Me lo sentivo
dentro. Mi sforzai di seguirli con lo sguardo, ma erano troppo veloci per il mio occhio umano e a tratti
li vedevo scomparire, per poi riapparire in qualche altro punto più distante della foresta.
Evan era sempre sul punto di raggiungere il suo avversario, che però riusciva a sfuggirgli. Era
troppo veloce, persino più di Evan. Era come se avesse paura di fermarsi e combattere contro di lui,
quasi temesse di affrontarlo. Ogni volta che Evan lo sorprendeva portandosi di fronte a lui, l’Angelo
spariva e a quel punto l’inseguimento riprendeva senza fine.
Era sempre più difficile riuscire a distinguerli e a tratti le loro sagome si mischiavano tra loro,
confondendomi.
Di tanto in tanto delle gelide ventate d’aria scuotevano gli alberi, giungendo fino a me, mentre
le foglie frusciavano al loro passaggio, ondeggiando sui rami fino a fermarsi. Cosa diavolo stava
succedendo?
D’un tratto non li vidi più.
Scossa da quel silenzio agghiacciante, avvertii un brivido che mi scosse fin nelle ossa, che mi
fece tremare come le foglie su quegli alberi un istante prima.
Spostai il peso da una gamba all’altra. Poi il mio corpo si mosse senza il mio consenso, in un
gesto dettato dall’istinto. O dal cuore, più probabilmente.
Un altro passo e un altro ancora, mentre il mio sguardo guizzava tra gli alberi in cerca di una
traccia, anche la più piccola. Solo quando percepii il respiro farsi più pesante, mi resi conto che stavo
correndo. Non avevo avuto più alcuna percezione dei miei muscoli, la mente si era chiusa intorno a un
unico pensiero e il corpo l’aveva seguita, alla ricerca disperata di Evan.
Un lampo di luce attirò la mia attenzione. Il mio sguardo guizzò in quella direzione, ma nello
stesso istante un’esplosione mi colpì al petto e mi scagliò per aria, strappandomi il respiro. Sbattei la
schiena con violenza contro un albero e ricaddi al suolo in stato confusionale.
Per un istante, fu come se i pensieri si fossero spenti.
Scossi la testa e sentii una fitta al petto. Un dolore che non aveva niente di fisico. Mi lacerava
dall’interno, schiacciandomi il cuore. Avevo l’impressione che qualcuno lo avesse stretto tra le mani.
Mi sentivo soffocare. Dov’era Evan? Cosa gli era successo? Affondai le mani nel terreno e strinsi i
pugni fino a farmi male, mentre le prime lacrime affioravano a rigarmi la pelle e la pioggia scivolava
sui miei capelli ancora imbrattati di sangue.
Non avrei saputo stabilire per quanto tempo rimasi immobile a tremare, accasciata al suolo. Non
avevo idea di dove si trovasse Evan, di cosa gli fosse successo o cosa fosse quella luce abbagliante.
Qualcosa era esploso all’improvviso. Troppo distante perché riuscissi a distinguerlo, ma abbastanza
potente da creare un’onda d’urto in grado di raggiungermi e travolgermi con violenza.
Accasciata al suolo, con i palmi e le ginocchia sulla terra bagnata, mentre le lacrime scendevano
silenziose sul mio viso macchiando il terreno come gocce di pioggia, tirai su con il naso e mi costrinsi a
ragionare. Ero sicura che nessuna esplosione, per quanto potente, avrebbe potuto uccidere Evan. Solo il
veleno di una Strega aveva questo potere.
Allora perché sentivo il cuore sbriciolarsi dentro il petto?
«Gemma.»
La sua voce risuonò con delicatezza al mio fianco, mentre la pioggia mi bagnava i capelli. Alzai
gli occhi di scatto. «Evan...» Un’onda di sollievo mi travolse con un’intensità maggiore dell’esplosione
che mi aveva colpito, pervadendomi tutto il corpo e cancellando ogni traccia di dolore.
Mi tirai su istintivamente e gli gettai le braccia al collo. Avevo quasi paura che fosse solo un
miraggio, una proiezione della mia mente in ansia. «Evan...» singhiozzai, le parole soffocate sul suo
petto.
Mi accarezzò i capelli, quasi fossi una bambina da confortare. «È tutto okay», sussurrò.
Per un istante, sperai quasi che avesse ucciso l’altro Giustiziere. Non sarei riuscita a sopportare
un altro momento come quello.
«Se n’è andato.»
Le sue parole provocarono una scossa che mi percorse la schiena. Dunque non era finita. Quella
non sarebbe stata l’ultima volta in cui Evan avrebbe corso dei rischi a causa mia. Lo strinsi più forte ed
Evan intuì la mia apprensione.
«Temevo che non saresti più tornato da me», mormorai, con una nota di disperazione nella
voce.
«Ehi...» Evan mi sollevò il mento perché lo guardassi negli occhi. «Io tornerò sempre da te.»
Soffocai ancora il viso sul suo petto e i suoi muscoli s’irrigidirono.
«Mmm...» si lasciò sfuggire a denti stretti.
D’istinto, allentai la presa e mi scansai immediatamente per guardarlo in volto, preoccupata. Le
sue labbra si erano serrate, ma tentò di forzare un sorriso scuotendo appena la testa.
Il mio sguardo allarmato fu più esaustivo di ogni altra parola.
«Non è niente», si affrettò a replicare.
«Evan...» bisbigliai piano abbassando lo sguardo sul suo addome. «Sei ferito!» esclamai
preoccupata. A un esame più attento notai lo strappo sulla sua maglietta verde, all’altezza delle costole,
che lasciava intravedere una consistente bruciatura, come se qualcosa avesse squarciato via il tessuto e
poi la pelle.
Avvicinai la mano, ma Evan si ritrasse al mio tocco malcelando una smorfia di dolore.
«Cos’è successo? Credevo che niente potesse ferirti...» indagai preoccupata.
«Abbiamo solo giocato un po’.» Accennò un sorriso beffardo. «Vieni.» Mi prese per mano.
«Andiamo in un posto più sicuro.»
Lo seguii tra gli alberi ripercorrendo la strada che mi aveva condotta fin lì. All’andata la
distanza mi era sembrata maggiore, ma probabilmente la disperazione mi aveva indotta a girare in
tondo, stordita dalla paura.
Gli alberi si aprirono di fronte a noi rivelandoci il nostro rifugio, a pochi metri di distanza.
Continuavo a lanciare occhiate al viso sofferente di Evan. Non avevo mai visto
quell’espressione sul suo volto ed era come se mi trasmettesse parte del suo dolore. Sebbene si
sforzasse di reprimerli, di tanto in tanto notavo lampi di dolore sferzargli gli occhi.
Il piccolo portone in legno si spalancò davanti a noi.
Evan continuava a guardarsi intorno con circospezione, benché tentasse di non darlo a vedere.
Quando la porta si richiuse alle nostre spalle, avvertii una strana sensazione diffondersi nella
mia testa. Fu come se una palla di vetro invalicabile mi avvolgesse. Una sfera di sicurezza che teneva
fuori il panico, il dolore, le preoccupazioni. All’improvviso non avevo più paura di niente, persino il
terrore di morire era scomparso. Era stato Evan a cancellarli, ne ero certa. Così come ero certa che, suo
malgrado, non fosse riuscito a scalfire nemmeno un po’ l’unico pensiero che mi annebbiava la mente,
l’unica cosa che davvero contasse per me. La ferita che sanguinava sul suo addome.
Avevo già visto altre lesioni sul corpo di Evan. Piccoli tagli, bruciature, graffi che in genere si
rimarginavano ancora prima che riuscissi a metterli bene a fuoco.
Quella ferita, invece, sembrava piuttosto profonda e non dava il minimo segno di
miglioramento. Mi chiedevo come fosse possibile.
Distolsi lo sguardo per un secondo e osservai il suo volto, approfittando di un istante in cui lui
non mi guardava. I capelli inzuppati gli ricadevano sulla fronte, scuri e ribelli. Anche i vestiti erano
completamente bagnati. Non meno dei miei, comunque.
Mi batteva forte il cuore anche solo a guardarlo.
«Ha un modo sottile di agire.» La sua voce dura mi strappò ai miei pensieri. «Vuole farlo
sembrare un incidente, persino a noi, come se non volesse esporsi personalmente.»
«Forse ha solo paura di te», suggerii.
Evan scosse la testa come se non ne fosse convinto. «Ci dev’essere qualcos’altro. Deve avere
un piano. Non riesco a spiegarmelo altrimenti.» Il suo sguardo era perso nel vuoto, come se stesse
ragionando ad alta voce. «Si mantiene sempre a una certa distanza, studiata perché io non possa
intercettarlo e accorgermi della sua presenza.» Il suo volto si irrigidì e una scintilla gli infuocò lo
sguardo. C’era qualcosa che non mi diceva, lo sentivo. «Ma starò più attento, d’ora in avanti.»
«Cos’è successo, esattamente?» domandai con cautela.
«Ho provato a raggiungerlo.» La sua voce tornò a spegnersi facendomi pentire all’istante di
averlo chiesto. «Ma non sono riuscito a prenderlo.» Evan distolse lo sguardo.
«Non importa, Evan», lo rassicurai immediatamente. «Tu come stai?» Allungai una mano verso
la ferita, senza toccarla.
«Non è niente», replicò in tono gentile.
«Evan, perché non sei ancora guarito? Credevo che le vostre ferite si rimarginassero in fretta.»
«Succede solo con quelle comuni. Le cose si complicano se chi ti ferisce non è umano. Quel
bastardo mi ha lanciato una palla di fuoco. Un’azione davvero estrema.» Lo sguardo di Evan era
pensieroso, ma la sua espressione ferma. «Non voleva uno scontro, non era sua intenzione uccidermi.»
Trasalii. «Ma non avrebbe potuto farlo... giusto?»
Evan rimase in silenzio per qualche istante. «No. Ma non sempre la morte è la pena peggiore.
Mi ha solo sfiorato e sono certo che lo abbia fatto di proposito.»
Un altro silenzio.
«Allora perché ti ha colpito?» domandai. «Evan, perché non ti ha colpito in pieno?» insistetti.
«Voleva scappare.» Di nuovo quello sguardo pensieroso. «E qui perdo il filo», rifletté ad alta
voce. «È davvero strano. Fin troppo strano. Ho avuto l’impressione che non volesse affrontarmi.
Continuava a sfuggirmi e non mi ha nemmeno permesso di vederlo in faccia.» Scosse la testa. «No, non
può essere...» mormorò tra sé, muovendo appena le labbra.
«Forse non vuole che tu lo riconosca», suggerii timidamente, «per... agire indisturbato.»
«Forse.» Il suo sguardo era ancora assente e pensieroso, come se avesse intuito qualcosa di cui
non era certo. «O forse no.»
24
IL CIELO IN UNA STANZA
«Ti fa male?» gli chiesi, sfiorando la ferita sul suo fianco sinistro. La maglietta fradicia gli
aderiva al corpo disegnandone il torace e lasciando intravedere la bruciatura che gli lacerava la pelle.
«Solo un po’», mugugnò al tocco della mia mano. Dal suo sguardo capii che mentiva.
Un fremito di freddo mi attraversò la schiena e rabbrividii, ricordandomi che ero ancora
bagnata. I vestiti sembravano essersi gelati sulla mia pelle.
«Hai freddo», dedusse Evan sottovoce. Le sue mani mi sfregarono le braccia, per riscaldarle
con delicatezza. Poi lui lasciò la presa e si avvicinò al muro, dove si apriva un camino in pietra. Alzò i
palmi contro l’incavo annerito e una scintilla vibrò tra i cumuli di legna. La stanza si rischiarò appena a
quel bagliore, mentre fuori il sole era già tramontato. In pochi istanti un fuoco divampò con vigore
all’interno del camino, emanando una ventata d’aria calda che mi fece trasalire. Rabbrividii ancora,
sciogliendomi alla piacevole sensazione di tepore sulla pelle.
Guardai Evan, affascinata, mentre il fuoco gli riscaldava il viso donandogli sfumature dorate.
Aprì la mano, con il palmo rivolto verso l’alto e, prima che potessi chiederglielo, qualcos’altro mi tolse
il fiato: un’altra scintilla, che nasceva da sotto la sua pelle, come un fuoco fatuo.
La luce bianca emanata dalla piccola sfera di cristallo brillò, argentea, sotto il mio sguardo
rapito. Evan la avvicinò al viso e la soffiò via.
La sfera luminescente si allontanò, esplodendo in una miriade di microscopiche scintille
diamantate. Piccole stelle che brillavano per tutta la stanza, fin quando non si fermarono sopra di noi,
fluttuando nell’aria.
Sollevai lo sguardo a contemplare quel mantello di stelle. Poi lo abbassai di nuovo su Evan.
Nessuno avrebbe potuto privarci di quel momento. Eravamo solo io e lui e l’universo intero
racchiuso in una stanza ci stava a guardare, brillando dall’alto. Non avrei rinunciato a quell’istante per
nient’altro al mondo. Non avrei desiderato essere in nessun altro posto. Se non lì, con Evan e il nostro
piccolo universo privato.
Non era la prima volta che vedevo una sfera di luce, ma vederne così tanti frammenti riuniti
tutti insieme mi faceva sentire come se fossi parte di qualcosa di infinitamente grande.
Evan mi guardava come se anch’io fossi una stella. La sua.
Mi sorrise, lo sguardo illuminato dal tenue bagliore e io non riuscii più a parlare.
Nel silenzio, Evan afferrò i lembi inferiori della sua maglietta e la sfilò da sopra la testa,
scrollando i capelli bagnati.
A quel gesto inaspettato, il cuore mi balzò in gola. La sua catenina militare tintinnò ricadendo
sulla canotta bianca, bagnata e incollata al suo torace, a mettere in risalto i muscoli delle braccia.
Mi avvicinai per esaminare la ferita, sfidando il mio autocontrollo, mentre le fiamme del
camino mi divampavano sul volto camuffando il rossore.
«Ti fa ancora male?» gli domandai ancora sottovoce, tornando a sfiorare la lesione che aveva
lasciato rivoli di sangue sul tessuto bianco.
Evan si ritrasse appena, soffocando una smorfia di dolore.
«Non puoi guarirti?» Non ero abituata a vederlo così vulnerabile.
«Non da solo», replicò, la voce resa incerta dal dolore che tentava di reprimere, «non è una
ferita umana.»
«Andiamo dagli altri, allora!» lo redarguii cercando il suo sguardo.
«No!» I suoi occhi scuri e selvaggi mi catturarono, stroncando il mio tentativo di condurlo dai
suoi fratelli, poi si addolcirono di colpo. «Voglio stare qui con te.» I suoi occhi, scuri e selvaggi, si
perdevano con intensità dentro i miei, promettendo di condurmi attraverso luoghi sconosciuti. «Sta
quasi guarendo, ormai», mi rassicurò a voce bassa, «devo solo fasciarla.»
Senza concedermi il tempo di un respiro, Evan afferrò la canotta sulla nuca e con un gemito se
la sfilò, scoprendo i pettorali. Un impulso elettrico mi colpì il cuore, per poi propagarsi allo stomaco e
nella gola, la sua pelle dorata che mi toglieva il respiro.
Strinse tra le mani la canotta bianca e, con un unico movimento deciso, la strappò, con la stessa
naturalezza con cui si strappa un foglio di carta. Il movimento tramutò i muscoli lungo le sue braccia in
un fascio solido e ben definito. Dalla stoffa ricavò una lunga striscia che io afferrai non appena intuii le
sue intenzioni.
«Lascia fare a me», bisbigliai, incoraggiandolo con lo sguardo.
Evan non replicò e lasciò la presa sul tessuto sollevando leggermente i gomiti per darmi modo
di fasciarlo, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. Benché fossi concentrata sulla ferita, sentivo il
calore dei suoi occhi addosso. Il mio cuore batteva talmente forte che temetti che lui potesse sentirlo.
Feci passare la benda attorno al suo busto, muovendomi con cautela e chiedendomi perché non riuscissi
a fare a meno di rabbrividire. Come se qualcosa fosse sul punto di cambiare per sempre. I miei
movimenti erano sempre meno veloci, rallentati dal suo respiro che mi soffiava addosso, sempre più
vicino. Un torpore caldo mi pervadeva la testa, ma sapevo che non proveniva dal camino. Annodai la
benda, incapace di sollevare lo sguardo e deglutii.
Non riuscivo a impedirmi di tremare. Non per il freddo, ne ero certa. Ma perché Evan era lì con
me e, come dotate di volontà propria, le mie mani avevano iniziato a muoversi sulle sue costole,
risalendo con estrema lentezza fino a sfiorargli il petto, mentre percepivo lo sguardo di Evan
costantemente su di me.
Sfiorai la sua pelle per un istante, trovandola incredibilmente calda. Evan mi sfiorò appena il
viso mentre mi spostava una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Alzai gli occhi per cercarlo, con una timidezza sconosciuta, e quando incrociai il suo sguardo
intenso fu come se lo vedessi per la prima volta.
«Dio, come sei bella», sussurrò lui dolcemente.
Il mio cuore perse un battito. Lo sentii tremare dentro il petto. Socchiusi gli occhi ed Evan
appoggiò la fronte alla mia. «Andrà tutto bene», sussurrò con un filo di voce. Annuii lievemente, senza
parlare.
Con una sola mano, Evan afferrò entrambe le mie, stringendole in una presa morbida.
«Vieni accanto al fuoco.» La voce risuonò più morbida persino del suo tocco. «Devi
asciugarti.»
Mi sfilai la maglietta con un filo di imbarazzo, ma Evan non mi guardò nemmeno mentre mi
sistemavo la canotta che nel frattempo si era sollevata.
Mi sedetti sul grande tappeto rosso ai piedi del camino. Evan si avvicinò e prese posto alle mie
spalle. Mi strinse le braccia attorno, come se volesse proteggermi.
Il silenzio della stanza si riempì solo dei nostri respiri. Un silenzio confortante e pieno di
promesse. Il mio sguardo si perse sul fuoco che ardeva fin sopra le nostre teste mentre ascoltavo il
crepitio della legna che bruciava.
«Mi dispiace per tutto quello che hai dovuto affrontare.»
«Non è colpa tua, Evan», lo smentii fermamente.
«Lo è. Non dovevo portarti nel mio mondo. Hai diciassette anni, dovrebbero essere gli anni più
belli della tua vita e...»
«Lo sono, infatti», lo interruppi in fretta. «Quest’anno», sottolineai, «è stato il più bello della
mia vita. Conoscere te. Evan, ho vissuto più io negli ultimi mesi insieme a te, di quanto sia concesso a
chiunque altro in un’intera vita.»
Lo sguardo di Evan si perse oltre il fuoco. «Quando ti ho salvata, ti è stata data una seconda
possibilità. È colpa mia se adesso ti danno di nuovo la caccia.» La sua voce assunse una sfumatura
incredibilmente sofferente. «Forse non avresti dovuto metterti con me.»
Mi sentii ghiacciare il cuore all’improvviso, come se al fuoco si fosse sostituito un iceberg
gelido e tagliente. Un freddo che mi pungeva le ossa. «Stai dicendo che avresti dovuto lasciarmi?»
Evan sorrise. «Non parlavo di me. Io non potrei mai farlo, mai. Riuscirei anche a uccidermi, ma
non potrei mai nemmeno pensare di lasciarti. È che... non dovresti essere costretta a subire tutto questo.
Mi dispiace, non so come tu faccia a sopportarlo.»
Le sue parole mi colsero di sorpresa. Davvero non sapeva che avrei corso mille rischi pur di
stare con lui? Mi voltai lentamente fino a incrociare il suo sguardo. «Affronterei tutto daccapo, Evan,
perché tutto questo mi ha portato a te. Conoscerti è stato devastante, ha sconvolto tutta la mia vita, ma
far parte del tuo mondo, stare con te è stata la cosa più bella che la vita potesse offrirmi», gli confessai
sperando che leggesse quel sentimento nel mio cuore.
«Non ti lascerò mai, Gemma.» Il suo sguardo mi sciolse per la sua temeraria dolcezza.
«Lo so, me lo hai promesso.» Per un istante mi concessi di tornare a quel ricordo, così poco
distante eppure già così lontano. Io e lui a sorvolare il cielo e a sfiorare le nuvole dimenticando il
mondo.
«Voglio dire che non lascerò mai che ti facciano del male.»
Appoggiai il mento sul suo braccio, all’altezza del bicipite, e lui mi strinse più forte.
«Penserò io a proteggerti.»
Era strano trovarsi lì con lui dopo tutto quello che era appena successo. Vivere quel momento
magico insieme a Evan cancellava ogni preoccupazione o tormento.
Quella mattina ero uscita di casa senza sapere a cosa andavo incontro, senza sapere che la morte
sarebbe tornata a cercarmi. Eppure, per qualche strana ragione, lì e in quel momento, non me ne
importava. Era stata una giornata lunghissima, piena di emozioni contrastanti, ma, per assurdo, riuscivo
a ricordare solo i momenti indimenticabili che avevo vissuto insieme a Evan. Il suo corpo caldo che mi
stringeva era l’unica sensazione cui volevo dare ascolto.
In quegli attimi di panico, c’era una cosa che avevo imparato e che non avrei mai dimenticato.
Che, anche quando fuori piove, il sole è sempre lì, dietro le nuvole, anche se non riesci a
vederlo. Non puoi mai dire con certezza quando tornerà a risplendere, ma nessuna tempesta può
oscurare il sole per sempre. Nessuna. Nemmeno quelle che hai nel cuore. Devi solo aspettare che un
soffio di vento le porti via e tutto tornerà a risplendere, anche dentro di te.
Ed era questo Evan per me, il mio soffio di vento.
Stavo fissando le fiamme che avevo di fronte quando sentii le sue labbra posarsi sulla mia
spalla. Quel contatto scatenò una scarica elettrica lungo la mia schiena.
Evan mi scostò i capelli con estrema cautela e il suo tocco mi fece rabbrividire ancora. Poi le
sue labbra mi sfiorarono di nuovo la pelle, muovendosi dolcemente dalla spalla... alla nuca. Piccoli,
caldi brividi si spandevano lungo tutto il corpo a ogni nuovo bacio. Chiusi gli occhi, mentre l’emozione
vibrava fino al cuore.
«Sai...»
Il suono che era uscito dalla mia bocca era appena udibile, ma sapevo con certezza che Evan lo
avrebbe sentito.
Mi voltai fino a trovare i suoi occhi. «Nonostante tutto, è stato il pomeriggio più romantico di
tutta la mia vita.»
Mi scostò i capelli dalla fronte e, senza mai lasciare il mio sguardo, li sistemò dietro le orecchie
sfiorandomi una guancia. Socchiusi gli occhi, lasciandomi travolgere dalle emozioni.
«Vorrei che non finisse», sussurrai ancora più piano.
Evan avvicinò il viso e mi accarezzò la guancia con la propria. «Non deve», sussurrò, con le
palpebre socchiuse, le labbra sul mio orecchio.
Il calore della sua voce mi solleticò la pelle, provocando una scarica incontrollabile che mi
folgorò tutto il corpo.
Dio, quant’ero felice... Avrei voluto fissare quell’istante nel tempo per sempre e rimanere
intrappolata lì con lui, nel nostro piccolo rifugio, nel nostro piccolo mondo, dove sarei stata al sicuro
per sempre.
Respirai a fondo e il suo profumo m’investì come la prima volta, poi la sua bocca scivolò
lentamente sul mio viso, sfiorandomi la guancia e poi le labbra con estrema dolcezza.
Chiusi gli occhi e assecondai il suo movimento, mentre il mio corpo si scioglieva come miele
caldo e la sua bocca bruciava sulla mia. Poi mi guardò e io mi persi nei suoi occhi intensi e neri come
la notte, mentre dentro di me sorgeva il sole, un sole che non sarebbe mai tramontato.
Ero in guerra contro il mondo, lì fuori, ma non mi interessava. Finché sarei rimasta lì con Evan,
sapevo che niente avrebbe potuto farmi del male.
Mentre Evan mi baciava con estrema dolcezza, la mano si mosse sulla sua pelle, come dotata di
vita propria.
Rabbrividivo a ogni movimento delle sue labbra sulle mie, a ogni sospiro, a ogni battito, con la
sensazione che si fondesse al suo.
Evan mi accarezzò la spalla e io lo seguii con lo sguardo, mentre la sfiorava fino a far scivolare
la spallina del mio top lungo il braccio. Poi la sua bocca si spostò dov’era appena passata la sua mano,
bruciandomi la pelle, mentre io trattenevo il respiro. Quando Evan si mosse risalendo lentamente sul
collo, chiusi gli occhi inclinando la testa e lo lasciai fare, assaporando il suo sapore fruttato, che mi era
ancora rimasto sulle labbra.
Sapevo cosa stava per succedere. Lo sapevamo entrambi.
Lo aveva intuito la mia pelle, nel fremito provato al suo tocco. Lo aveva intuito il mio sguardo,
nell’istante in cui aveva incrociato quello di Evan, in quel breve silenzio pieno di parole che era bastato
a farmi smarrire... l’aveva intuito il mio cuore che, più di ogni altra cosa, desiderava fondersi con il suo.
Ogni frammento di me desiderava quel momento e percepivo che anche Evan lo voleva con la
stessa intensità.
«Questo, più di ogni altra cosa, va contro ogni regola», gli sussurrai lentamente.
«Non c’è regola che non valga la pena di essere infranta per te. Non mi importa delle regole.»
La sua voce risuonò morbida e il suo sguardo bruciava nel mio, mentre la mano si insinuava tra i miei
capelli e la sua bocca tornava a cercarmi con più fervore.
Appoggiai i palmi a terra. Il tappeto si rivelò soffice, al tatto, quasi fosse fatto di piume. Le
nostre labbra giocarono a sfiorarsi tra loro, mentre il mio corpo scivolava impercettibilmente
all’indietro, senza che me ne rendessi conto, guidato da quello di Evan, sempre più vicino al mio.
Distesa sul tappeto, avvertii il respiro accelerare, mentre Evan mi guardava, sospeso sopra di
me, le mani posate ai lati della mia testa e la catenina militare che oscillava tra di noi.
Per un istante esaminai il suo corpo, la linea dei muscoli che si gonfiavano sulle braccia e sul
petto. Sfiorai il suo torace poi, inevitabilmente, il mio sguardo tornò sul suo, come un richiamo cui non
potevo oppormi, mentre la sua voce vellutata m’invadeva la mente. «C’è qualcosa, nei tuoi occhi, che
mi fa perdere la testa», sussurrò, con estrema dolcezza.
Capivo benissimo cosa volesse dire, perché anch’io provavo esattamente la stessa emozione.
C’era qualcosa, nel suo modo speciale di guardarmi. I suoi occhi così duri che si addolcivano solo per
me mi facevano perdere i sensi. Contro ogni ragione, mi faceva perdere me stessa.
Evan continuò a baciarmi, mentre con delicatezza mi slacciava i bottoni dei jeans. Non
desideravo nient’altro che lui.
Dolcemente, i vestiti di entrambi scivolarono via, fin quando non ci fu che la sua pelle nuda
sulla mia. Evan mi spostò i capelli e io mi sentii al sicuro.
In quel momento la sua voce risuonò ancora dentro di me, dolce come non mai: «Se solo tu
potessi vedere dentro di me, sentire cosa provo in questo momento...»
Quel pensiero risuonò nella mia mente con estrema intensità, la voce incrinata dal tormento e lo
sguardo incatenato al mio.
«Provo anch’io lo stesso», bisbigliai sulla sua bocca, quasi gli avessi appena rivelato un segreto.
Il mio amore per lui era incomprimibile, temevo che il cuore fosse diventato troppo grande e il petto
non riuscisse più a contenerlo.
Sollevai le mani e le abbandonai sul tappeto, sopra la mia testa. Il braccio possente di Evan si
allungò fino a raggiungerle e le strinse nella destra con una dolcezza sconfinata, mentre la sinistra
scivolava sul mio corpo, sfiorando appena il collo... poi il seno, lentamente. Accarezzò il ventre e poi la
sua mano scivolò fino ai miei fianchi, insinuandosi sotto la schiena.
Un filo invisibile mi stringeva il cuore, collegandolo al suo.
Mi sentivo travolta dalle sensazioni. Il suo odore, il contatto della sua pelle sulla mia, il tocco
delicato con cui mi sfiorava le labbra... sentivo la pelle bruciare sotto la mano di Evan, arsa in un fuoco
che nessuno avrebbe più potuto spegnere.
Lui chiuse la bocca sul mio collo, stringendo con più forza la mia mano nella sua, abbandonata
sul pavimento oltre la mia testa, mentre un soffio impercettibile spegneva improvvisamente il fuoco
accanto a noi e un’emozione devastante mi inondava con un’intensità inaspettata, come un’esplosione
interna che giungendo fino al cuore riempì ogni piccolo frammento del mio essere, sfaldandolo e
unendolo a quello di Evan, diventando un unico, inscindibile essere.
Evan era dentro di me.
Chiusi gli occhi e lasciai che quell’emozione mi attraversasse.
Fuoco, Terra, Paradiso, Inferno vorticavano dentro di me in un tumulto di emozioni.
L’universo mi aveva inghiottita nel suo infinito e vagavo alla deriva insieme a lui, intrecciati nel
nostro amore proibito. Nascosti a tutti, rifugiati in quel frammento di paradiso solo nostro, dove
nessuno poteva raggiungerci. Indissolubilmente legati, a gridare il nostro amore sottovoce.
Nessuno poteva sottrarmi a Evan.
La mia carne era la sua carne e il mio spirito si era fuso al suo come due metalli forgiati insieme
con il fuoco dell’amore in un solo, unico, inscindibile elemento.
Io ero sua. E lo sarei stata per sempre.
Evan, Gemma, io, lui... in quella notte si era tutto cancellato diventando noi, soltanto noi.
Niente avrebbe potuto privarci di quel momento. Due mondi che si univano in un’unica realtà, solo
nostra, dove nessuno avrebbe potuto scovare il nostro amore. Due metà perfettamente incastrate a
formare un’inscindibile entità, talmente salda da cancellare ogni traccia del punto di unione, talmente
profonda da permetterci di dimenticare dove iniziasse l’una e finisse l’altra.
Evan si muoveva su di me con estrema dolcezza, come se fossi un cristallo delicato. Le nostre
labbra assecondavano il movimento sfiorandosi con delicatezza in alcuni istanti, stringendosi con
fervore in altri. Non avevo mai immaginato che il cuore potesse reggere all’intensità di emozioni tanto
forti.
Sentivo il tocco delicato della sua mano sotto la schiena.
Non era mai stato tanto dolce.
Evan mi scostò una ciocca scivolata sul viso e indugiò con lo sguardo sul mio. Poi, dalle sue
labbra, la voce uscì con una morbidezza quasi sconosciuta. «Se il mio cuore potesse battere, in questo
momento impazzirebbe», sussurrò appena.
Osservai la curva morbida delle sue labbra piene mentre le avvicinava. Inclinai la testa per
offrirgli il collo e mi resi conto che la luce fioca e pallida che rischiarava appena la stanza proveniva
dalle sfere diamantate, che non erano più punti di luce fissi sul soffitto, ma oscillavano intorno a noi,
mosse dall’energia che ci univa, vagando lentamente e librandosi accanto ai nostri corpi, come lucciole
nella notte.
E io non mi sentivo più una singola particella nell’universo.
L’universo intero era dentro di me, racchiuso nel mio cuore così gonfio in quel momento, da
riuscire a contenerlo.
Percepivo un flusso di emozioni che fluivano da me a lui... e di nuovo a me, legandoci
indissolubilmente.
Era come se avessimo aspettato da sempre quel momento. Fare l’amore con Evan era così
intenso e irreale... E lui era così sicuro in tutto quel che faceva, eppure dolcissimo in ogni suo
movimento, in ogni singola carezza. In quel momento, come mai prima, sentivo di poter vedere dentro
di lui; come se entrambi avessimo percorso il sentiero che ci aveva condotto l’uno verso l’animo
dell’altra e adesso le due strade si stessero fondendo insieme in un intreccio inscindibile.
Più il tempo passava, più l’emozione si faceva intensa dentro di me, toccando corde che non
sapevo di possedere, mentre Evan mi sfiorava il seno con le labbra, bruciandomi la pelle al suo
passaggio. La sua bocca mi sfiorò l’orecchio e la sua voce fu un sussurro vellutato e caldo che mi
solleticò la pelle, facendomi rabbrividire: «Ti amo da morire».
Socchiusi gli occhi e l’emozione mi travolse.
25
CONNESSIONI SOTTO PELLE
Non avevo mai provato un’emozione tanto intensa in tutta la mia vita e sapevo con certezza che
niente avrebbe mai potuto eguagliare l’intensità di quell’istante. Mi ero sentita come se il cuore fosse
sul punto di esplodere.
Evan era disteso accanto a me e mi guardava come se mi contemplasse. Il fuoco nel camino era
tornato a scaldarci disegnando giochi di luce sui nostri corpi.
«E fu solo allora che l’Angelo vide il paradiso per la prima volta», sussurrò muovendo il dito
sul mio collo.
Lo guardai negli occhi, mordendomi il labbro per non lasciar sfuggire un sorriso. «Un Angelo
avventato e sconsiderato.»
«Morirei per te», mi contraddisse, fissandomi con intensità.
«Non provarci nemmeno», lo avvertii, e i suoi occhi mi sorrisero mostrando la rughetta che mi
faceva impazzire.
«Mio Dio, i tuoi occhi sono disarmanti», sospirò. «Quando ti guardo perdo ogni difesa e mi
sento come se potessi chiedermi qualsiasi cosa, perché so che la esaudirei.»
La sua bocca attirò il mio sguardo, ma mi costrinsi a tornare sui suoi occhi, soffocando
l’impulso di baciarlo. «Credevo che agli Angeli non fossero consentite certe trasgressioni», lo schernii
sussurrando sulle sue labbra, lo sguardo intrecciato al suo. «Il tuo codice morale non dovrebbe
impedirti di cedere a questo particolare tipo di tentazione? Non credevo vi fosse permesso vivere nel
peccato.»
Evan soffocò una risata. «Io credevo molte cose prima di conoscere te, ma tu hai sconvolto tutto
il mio mondo e non so più nemmeno chi sono, quando ti sto accanto.» Avvicinò il viso al mio e
sussurrò le parole sulle mie labbra: «Perdo la testa e niente ha più senso». Mi baciò la spalla nuda e la
sua voce morbida mi accarezzò il collo, vicino all’orecchio: «La mia etica mi dice che non dovrei
provare quello che provo, che dovrei reprimere certe sensazioni. Il mio istinto mi dice che potrei morire
se non le seguissi».
Appoggiai la fronte alla sua, frastornata dal suono vellutato della sua voce.
«Se non avessi nient’altro che te, avrei comunque tutto.»
Chiusi gli occhi e deglutii lentamente, persa nell’incantesimo del suo sguardo caldo e
penetrante.
Fare l’amore con Evan era stato un’esperienza ultraterrena e non perché lui fosse un Angelo, ma
per l’amore sconfinato che ci legava l’uno all’altra. Sentivo ancora l’energia fluire attraverso il mio
corpo. Mi sentivo in paradiso.
D’un tratto ricordai di quel momento in cui Evan mi aveva spiegato che il suo corpo percepiva
le emozioni con un’intensità maggiore rispetto a quello di un mortale. Non riuscivo a immaginare come
fosse possibile provare un’emozione tanto più intensa di quella che mi scuoteva ancora fin dentro le
ossa. Il mio corpo non sarebbe riuscito a sopportarla.
Evan mi passò una mano sui capelli reclamando la mia attenzione, mentre io faticavo ancora a
ritrovare la strada di ritorno da quella dimensione.
Mi bastò girare la testa per trovarmi di fronte al suo viso, i miei occhi nei suoi, mentre ancora
mi accarezzava la testa. «Tu, prima, hai detto di amarmi...» Fissai lo sguardo sul suo.
Evan sorrise. «Non ti era ancora chiaro, forse?» bisbigliò, giocherellando con una ciocca che
faceva oscillare avanti e indietro sul mio viso.
«Certo», sorrisi, «solo, credevo che non avresti mai usato quel termine. Pensavo lo trovassi...
come avevi detto? ’Superficiale’», lo stuzzicai, rievocando il discorso che mi aveva fatto qualche
tempo prima. Ma subito il ricordo dell’intensità con cui aveva pronunciato le parole cancellò ogni
traccia di scherno dal mio volto, mandandomi un’altra fitta al cuore.
«Non c’è niente di superficiale in noi o in quello che provo per te, Gemma.» La sua bocca si
avvicinò al mio orecchio. «Noi siamo fatti per stare insieme», sussurrò, «e nessuno potrà mai separarci.
Nemmeno la morte.»
Fece scivolare la mano sul mio ventre, con delicatezza, mentre con lo sguardo seguiva le linee
tracciate dalle sue dita, che si muovevano sui lembi delle culottes. Avanti e indietro. Io non riuscivo a
distogliere gli occhi dal suo viso, studiandone i contorni, osservando il modo in cui i capelli mossi gli
sfioravano la fronte, appena un po’ sopra le ciglia. Scuri come gli occhi, profondi come la notte.
«Come ti sei fatta questa cicatrice?» domandò, mentre accarezzava la striatura argentea sulla
parte più bassa del mio ventre, spostando appena il tessuto.
«Non è una cicatrice», gli spiegai. «Ce l’ho sin dalla nascita. Che strano...» Abbassai lo sguardo
sulla macchia per esaminarla. «... la ricordavo più sbiadita», confessai, stranita nel vedere il modo in
cui riluceva alla luce calda del fuoco. «Potrei farmi tatuare il tuo nome per coprirla.» Lo fissai con uno
sguardo di sfida. «Poi però dovresti farlo anche tu», lo schernii, sforzandomi di sembrare seria.
«Il tuo nome è già marchiato nel mio cuore», sussurrò dolcemente.
Evan mi sfiorò il palmo con il pollice e io ricambiai il gesto.
Adoravo quando lo faceva. Quel semplice tocco mi faceva perdere la testa. Poi con le dita mi
spostai sul suo polso e mi avventurai in una lenta esplorazione dell’avambraccio, studiando il suo
tatuaggio. Non avevo mai visto nulla di così affascinante e inquietante al tempo stesso. Le lettere erano
così piccole, che a stento si distinguevano le une dalle altre e se le si guardava da lontano sembravano
far parte di un unico disegno. Invece era composto da diverse linee, strani simboli che si rincorrevano
fino alla parte interna del bicipite. Da lontano, sembravano graffi lasciati da artigli affilati... o ancora,
assomigliavano a radici che si ramificavano sul braccio, come se volessero tenerlo prigioniero.
«Cosa sono questi simboli?» Deglutii, studiandoli attentamente, come se avessi potuto
decifrarli.
«È devanagari. Un alfabeto molto antico», mi spiegò. «Qualcuno pensa sia la lingua degli dei.»
«Sono piccolissimi.» Continuai a sfiorargli il braccio, inseguendo le linee sulla sua pelle, e lui
lo girò lentamente verso di me, lasciando che lo esaminassi. Per un attimo, guardammo entrambi le mie
dita che si muovevano su di lui.
Poi Evan mi fissò, gli occhi intensi nei miei. «È una mappa di ciò che siamo.»
Sfiorai i simboli al centro, che sembravano dar forma a tutti gli altri.
«Quello è apparso per primo», mi spiegò, tornando con la mente a quel ricordo. «Poi si è
diffuso in tutto il braccio.»
Gli toccai la pelle, immaginando il dolore che doveva aver provato, mentre il marchio dei figli
di Eva si imprimeva a fuoco su di lui.
«Yama...» sussurrò appena. «Colui che irrimediabilmente trattiene con sé, cui è affidato il
controllo e il trapasso delle anime da un mondo all’altro.»
Cercai i suoi occhi, ora accesi, come se aspettasse da tempo di rivelarmi ciò che c’era scritto.
«All’inizio non sapevo cosa fosse. È successo tutto così in fretta... È apparso il marchio, poi la
Strega... e dopo ho visto il mio corpo senza vita. Ho pensato di essere stato maledetto. E in parte è così.
Quando Simon mi ha trovato e ha fatto in modo che mi nutrissi, ho guardato il braccio e tutto mi è stato
subito chiaro: riucivo a leggerlo.» Aggrottò le sopracciglia, suo malgrado risucchiato da quel ricordo.
«Alcuni segni sono uguali per tutti i Sotterranei, altri definiscono chi siamo... i nostri poteri.» Dopo un
lungo istante, mi indicò una delle parole.
«Karmadeshabhuta. Vuol dire ’spirito che determina il destino’.»
Toccai quel segno, affascinata. Da esso prendevano forma altre cinque piccole linee. Mi spostai
con le dita, lentamente, fino a toccare la prima.
«Jala, acqua», mi spiegò Evan. Mi guardò e io mi mossi ancora, fermandomi sulla linea
successiva. «Teyas, fuoco», sussurrò, fissandomi la bocca, negli occhi il ricordo del fuoco che ci aveva
appena consumati. «Vayu, aria. Mentre questo è il potere della terra, Bhumi. Siamo spiriti della natura e
possiamo controllare i suoi elementi.» Spostò il braccio, perché le mie dita toccasssero una parola. «La
vita, Ayus.» Lo girò ancora, spostando l’attenzione su un’altra. «La morte, Mrty... Fa tutto parte di
essa.»
«E questo invece?»
«Questo si pronuncia Mantra, vuol dire ’liberare la mente’.»
Il fuoco danzava nel camino, illuminando la sua pelle abbronzata, i muscoli che si flettevano a
ogni suo movimento. Toccai un simbolo che sembrava più minaccioso degli altri ed Evan esitò un
istante.
«Amrit», mormorò, cupo. «Non morto.»
«Evan...» sussurrai, ma lui mi sorrise, ritrovando la serenità.
«Quest’altro ti piacerà. Svapna, indica il mio particolare potere di entrare nei sogni.»
«Svapna... hai ragione, mi piace.»
«È differente per ogni Sotterraneo. Drake ha il mutaforma, il simbolo per la trasformazione.
Simon quello del ricordo più profondo», mi spiegò, e poi indicò altri simboli. «Questi, invece, li hanno
tutti i Sotterranei. Guhya, nascosto. Tamas, oscurità. Pranama, obbedienza. Amrta, ambrosia. Jyotis,
luce. Naitya, eternità. Atmanas, anime. Moksha, salvezza.»
Gli accarezzai il braccio, lentamente, seguendo le linee all’interno del suo gomito.
Lui rabbrividì e chiuse gli occhi. Poi trasse un lungo respiro. «Bhoga», sussurrò, indicandomi
uno dei simboli. «Piacere dei sensi.» I suoi occhi scuri scavavano nei miei, rendendomi prigioniera.
Gli sorrisi e tornai a studiare il marchio, affascinata. «Cosa vuol dire questo segno?»
Evan tacque un istante, improvvisamente turbato. «Vyaya, perdita.»
«Vyaya», ripetei, sfiorandolo ancora, con un peso nel cuore. Rappresentava ciò che più
temevamo. Tracciai il segno con il dito, accorgendomi che i simboli che lo formavano si intrecciava
con un’altra parola, ma Evan mi anticipò prima che potessi chiedergli quale fosse.
«Abhaya, assenza di paura.»
«Vuoi dire che non hai mai avuto paura?»
«Mai. Finché non ho incontrato te.» Mi guardò con intensità e io sostenni il suo sguardo. Poi mi
lasciai sfuggire un sorriso.
«Stai dicendo che hai paura di me?» lo provocai, ammiccando, e lui mi attirò sopra di sé, solo la
biancheria a dividerci.
«Sto dicendo che l’idea di perderti è l’unica cosa che mi terrorizza», mormorò sulla mia bocca.
La sua mano si spostò sulla mia gamba e mi risalì la coscia, lentamente. Poi si strinse sul
fondoschiena, attirandolo contro di sé, e un brivido mi scosse dentro. «Kama», sussurrò guardandomi
negli occhi. «Desiderio.»
Inarcai un sopracciglio, gli occhi maliziosi, stordita dal calore della sua erezione premuta contro
di me. «C’è scritto ’desiderio’?»
Evan rise e si portò la mia mano sul collo, facendola scivolare fino al petto nudo. «No. Quello è
scritto qui.»
Sorrisi, per la sua provocazione. «Io credo che sia un po’ più giù...» lo punzecchiai. Poi fui
attratta dall’ultima parola, che si prolungava su per il bicipite. «E quest’altro?»
Evan sorrise e lo toccò, sfiorandomi il dito.
«Ananda, beatitudine. È ciò che fa sperare tutti i Sotterranei in una ricompensa... e nella
Redenzione», mi confessò.
Guardai il tatuaggio e per la prima volta scoprii che alcune non erano semplici parole, ma frasi,
legate le une alle altre in un unico disegno. Scivolai di lato, tornando a sdraiarmi accanto a lui e
l’espressione di Evan si intensificò, mentre recitava le parole, come un inno.
«Dev?n?? bhadr? sumatir?j?yat?? dev?n?? r?tirabhi noni vartat?m dev?n?? sakhyamupa
sedim? vaya? dev? na ?yu? pra tirantu j?vase.»1
«Certo, adesso è tutto chiaro», lo schernii sorridendo tra me.
Lui rise, sciogliendo la tensione. Poi tradusse: «’Coloro che seguono la retta via ottengono il
favore propizio degli Dei; noi abbiamo cercato l’amicizia degli Dei, che gli Dei ci facciano quindi
attraversare tutta la nostra esistenza affinché possiamo vivere’».
«Impressionante. È praticamente la via per la Redenzione!» esclamai.
Evan però non si scompose. «Già. Così dicono.» Si perse in una riflessione tutta sua, mentre in
me nasceva un nuovo dubbio.
«Quando ti sei accorto che io riuscivo a vedere il tuo tatuaggio?» gli domandai. Nessun mortale
vedeva il marchio, quando un Sotterraneo si manifestava. Solo io ci riuscivo, per ragioni che nessuno di
noi comprendeva.
«È successo a scuola, mentre mi osservavi di nascosto dal tuo banco. Hai guardato me e poi il
tatuaggio. Non riuscivo a crederci.» Scosse la testa, ancora affascinato da quella mia capacità. «È una
cosa talmente straordinaria.» Evan intrecciò le sue dita alle mie. Poi guidò le nostre mani verso l’alto,
guardandomi negli occhi. Eravamo sdraiati l’uno di fronte all’altra. Palmo a palmo.
«Lo sapevi che il palmo della mano è ricco di terminazioni nervose e collegamenti con tutto il
tuo corpo?» Mosse le dita e un formicolio si propagò lungo il mio braccio. «Da qui, posso sentire la tua
energia.»
D’un tratto mi venne in mente l’immagine di Drake che prendeva l’anima del ragazzo sulla
strada. Mi ero imposta di distogliere lo sguardo, ma non ero riuscita a trattenermi, così lo avevo visto.
Drake aveva toccato lo spirito del ragazzo e lui era svanito.
Dunque il loro potere di condurre l’anima attraverso i mondi risiedeva nelle mani?
«C’è... una cosa che ho sempre voluto chiederti», gli rivelai.
«Ti ascolto.»
«Come fai a... togliere la vita alle persone?»
Evan si prese del tempo per rispondere. Probabilmente non si aspettava quella domanda, visto
che evitavo sempre di parlarne. «È un impulso che sento dentro di me.»
«E... potresti mai uccidermi per sbaglio? Corro il rischio?»
«Peter ha corso diverse volte il rischio», mi confessò ridendo, e io lo colpii alla spalla, perché
non mi stava prendendo sul serio. «Anche Daryl Donovan. Lui sì che avrei voluto ucciderlo.»
«Per Daryl potrei capire, ha tentato di abusare di me alla festa del ballo. E poi c’è stata quella
volta alla festa di fine anno a casa di Jeneane in cui ti ha provocato. Ma... Peter! Quando?»
«Ogni volta che ti vedo insieme a lui», mi confessò, e alzò la testa per baciarmi. «Non sopporto
quando ti sta intorno.»
«Non puoi provare l’impulso di ucciderlo solo per questo!»
«Sì che posso. Non vuol dire che lo farò. A meno che non mi faccia davvero arrabbiare...» Rise
tra sé, poi tornò a guardarmi, con un lampo di malizia negli occhi. «Tu, invece, scateni in me un altro
genere di impulsi.»
«Che genere di impulsi?» La sua provocazione mi aveva distolto dalle minacce contro Peter.
«Te lo faccio vedere.» Ammiccò e mi bloccò sotto di sé, la sua bocca alla base del mio
orecchio.
Un brivido mi corse sulla nuca, e poi un altro ancora, come piccole scosse che mi solleticavano
il cuore.
Risi e lo trattenni per le spalle, ma lui continuò a baciarmi... e baciarmi.
«Evan... Come si dice ’sei in me’?» gli domandai, ricordando le parole che mi aveva detto ai
piedi dell’albero sacro.
Mi guardò negli occhi, scrutandoli attentamente. «Antar mayy as.»
«Antar mayy as», sussurrai, incantata.
«Yath? tvam mayy asi... Come tu sei in me», rispose, sostenendo il mio sguardo. Si portò la mia
mano sul petto e la catenina oscillò tra di noi. «Mama hrdi... Nel mio cuore.» Intrecciò le dita tra le mie
e mi strinse la mano, mentre un battito mi scioglieva il cuore. «Mam?tmani... Nella mia anima.»
Socchiusi gli occhi, perché Evan aveva espresso ciò che anch’io provavo.
Lui era dentro di me. Nel mio cuore. Nella mia anima.
Il tempo scivolava su di noi senza farsi notare, come un ladro silenzioso che a ogni istante si
portava via un frammento di quell’incredibile giornata.
Mi sentivo felice e, se il pensiero della morte mi sfiorava la mente, bastava che io incrociassi lo
sguardo di Evan per un istante perché tutto il resto scomparisse.
Dio, quanto lo amavo...
I suoi occhi profondi e scuri mi sfioravano l’anima ogni volta che il suo sguardo si posava su di
me.
Distesa sul tappeto, seguii l’istinto di sfiorargli i capelli. Il suo braccio mi cinse la vita e io
avvertii la pelle bruciare sotto la sua mano.
«Credi che potremmo passare la notte qui?» propose senza mai lasciare il mio sguardo.
La sua domanda improvvisa mi lasciò senza risposte. Avrei voluto accontentarlo, Dio solo
sapeva quanto avrei voluto, ma non potevo. «Mio padre mi ucciderebbe», replicai sorridendo.
Appoggiò le labbra sul mio collo, con estrema dolcezza, tentando di corrompermi. «Un rimedio
si può sempre trovare», suggerì tra un bacio lieve e un altro.
«Non penso che a Drake piacerebbe farci da ruffiano.»
Mi baciò ancora. «Sono sicuro che capirebbe. Voglio stare da solo con te.» Mi sollevai su un
fianco ed Evan mi sistemò i capelli dietro un orecchio. «Voglio baciarti finché non ti addormenti e poi
stringerti per tutta la notte, anche quando non puoi rendertene conto.»
«Solo questo?» Lo fissai di sottecchi ed Evan si lasciò sfuggire uno sguardo furbo. «Puoi
sempre venire da me, stanotte», gli proposi.
Nei suoi occhi passò una scintilla di rammarico, come se gli avessi riportato alla mente qualcosa
che non voleva ricordare. «È per questo che non vorrei lasciarti andare. Perché sarò costretto a tornare
alla realtà e a starti lontano.»
«Anche stanotte?» replicai, senza preoccuparmi di nascondere la delusione nella voce.
«Mi troverai accanto a te, al tuo risveglio», promise, «non ti accorgerai nemmeno della mia
assenza.»
Strinsi le labbra, soffocando il rammarico. Difficile credere che la sua assenza potesse passare
inosservata. Ogni volta in cui Evan mi lasciava da sola, gli incubi tornavano a tormentarmi e tutto ciò
che stavo vivendo, tutto ciò che mi sforzavo di reprimere durante il giorno si riversava su di me con
tutta la sua forza. Eppure non potevo fargliene una colpa.
«Però non voglio che tu rimanga da sola. Le cose sono cambiate e non possiamo permetterci di
correre rischi. Dormirai da me, Ginevra resterà con te mentre Drake prenderà il tuo posto.»
Annuii, sollevata. «Non ti accadrà niente», mi sussurrò sfiorandomi i capelli, «sei sotto la nostra
protezione.»
«Come faremo a tornare a casa?» domandai, allarmata dal ticchettio incessante della pioggia
sulle travi in legno del rifugio.
«Non preoccuparti. Ho già chiamato Simon con la mente. Sarà qui tra poco. Ho provato a
mettermi in contatto con Drake, ma non sono riuscito a trovarlo, dev’essere anche lui... da qualche
parte. Speriamo faccia in fretta.»
Cercai di non pensare alle parole che Evan aveva scelto di non pronunciare e provai a
sollevarmi, ma lui mi fece cadere sulla schiena e mi riportò sotto di sé.
«Dove credi di andare?» bisbigliò con lo sguardo furbo, sbarrandomi la strada.
«Credo che dovrei vestirmi, a questo punto», replicai.
«Ah-ah...» contestò. «E perché dovresti? Stai così bene così...» Mi baciò il collo e poi la spalla,
mentre le sue braccia tese si rigonfiavano ai lati del mio corpo stringendomi in una barriera.
«Il tuo profumo mi fa impazzire...» Un gemito sfuggì al mio controllo ed Evan sorrise sulle mie
labbra.
«Non uso mai profumi.»
Voltai la testa a destra e a sinistra, lentamente, sfregando il mio naso contro il suo per contestare
la sua affermazione. «Era la prima cosa che avvertivo quando arrivavi silenziosamente.»
La sua catenina oscillava tra i nostri corpi. La presi tra le dita e avvicinai il suo viso al mio,
lentamente, fin quando la mia bocca non gli sfiorò il lobo.
«Vuoi che Simon mi veda tutta nuda?» lo provocai bisbigliando le parole nel suo orecchio.
Indossavo solo le culottes e Simon sarebbe arrivato da un momento all’altro.
Evan scosse impercettibilmente la testa, sorridendo, e strinse le labbra. «Sai come corrompermi.
Mi dispiacerebbe uccidere uno dei miei fratelli», replicò a bassa voce, convenendo con me. Mi baciò
ancora e soffiò le parole sulla mia pelle. Tacque un istante, poi un lampo di serietà attraversò i suoi
occhi. «Ma per te sarei disposto a tutto.»
Appoggiai la fronte sulla sua e le nostre labbra sorrisero insieme, a poca distanza tra loro.
«Non credo che Ginevra potrebbe mai perdonartelo», lo avvertii.
Evan guardò per aria, fingendo di riflettere sulle mie parole. «In effetti no. Sono costretto ad
arrendermi», replicò dopo qualche secondo. A malincuore sollevò una mano dal pavimento, reggendosi
abilmente su un solo braccio. «Hai vinto tu», affermò, concedendomi una via d’uscita.
Infilai i vestiti con ancora il sorriso sulle labbra e il rumore ormai familiare della BMW spezzò
lo scroscio costante della pioggia, mentre Evan mi stringeva davanti alla porta, come se volesse
trattenermi lì con lui. Lo baciai e, per un istante, una terribile sensazione m’investì di colpo,
contorcendomi lo stomaco: una volta fuori, avrei dovuto fare i conti con la realtà. Non sapevo cosa
sarebbe potuto accadere varcando quella soglia e, come se non bastasse, Evan non ci sarebbe stato,
quella notte. Avrei dovuto affrontare i miei fantasmi da sola.
La morte mi attendeva dietro l’angolo.
Per quanto avrei potuto ancora evitare di scontrarmi con il mio destino?
Nessuno poteva saperlo. Nemmeno Evan.
La porta in legno si aprì, lasciando che una sferzata d’aria fresca mi colpisse il volto ancora
accaldato.
Respirai a fondo e varcai la soglia, riparandomi sotto il giubbotto che Evan reggeva sopra le
nostre teste, senza vedere bene dove mettessi i piedi, fin quando il rumore della pioggia non fu attutito
dalla tranquillità dell’abitacolo della BMW.
«Gemma», mi salutò Simon, lanciando un’occhiata ai miei vestiti sporchi di sangue.
«Simon», replicai con lo sguardo basso e un filo di imbarazzo.
Per qualche strana ragione arrossii, come se lui potesse leggermi in faccia cos’era appena
successo tra me ed Evan, anche se sapevo bene che non era possibile. Simon era sempre l’ultimo a
sapere le cose.
Era Ginevra quella che temevo. Mi rallegrai che Evan non avesse chiamato lei, anche se non
avrei potuto evitarla per sempre. Non ero sicura di riuscire a schermare i miei pensieri.
No, non ci sarei mai riuscita. Avrebbe saputo tutto non appena ci avesse visti.
Simon ed Evan si salutarono tra loro scontrando le nocche della mano destra. Poi Simon lo
guardò di sottecchi. «Qualcosa è andato storto? Dov’è la tua macchina?» domandò al fratello,
l’espressione seria.
Dal sedile posteriore, notai la mascella di Evan serrarsi improvvisamente. «Abbiamo un
problema più grosso della macchina», ruggì severo.
Simon rise apertamente. «Cosa può mai esserci di più importante, per te?»
Evan si voltò a guardarlo e l’espressione di Simon cambiò drasticamente, gli occhi sbarrati in
preda al panico.
«L’hanno trovata», bisbigliò, agghiacciato, senza lasciare lo sguardo di Evan. Poi tornò a fissare
la strada, l’espressione assente, mentre Evan stringeva i pugni talmente forte che le sue nocche
divennero bianche.
Nell’abitacolo calò un silenzio improvviso. Per tutto il tragitto si udì solo il ticchettio della
pioggia sul parabrezza.
Quando Simon spense la macchina in garage, nessuno si mosse per qualche istante, nel silenzio
più assoluto, ognuno sprofondato sul proprio sedile.
Fu Simon a parlare per primo: «Hai già un piano?»
«Non ancora», mugugnò Evan, burbero.
«Dobbiamo dirlo agli altri.»
Evan annuì. «Gemma non deve mai restare sola.» I suoi occhi si girarono a cercare quelli di
Simon.
Il tono della sua voce non lasciava dubbi. Era un ordine.
I loro sguardi rimasero intrecciati per un altro istante, facendomi intuire che nel frattempo la
loro conversazione era proseguita.
Simon confermò in fretta il mio sospetto. «Non succederà», rispose, alla domanda che non
avevo udito. La sua voce era ferma e non lasciava spazio a perplessità. Non era difficile immaginare a
cosa Simon si riferisse ma, quando si fu allontanato, non riuscii a trattenere l’impulso di chiederlo a
Evan.
Scesi dall’auto e mi appoggiai alla portiera, aggrottando la fronte. «Cosa gli hai detto?»
domandai timidamente, provando l’immediata e imbarazzante sensazione di essere stata troppo
invadente. I miei occhi vagarono nervosi per tutta la stanza, ma il disagio scomparve non appena Evan
mi prese gentilmente il volto tra le mani, appoggiandosi a me e spingendomi contro la portiera.
«Solo che devono proteggerti. A. Ogni. Costo.»
Qualcosa nei suoi occhi mi lasciò intuire che non era tutta la verità. Così come sapevo che mi
aveva esclusa dalla sua conversazione segreta unicamente per non turbarmi.
Mi accontentai della sua spiegazione sebbene, per quanto si fosse sforzato di nascondermela,
conoscevo già la sua vera risposta. Le parole riecheggiavano dentro di me, come se le avessi udite
realmente.
Non voglio perderla.
Camminai stringendo la mano di Evan con un unico pensiero nella testa. Ginevra.
La sentivo quasi fremere, nella stanza accanto al garage, come se mi stesse aspettando lì, dietro
la porta, ansiosa di sapere i dettagli. Ormai la conoscevo fin troppo bene.
O forse era solo il riflesso della mia paura a turbarmi.
Evan sembrò percepire il mio nervosismo e mi strinse la mano più forte, mentre un sorrisetto gli
lambiva le labbra, suggerendo che ne aveva intuito il motivo. «Non preoccuparti, non sarà così
terribile», tentò di rassicurarmi, senza successo.
Il cuore prese a pulsarmi sulle tempie, sempre più veloce man mano che ci avvicinavamo.
Evan abbassò la maniglia e la porta si aprì.
«Dopo di te», sussurrò.
Osservai con circospezione il salone. Sembrava vuoto.
Stavo per riprendere fiato, quando una chioma dorata ondeggiò sulle scale. Ginevra.
Vidi il suo piede fermarsi, arretrando sull’ultimo gradino con una mano appoggiata alla
ringhiera.
Sentii un tonfo al cuore quando il suo sguardo si fermò sul mio. Mi sentivo sotto esame, la
stessa sensazione di quando il professore fa il tuo nome quell’unica volta in cui non hai studiato.
Perché diavolo dovevo sempre essere così emotiva?
La bocca di Ginevra si aprì appena e l’espressione indecifrabile sul volto mi fece desiderare che
la terra si aprisse e mi inghiottisse all’istante. Poi il suo sguardo si appuntò su Evan e su di me, mentre
io mi sforzavo di sembrare disinvolta e schermare i pensieri, senza risultato.
Erano passati all’incirca tre secondi.
«Oh...» Richiuse la bocca, con espressione compiaciuta. «C’è stato un cambio di programma, a
quanto pare.» Continuava a tenere lo sguardo fisso sul mio e io mi sentii completamente nuda.
Evan rise a bassa voce, poi il suo sguardo divenne duro. «Gin, non c’è bisogno che ti spieghi
niente. Io sono stato chiamato, purtroppo.» Si girò verso di me come se volesse scusarsi. «La lascio
nelle tue mani», sentenziò, severo, gli occhi che ardevano in quelli della sorella.
Ginevra annuì, ma Evan non sembrava ancora convinto che lei avesse colto l’importanza delle
sue parole.
«Non. Deve. Restare. Sola.»
«Tranquillo», replicò Ginevra, spensierata, e il suo sguardo guizzò sul mio. «Ci divertiremo un
sacco.»
L’espressione di Evan si distese e il suo sguardo sembrò rilassarsi.
Mi baciò lievemente sulle labbra tenendomi il viso tra le mani. «Tornerò presto», mi sussurrò.
Annuii ed Evan fece per andarsene.
Un attimo prima di scomparire si voltò verso Ginevra. «Mi raccomando...» Le fece l’occhiolino.
«... non torturarla.»
Sul volto della sorella si distese un ampio sorriso. «Questo non posso promettertelo», esclamò
alla parete vuota. Evan era già svanito.
Mi passai nervosamente una mano tra i capelli e abbassai lo sguardo, avvertendo l’imbarazzo
riaffiorare con prepotenza. Ginevra piombò su di me come un uragano afferrandomi le mani, in un
battito di ciglia mi trascinò su per le scale fino alla sua stanza, e fu come se la vedessi esplodere di
entusiasmo. «Per Lilith! Che aspetti?! Devi raccontarmi tutto!» esclamò, impaziente. Aveva
un’espressione innocente ed entusiasta che per un attimo mi riportò alla mente Peter.
La porta della sua stanza si chiuse dietro di noi.
«Sstt...» le intimai, perlustrando la stanza con lo sguardo.
«Scusa! Com’è successo? Voglio. Sapere. Tutto!»
Non ero abituata a parlare di me. Non mi era mai piaciuto. Il suo sguardo impaziente si
aspettava una risposta. Perché si aspettava una risposta? Non le bastava mettere completamente a
soqquadro i miei pensieri? «Cosa dovrei dirti che tu non sappia già?» replicai, goffa.
«Andiamo...» mi incalzò, «non era mai successo niente del genere! Immagina di essere l’unica
ragazza in un club di soli uomini per così tanto tempo!»
Aprii la bocca per parlare, ma la richiusi in fretta. Non potevo replicare. I suoi occhi si accesero,
in attesa, mentre lei si sedeva sul letto al mio fianco. Cosa avrei potuto dirle?
Abbassai gli occhi. Non ero del tutto certa del colore sulle mie guance in quel momento.
«È vero, so sempre tutto. Più di quanto la gente vorrebbe che io sapessi, ma a volte è piacevole
sentirsi semplicemente dire le cose, è piacevole se qualcuno sceglie in tutta libertà di condividere con
te i suoi pensieri», confessò, l’espressione improvvisamente angelica per corrompermi.
La guardai di sottecchi in un tacito rimprovero. «In questo caso non è che io abbia esattamente
scelto di dirtelo. Non mi sembra che tu mi stia lasciando molta scelta...» provai a farle notare.
«Dettaglio trascurabile! Dai, per favore...» replicò, e mi prese le mani, divenendo seria.
«Cos’hai provato?» Attendeva, fissandomi con uno sguardo intenso. Non curioso, solo complice. Come
facevo a spiegarle cosa avevo provato? Non riuscivo nemmeno a concepirlo. Come potevano le parole
esprimere qualcosa di così intenso e profondo?
Quel pomeriggio con Evan era solo nostro, una parte di me non voleva cederne nemmeno un
pezzetto, né condividerlo con nessun altro, ma, in quell’istante, sentii una strana pressione dentro il
petto. Il mio legame con Ginevra spingeva perché l’accontentassi. Avevo un’amica, finalmente. No,
Ginevra era più di questo per me. Avevo una sorella.
«È difficile riuscire a spiegarti quello che ho provato», le confessai. «Mi sembrava di esplodere
e sciogliermi allo stesso tempo. E lui...» Arrossii e mi sentii di nuovo accaldata. «Evan è stato
incredibilmente dolce.»
Ginevra mi concesse un sorriso carico d’orgoglio. «Sono davvero felice che tu faccia parte della
famiglia. Evan è così diverso da com’era un tempo... ed è solo merito tuo», mi rivelò, accendendo la
mia curiosità.
«Davvero?» esclamai di colpo.
«Non lo immagini nemmeno. Pensa a un soldato, un guerriero fiero, un giustiziere implacabile e
avrai un’immagine precisa di com’era Evan prima di conoscere te. Hai acceso una nuova luce nei suoi
occhi. Lo hai riportato in vita. Non lo avevo mai visto così prima.» La sua voce si fece più cupa, come
se i suoi pensieri, nel frattempo, si fossero concentrati su qualcosa conservato nella mente. Un ricordo.
«Quando ho trovato Evan e l’ho guardato per la prima volta negli occhi, aveva un’espressione smarrita
che non dimenticherò mai, come se sentisse di aver perso tutto, persino se stesso. Con il tempo è
scomparsa, sostituita da un velo duro e impenetrabile, ma succedeva che, a volte, quella parte di lui
riaffiorasse dietro la corazza. Tu hai cancellato per sempre quell’espressione smarrita dal suo sguardo,
ed è come se lui avesse finalmente trovato il suo posto. Quando lui ti ha incontrata, leggevo la sua
disperazione perché non capiva cosa gli stava succedendo. In fondo al mio cuore, sapevo come sarebbe
andata a finire sin dall’inizio, perché in lui ho riconosciuto il tumulto di emozioni che mi ha travolto
quando ho incontrato Simon», mi svelò. Poi sbuffò, divertita dai suoi stessi pensieri. «E non pensavo
davvero che potesse esserci un briciolo di romanticismo in lui. Mio Dio!» esclamò, divertita.
«Parliamo dello stesso Evan? È la persona più dolce che io abbia mai anche solo sperato di
conoscere.»
«Solo con te», replicò svelta. «È sempre stato un duro, un combattente. Non si fermava mai
davanti a niente, ma con te è diverso... Persino il modo in cui ti guarda è...»
«Speciale?» provai ad anticiparla.
«Unico», replicò Ginevra.
«È quello che provo anch’io per lui», le confessai. All’improvviso non mi sentivo più in
imbarazzo e affrontare quella conversazione con Ginevra mi sembrava del tutto normale, addirittura
confortante. Quando lei si sporse in avanti per abbracciarmi, fu naturale e istintivo per me ricambiare il
suo gesto. A quel contatto provai la più strana delle sensazioni. Lo stesso formicolio che si avverte
sotto pelle dopo aver preso la scossa.
Avevo tutto. Tutto quello che si potesse desiderare. Perché il destino voleva portarmelo via?
Cos’avevo sbagliato per meritarlo? Forse era il prezzo da pagare. La mia vita, in cambio di tutto ciò che
mi era stato concesso. Non potevo lamentarmi. Non era forse un equo scambio?
«Evan non poteva scegliere di meglio», affermò Ginevra sciogliendo l’abbraccio.
«Gwen...»
Ginevra sgranò gli occhi, inducendomi a interrompermi.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?»
«No, è solo che... una delle mie sorelle usava sempre quel nome. Nessuno mi aveva più
chiamata in quel modo. Ma non fa niente, davvero.»
«Oh, scusami! Io non potevo saperlo.»
«No, va bene, sono felice. Puoi chiamarmi così quando vuoi. Cosa stavi per dirmi?»
«Volevo solo dirti grazie», replicai. «Per tutto. È la prima volta che mi sento finalmente parte di
qualcosa.»
Ginevra sorrise, maliziosa. «Come prima volta direi che non ti è andata male. Un Angelo
dannatamente innamorato di te, una Strega e due Giustizieri disposti a tutto pur di proteggerti. Conosci
una comitiva migliore?»
Sorrisi. «No. Non ne conosco nessuna.» Mi passai distrattamente una mano tra i capelli. «Che
ne dici se continuiamo più tardi? Avrei proprio bisogno di una doccia», le confessai, perché d’un tratto
mi sentivo stanca. Volevo sentire l’acqua calda sulla pelle, sui muscoli del collo, sulla schiena...
Concentrarmi solo sui miei pensieri e rimanere da sola per rivivere nella mia mente quel pomeriggio
incredibile; ricordi indelebili che mi provocavano un sorriso non appena riaffioravano. Le mani di Evan
sul mio corpo, la sua bocca incollata alla mia, il suo calore su di me... dentro di me.
«Oookay...» m’interruppe Ginevra guardandomi di sottecchi. «Credo di aver sentito
abbastanza.»
Arrossii di colpo, intuendo che mi ero abbandonata ai ricordi più di quanto avrei dovuto in sua
presenza.
«Ti sei meritata i tuoi cinque minuti di privacy», sorrise mestamente.
Privacy? Aveva idea di cosa fosse? Sorrisi tra me scuotendo la testa. «Cinque minuti?! Perché
non facciamo venti?!» mi ribellai, sperando acconsentisse.
«Sai già dov’è il bagno.» Si alzò, camminando verso la porta. «Ho già preparato tutto.»
Battei le palpebre, stranita. «E quando, esattamente?»
Ginevra sorrise afferrando la maniglia. «Adesso.» Mi lanciò un’occhiata furba e sparì oltre la
parete, lasciando la porta socchiusa.
Ogni volta che Ginevra sorrideva in quel modo, i suoi occhi si stringevano in modo
incredibilmente sexy. Avrei voluto avere anche la metà del suo fascino. Ginevra era bellissima e il suo
carisma si percepiva a distanza. Quasi si potesse toccare.
Mi alzai dal letto e raggiunsi il bagno.
La stanza sembrava quasi una grotta. Le pareti erano rivestite con pietre color sabbia di diverso
spessore, mentre il pavimento era di Rain Forest Green, un pregiato marmo indiano dal fondo verde,
sul quale le ramificate venature marroni e avorio ricreavano l’effetto della foresta. In fondo, tre gradini
conducevano alla Jacuzzi a incasso, immersa nella roccia, che brillava non appena la luce dei faretti la
colpiva.
Anche la parete alle spalle della vasca era in pietra, più scoscesa rispetto alle altre e con degli
spigoli più sporgenti da cui sgorgava l’acqua, ricreando l’effetto di una cascata selvaggia.
La stanza era illuminata da candele, a eccezione di qualche faretto sopra la vasca.
Il vapore aveva già inondato la stanza, liberando nell’aria un aroma speziato.
Per un attimo pensai di non immergermi nell’acqua che Ginevra aveva preparato per me prima
ancora che glielo chiedessi, preferendo la doccia in vetro al centro della stanza, più pratica e familiare,
ma il suono delicato della cascata era troppo invitante perché ignorassi il suo richiamo, e decisi che non
sarebbe stato giusto rifiutare le premure di Ginevra.
Mi avvicinai alla nuvola di vapore e lasciai cadere i vestiti sul pavimento. Tastai l’acqua con un
piede, trovandola bollente. Decine di bolle borbottavano sulla superficie, lasciando che un delicato
aroma floreale si diffondesse nella stanza.
M’immersi completamente.
Il sollievo fu immediato. Il calore mi pervase sin dentro le ossa.
Dio, che sensazione.
Rilassai la testa all’indietro e chiusi gli occhi, per abbandonarmi ai ricordi.
Miei e di Evan.
26
SENTIMENTI VIOLATI
La sensazione di calore sulla pelle era troppo piacevole perché decidessi di uscire dall’acqua,
che veniva mantenuta a temperatura costante.
Avevo completamente perso la nozione del tempo. Tuttavia non potevo costringere Drake a
sostituirmi solo perché io potessi rimanere nella loro vasca tutta la sera, sentivo di approfittarne già
abbastanza e, mio malgrado, mi costrinsi a uscire.
Afferrai il telo rosso adagiato accanto alla vasca. Ginevra aveva pensato proprio a tutto. Lo
avvolsi attorno al corpo e frizionai i capelli.
Mi abbassai per afferrare i vestiti, ma una sferzata d’aria fresca mi fece rabbrividire
all’improvviso. Sollevai la testa di scatto e notai che il vapore defluiva verso l’esterno.
Qualcuno doveva aver aperto la porta.
«Gin, sei tu?» indagai, incerta, mentre m’infilavo le scarpe. La stanza sembrava vuota.
«Non ti ha insegnato nessuno a chiudere la porta a chiave?»
Trasalii per l’imbarazzo. «Drake!» Non ero sicura di che colore fosse diventato il mio volto. Di
certo Drake era l’ultima persona che mi aspettassi di vedere.
«Scusami», continuò lui in tono gentile mentre si avvicinava, «non volevo essere invadente. A
volte Ginevra lascia la porta aperta. Sai com’è fatta. Pensavo non ci fosse nessuno, non potevo
immaginare che ci fossi tu.»
Mi sistemai i capelli nervosamente dietro l’orecchio. «No, no», balbettai a disagio, «non devi
scusarti, è casa tua. È colpa mia se non ho chiuso a chiave.» Davvero non lo avevo fatto? Sviai lo
sguardo, incapace d’incrociare quello di Drake, che nel frattempo si era portato di fronte a me.
Adesso che conoscevo la sua storia, era come se lo vedessi per la prima volta.
Avevo sempre pensato a Drake come quello divertente, il fratello spensierato e spaccone che
non prendeva mai nulla sul serio. Ma conoscere il suo passato, sapere cosa aveva perso, mi aveva
permesso di vederlo sotto una nuova luce e, in qualche modo, mi sentivo più vicina a lui di quanto non
lo fossi mai stata, come se il sentimento che lo legava a Evan d’un tratto lo legasse un po’ anche a me.
Poi, da qualche parte dentro di me, trovai il coraggio per incrociare il suo sguardo e trasalii.
C’era qualcosa di diverso nei suoi occhi, una scintilla che non avevo mai visto, ma che non
riuscivo a decifrare in nessun modo. Forse sapeva già quello che io avevo scoperto su di lui solo di
recente?
La spessa porta in legno si chiuse con un leggero tonfo.
Provai a dire qualcosa, ma mi uscì solo un balbettio incomprensibile. Poi, dopo qualche
tentativo, ritrovai il controllo di me stessa. «I-Io... Credo che sia meglio che io vada, adesso.» Lasciai la
frase in sospeso e lo superai a testa bassa.
La sua mano mi afferrò il polso a una velocità che non mi aspettavo e mi attirò a sé con
decisione.
Il mio cuore mi mandò un messaggio disperato, ma era troppo tardi.
La sua bocca era già sulla mia, morbida e schiusa sulle mie labbra serrate.
Lo respinsi con violenza e mi stupii quando lasciò la presa senza protestare.
«Cosa diavolo ti è preso?» gli urlai contro, indignata.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Com’era potuta accadere una cosa del genere? Un attimo
prima mi perdevo tra i ricordi del magico pomeriggio trascorso insieme a Evan e quello dopo Drake mi
stava baciando?
La sua espressione si fece improvvisamente furba e un lampo di malizia attraversò i suoi occhi.
«Credevo che lo volessi anche tu.»
Sentii la rabbia montare fino a bruciarmi la pelle. «Cosa?! Mio Dio. No!» Mi coprii la fronte
con le mani portando indietro i capelli. «Drake, ti rendi conto di quello che hai fatto? Diamine, non
t’importa di Evan?!» Il mio sguardo ricadde d’impulso sul suo collo. Non c’era nessuna piastrina.
Possibile che avesse frainteso i miei sguardi di compassione? Possibile che provasse per me sentimenti
così diversi da quelli provavo io? «Non t’importa di Evan?» ribadii scandendo accuratamente le parole.
Che abbia dimenticato persino la sua Stella? pensai, ma non osai dirlo ad alta voce.
Ciò che trovavo più strano era il suo sguardo. Drake non sembrava affatto preoccupato.
Divertito, piuttosto. Quell’espressione sul suo volto m’irritava, alimentando la mia rabbia.
Come poteva ignorare così freddamente l’affetto per il fratello? Possibile che non fosse corrisposto? O
ancora peggio, che Evan non se ne fosse mai accorto?
«Non c’è nessuno che abbia importanza per me.»
La voce fredda e implacabile di Drake mi fece accapponare la pelle, mentre lo sguardo duro
ardeva sul mio.
Qualcosa attirò la sua attenzione alle mie spalle, in direzione della porta.
Mi voltai per controllare, ma non c’era nessuno. Aggrottai la fronte, confusa.
«Drake, se pensi che...»
Le mie parole si persero nella stanza vuota perché, quando mi voltai, Drake non c’era più. Era
scomparso, lasciandomi da sola e con il cuore che mi martellava in petto.
Conoscevo bene la natura di quel sentimento. E riuscivo a pensare a un solo termine per
definirlo.
Senso di colpa.
«Gemma, hai finito?»
La voce di Ginevra, che mi chiamava dalle scale, mi fece trasalire.
«Ho sentito dei rumori, è tutto a posto?»
Io fissavo il vuoto davanti a me, pietrificata. Incapace di trovare una risposta.
«Gemma?» Ginevra entrò lentamente dalla porta mentre il mio sguardo si era perso sul
pavimento.
Quando percepii la sua presenza di fronte a me, sollevai la testa e incrociai i suoi occhi.
Le bastò un attimo per sapere tutto, per conoscere ogni dettaglio.
In un istante, il gelo si frappose tra di noi.
Ginevra continuava a fissarmi con gli occhi sgranati, senza dire una parola, mentre il mio cuore
non aveva ancora smesso di galoppare. «No. È impossibile», sibilò con un filo di voce.
Era attonita. Ma non era l’unica, nella stanza.
La fissai con rammarico, per confermarle tutto. Perché, per quanto sembrasse assurdo,
impossibile o inaspettato, per quanto io stessa faticassi a crederlo, era successo davvero. Drake mi
aveva baciata.
«Non... Non è così grave», intervenni in fretta per sminuire la faccenda. Non volevo si creassero
fratture a causa mia.
«Evan non la vedrà allo stesso modo.»
La sicurezza con cui Ginevra aveva pronunciato quelle parole mi mandò nel panico. Il mio
sguardo allarmato scattò sul suo.
«Devi dirglielo», sentenziò in tono glaciale.
Un fiume di parole si riversò fuori dalla mia bocca a una velocità incredibile: «No! Non puoi.
Non posso dirglielo. Lo devasterebbe!»
«Ma-Tu-Devi-Dirglielo.» Ginevra scandì le parole una alla volta, come se si fosse resa conto
che il mio cervello non poteva assimilarle tutte insieme, in quel momento.
«Non voglio distruggere quello che c’è tra loro.» Nella mia voce, rammarico, indecisione e
frustrazione lottavano per avere la meglio.
«Non sei tu a distruggerlo. È stato lui, un momento fa.»
«Tu non capisci!» sibilai, sgomenta. Come potevo dirlo a Evan senza distruggere il rapporto che
c’era tra loro? Ripensai allo sguardo di Drake quando mi aveva detto che per lui non c’era nessuno che
contasse e una scossa mi bruciò lo stomaco. Avevo percepito da tempo ormai il cambiamento di Drake,
le occhiate furtive che ci lanciava. Il fatto che Evan avesse incontrato me doveva aver risvegliato in lui
antiche sofferenze, ricordi dolorosi. Non riuscivo a trovare una spiegazione migliore.
Era concesso a tutti sbagliare. Il suo bacio per me non aveva avuto alcun significato ed ero certa
che Drake fosse già pentito e che il suo fosse stato solo un gesto avventato.
«Questo non cambia la gravità di quello che ha fatto ed Evan deve saperlo. Se non lo farai tu,
glielo dirò io», mi avvertì Ginevra senza un filo di esitazione.
«No. D’accordo, ma lascia che sia io a dirglielo», replicai, incerta. Non ero convinta che fosse
la soluzione migliore. Del resto, il gesto di Drake non aveva suscitato in me alcuna emozione, fuorché
rabbia; il suo bacio non aveva avuto alcun valore. Dentro di me, speravo solo che Evan riuscisse a
capirlo e a perdonare il fratello per un così stupido gesto.
Non c’era altro modo per definirlo.
Ripensai alla notte che mi aspettava e un brivido mi scosse. A quel punto, l’idea di rimanere a
dormire in casa loro sfumava di colpo. Drake non avrebbe più potuto prendere il mio posto. Ero
costretta a rientrare a casa, dove sarei stata in pericolo.
«Tranquilla», mi rassicurò in fretta Ginevra, rispondendo ai miei pensieri. «Credi che ti lascerei
mai da sola?»
«Lui dov’è?» le domandai, pensando a Drake.
«Non lo so. Non lo percepisco e non sento nemmeno i suoi pensieri. A dire il vero, è da un po’
che mi sfugge. È come se fosse un fantasma, ultimamente», rifletté ad alta voce.
«Ma prima non lo hai sentito? Quando era nel bagno insieme a me. Prima che succedesse,
intendo. Perché non lo hai fermato?»
«Ero di sotto con Simon. Ci allenavamo in palestra. La stanza è insonorizzata, ricordi?
Purtroppo ha effetto anche sulla mia mente. In qualche modo, scherma il suono dei pensieri e poi...» –
sorrise tra sé – «... facevamo un bel po’ di rumore di sotto, se capisci cosa intendo. Quando ho sentito
qualcosa di strano sono corsa subito da te. A ogni modo non è più qui. Puoi rilassarti.»
«Rimarrai tu, stanotte, insieme a me?» chiesi, anche se conoscevo già la risposta.
Invece Ginevra mi smentì. «Non posso», si scusò con rammarico.
«Cosa? Perché?!» le domandai, nel tentativo disperato di farle cambiare idea.
«Se ti succedesse qualcosa, io non potrei guarirti. È meglio che ci sia Simon con te. Fidati.
Arriverò in un lampo se dovessi intuire qualche problema. Posso sentire i suoi pensieri anche da qui, se
mi concentro, mentre lui non potrebbe sentire i miei.»
«Ma mi sentirò terribilmente a disagio!» piagnucolai, proprio mentre Simon ci chiamava dalle
scale.
Ginevra avvicinò le labbra al mio orecchio. «Non preoccuparti. Non ti accorgerai nemmeno di
lui. Non ti farà pesare la sua presenza. Sarà lì solo per proteggerti.»
Simon, fermo sulla porta, ci guardò con espressione smarrita.
Ginevra colse al volo la sua reazione alle nostre espressioni. «Ti spiegherò più tardi. C’è un
cambio di programma, per stasera», disse.
«Vuoi dire che non vuoi più la rivincita?» scherzò lui sorridendo.
«Ma è una fissazione, la tua?!» la schernii, esterrefatta.
Ginevra mi guardò di sottecchi e mi parlò sottovoce, come se bastasse perché Simon non la
sentisse: «Sta mentendo, sa benissimo che l’ho battuto io».
Il soffitto della mia stanza mi appariva così estraneo, lontano mille miglia da quello che in
pochi mesi era diventato il mio nuovo mondo.
La villa di Evan era diventata un rifugio ancora più confortante della mia stessa casa.
O forse era la sua assenza a far sembrare la mia stanza così fredda e vuota.
Continuavo a rigirarmi tra le coperte in preda all’agitazione. Non riuscivo in nessun modo a
prendere sonno. Ripensavo al volto di Drake, così vicino al mio... al fervore con cui mi aveva stretta a
sé, come se gli appartenessi. In quei pochi istanti, avevo avuto l’impressione di non averlo mai
conosciuto, di non sapere nemmeno chi fosse. Eppure era sempre Drake, il fratellone spensierato di
Evan, l’unico che non si preoccupava mai di nulla... Cosa diavolo gli era saltato in mente? Perché mi
aveva baciata? Forse ciò che più mi faceva arrabbiare era che quella notte avrei dovuto pensare
unicamente all’incredibile pomeriggio trascorso insieme a Evan. Perdermi nel ricordo di noi due, stretti
tra mille lucciole di luce, a fare l’amore come in un sogno. Invece non riuscivo a concentrarmi su
nient’altro che non fossero Drake e il suo sguardo feroce mentre stringeva le sue labbra contro le mie.
Per un istante, fui sollevata che Ginevra non si trovasse lì, ad ascoltarmi.
Non riuscivo a credere che Drake mi avesse baciata.
Come se non bastasse, non riuscivo a trovare le parole adatte per spiegarlo a Evan. Ma solo
perché non esistevano parole adatte. Eppure dovevo farlo. Sapevo di non avere nessuna colpa per
quanto era successo, ma perché allora mi sentivo così responsabile se il loro rapporto rischiava di
incrinarsi per sempre? Dove avrei trovato il coraggio per dire a Evan che il suo migliore amico gli era
stato infedele? Come potevo evitare l’irreparabile?
Certe cose si fanno in due, ne ero consapevole, ma dentro di me non mi sentivo per niente
complice del gesto di Drake. Io non avevo tradito Evan, da quel punto di vista. Quando ami davvero
qualcuno, non puoi immaginare di desiderare nessun altro che non sia la persona amata.
Sentii le palpebre appesantirsi e provai un’ondata di sollievo. Addormentarmi avrebbe
finalmente attutito l’eco assordante di quei pensieri logoranti.
Un altro battito di ciglia, più morbido e lento.
Sapevo che Simon era lì, anche se non lo vedevo, e la sua presenza mi faceva sentire al sicuro.
D’un tratto la luce dell’abat-jour si affievolì fino a scomparire e il buio inghiottì i miei pensieri.
«Buona notte, Simon», mormorai muovendo appena le labbra.
«Buona notte.» Un sussurro si levò nella stanza buia, ma io dormivo già.
27
PREMONIZIONI
L’aria era gelida e mi tagliava la pelle come una lama affilata. La sentivo sulle guance, mentre
il calore usciva dalla bocca in una nuvola di fumo.
Non sapevo da cosa stessi scappando o dove fossi diretta, ma correvo e correvo, schivando gli
alberi che mi sfilavano davanti sempre più lentamente. Ero stanca e il mio corpo era sul punto di
cedere.
Eppure una vocina nella mia testa mi impediva di fermarmi. Sapevo che se lo avessi fatto
sarebbe stata la fine. Qualcuno mi stava seguendo, ne avvertivo la presenza. Sentivo il suo respiro tra
gli alberi.
Senza rallentare il passo, mi guardai alle spalle.
Non vedevo nessuno, ma io sapevo che lui era lì per uccidermi.
Quando tornai a voltarmi, la luce era cambiata, divenendo improvvisamente più forte. Poco
dopo capii che non c’erano più le folte chiome degli alberi a schermarla. Mi ero lasciata la foresta alle
spalle.
Rallentai, rendendomi conto di essere già stata in quel posto.
Aggrottai la fronte nel vedere l’auto di Evan sul ciglio della strada. Continuai ad avvicinarmi,
nervosa, mentre percepivo che qualcosa non andava. Quando fui abbastanza vicina, il cuore mi balzò
violentemente in gola perché la parte anteriore dell’auto era accartocciata contro il guardrail sfondato.
Mi portai le mani alla bocca.
La Ferrari era distrutta.
Mi avvicinai di corsa, disperata e con una stretta che mi bruciava il petto.
Il cuore batteva in sincrono con i passi che si rincorrevano veloci sull’asfalto.
Più mi avvicinavo, più una terribile sensazione di terrore mi attanagliava lo stomaco.
Poi mi bloccai.
Camminai verso il lato del guidatore. I vetri erano dappertutto. Li sentivo scricchiolare sotto le
scarpe.
C’era qualcuno nell’auto. Mi avvicinai ancora, sgomenta, mentre il cuore mi pulsava nelle
tempie con un ritmo sfrenato e discontinuo.
Poi riconobbi la testa immobile riversa sul volante e sentii tutto il sangue in corpo defluire
violentemente verso il basso.
Era Evan.
Non riuscivo più nemmeno a respirare e mi sforzavo di non svenire. Osservai le linee rosse che
rigavano il volto di Evan e che si riversavano sull’asfalto in una pozza scarlatta.
Sentii tremare ogni muscolo. Piccoli spasmi irrefrenabili che mi gelavano il sangue.
Non poteva essere vero.
Il dolore mi atterriva. Mi sentivo devastata, prosciugata, al punto che nemmeno le lacrime
trovavano la strada per uscire, perse in quel tormento senza fine.
Tesi la mano tremante verso di lui e lo spinsi contro lo schienale.
La testa gli ricadde indietro scoprendo il volto e io mi sentii attraversare da una scarica
potentissima di emozioni. Ma il sollievo prevalse su tutti, quando misi a fuoco il viso imbrattato di
sangue.
Non si trattava di Evan. Era Drake.
Il dolore sparì con la stessa velocità con cui mi aveva colpito, lasciando il posto a confusione e
smarrimento.
D’un tratto sentii un sussurro alitare nell’aria e sfiorarmi l’orecchio. Un dolce suono, simile a
un profondo respiro.
Mi lasciai distrarre, estraniandomi da tutto il resto. Era come se mi riempisse, come se fosse in
grado di trascinarmi via da lì.
Poi mi ricordai di Drake e scossi la testa, ma qualcosa di strano mi turbò, quando tornai a
guardarlo. Feci un passo indietro, confusa dalle vecchie lamiere grigio scuro che avevano preso il posto
della Ferrari.
Il suo corpo era bruciato e annerito nel suo aereo di guerra. Il sangue gli copriva il volto e
imbrattava i residui di vetro rimasti attaccati alla lamiera. La mano serrata attorno alle due piastrine
che portava al collo.
No. Non era morto. Il suo corpo tremava ancora, mentre le sue labbra si muovevano appena.
«Ste... Stella», sibilò appena, e io mi sentii ghiacciare il cuore. Poi il suo corpo si accasciò,
senza vita. L’intera fiancata era ricoperta di spari, più di quanti ne avessi mai visti.
Un odore acre e metallico mi riempì le narici.
Mi guardai intorno, stordita, e lo sentii ancora, quel sospiro.
Era come se fosse dentro di me, lo avvertivo in ogni fibra del mio essere, come se mi
appartenesse.
Una parte di me sentiva di riconoscerlo.
Alitava il suo soffio su di me, quasi fosse una presenza tangibile, concreta, tanto che voltai la
testa per inseguirlo.
Poi il mio sguardo si fermò di colpo su quello di una donna che mi fissava immobile.
Trasalii sentendo ancora quel suono: era il mio nome, avvolto in un sussurro vellutato.
Proveniva da dentro di me. Era nella mia testa. Nei miei pensieri. Nelle mie viscere. Quel suono era
ovunque.
Incrociai lo sguardo blu elettrico della donna per qualche istante, mentre un soffio di vento
faceva ondeggiare i suoi lunghissimi capelli neri.
Emanava un’energia così intensa e ipnotica che mi accorsi solo dopo qualche istante delle
centinaia di corpi riversi sul terreno, ammucchiati l’uno sull’altro sulla sabbia arida che si estendeva
sotto i nostri piedi.
Ovunque guardassi, cadaveri senza vita giacevano immobili.
«Nàyade...»
Il mio nome risuonò ancora tra i miei pensieri, come una melodia dettata dal vento.
La donna era ancora lì, immobile, a fissarmi con i suoi occhi di ghiaccio, eppure al tempo stesso
confortanti.
Un gemito mi distrasse improvvisamente. Il mio pensiero corse a Drake e mi voltai d’istinto per
cercarlo, ma fu come se qualcuno mi avesse pugnalato al cuore.
L’aereo era scomparso, insieme a Drake. Al loro posto, c’erano di nuovo le lamiere contorte
dell’auto di Evan. Stavolta, però, al volante c’ero io, immersa in una pozza di sangue.
Provai a respirare, ma l’aria rimase intrappolata nella gola e singhiozzai.
Tremando come una foglia, mi avvicinai, per assicurarmi che non fosse vero, che quella non
fossi realmente io. La guardai, scossa da violenti spasmi di terrore. E sentii ancora quella voce
sussurrare il mio nome. Io però, attonita e devastata, non riuscivo a distogliere lo sguardo dal viso che
avevo di fronte.
Il mio stesso viso, imbrattato di sangue.
Di colpo sbarrò gli occhi, facendomi sobbalzare.
Provai a lanciare un urlo, ma ero già nella mia stanza, il respiro affannato. Al ricordo di tutto
quel sangue, mi portai la mano alla fronte, perché la sentivo bagnata. Controllai le dita, che tremavano
sotto il mio sguardo terrorizzato, temendo di trovarle scarlatte, ma i polpastrelli erano solo imperlati di
sudore.
Allora perché il cuore continuava a battermi così forte? Perché, oltre alla mia morte, dovevo
sognare anche quella degli altri? Respirai a fondo e mi convinsi che si era trattato solo di un altro
incubo.
Mi succedeva sempre, quando Evan mi lasciava sola.
Il buio oltre la finestra mi mise in allarme e controllai la sveglia, scoprendo che erano ancora le
quattro del mattino.
In altre circostanze, quell’informazione mi avrebbe sollevata, perché voleva dire altro tempo per
dormire. Quella notte, invece, l’idea di chiudere gli occhi mi terrorizzava. Mi aspettava un altro incubo,
ne ero certa. Nonostante tutto, mi sentivo così stanca...
Mi agitai ansiosamente tra le coperte senza riuscire a riprendere sonno. Poi notai una luce fioca
appena sopra il comodino e ricordai che doveva esserci Simon, da qualche parte lì nella mia stanza, a
vegliare su di me, e quel pensiero riuscì in qualche modo a tranquillizzarmi.
La sua voce risuonò sul soffitto, come se mi avesse sentito: «Tutto bene?»
«Ho avuto notti migliori.»
Lo sentii sorridere nell’oscurità.
«Mi dispiace che non ci sia Evan al mio posto», confessò, con sincero rammarico.
«No, va bene», mi affrettai a replicare, «non è colpa tua se lui non c’è.»
In realtà, per quanto Evan mi mancasse, ero felice che la sua famiglia fosse così protettiva verso
di me. Apprezzavo dal profondo del mio cuore che Simon fosse lì, disposto a scontrarsi con il mio
nemico, pur di proteggermi.
«Ti sei agitata tutto il tempo.» Simon tacque a lungo, facendomi pensare che avesse lasciato la
frase in sospeso, poi invece riprese: «Io posso proteggerti, ma non posso fare niente per i tuoi incubi.
Non posso aiutarti per quelli».
Dal dispiacere che trapelava dalla sua voce, dovevo essermi agitata proprio tanto.
«Neanche quelli sono a causa tua, non devi dispiacerti», replicai, sperando di cancellare il suo
senso di colpa.
La risposta di Simon mi colse di sorpresa: «Anche lui vorrebbe essere al mio posto. Non è
neanche colpa sua se non è qui».
«Lo so.»
«No, forse non lo sai, invece. Conosco molto bene Evan, c’ero anch’io quando lo abbiamo
trovato e da allora siamo sempre stati insieme.» Si fermò per più di qualche secondo. «Quello che
facciamo...» Si bloccò. Sembrava in difficoltà. Poi un movimento nella penombra attirò la mia
attenzione e mi voltai di scatto verso la finestra. Simon era in piedi, lo sguardo rivolto oltre il vetro.
Osservai il suo profilo celato dall’oscurità mentre cercava le parole. «Capisco che potrebbe sembrarti
una cosa spaventosa ma, se la guardi dalla giusta prospettiva, in realtà non è poi così terribile.» Si voltò
verso di me. «Il nostro compito è liberare lo spirito dal corpo dentro cui è intrappolato, così che possa
tornare al posto cui appartiene. Gli umani vedono la morte come la fine di tutto, anch’io lo ero e
ricordo bene quella sensazione. Invece non lo è. Non per voi. È solo l’inizio.»
Tornò a guardare fuori mentre io l’ascoltavo in silenzio. Non avevo mai esteso la sofferenza di
Evan agli altri suoi fratelli. Anche loro erano condannati allo stesso destino, ma né Evan, né tantomeno
Simon avevano motivo di lamentarsi. Non quanto Drake, almeno. Solo, condannato sulla terra per
sempre, costretto a rinunciare alla donna che amava, Stella. Doveva essere terribile per lui.
Quel pensiero mi riportò alla mente la sera precedente e senza preavviso un brivido mi folgorò
la schiena. Come potevo togliergli l’unica cosa che gli restava, l’affetto della sua famiglia?
Scossi la testa, tentando di scacciare quel pensiero. Avrei voluto riprendere il filo del discorso,
ma fu Simon a intervenire: «In ogni caso, non dipende da noi. Agiamo contro la nostra volontà, non
siamo noi a decidere».
«Chi allora?» gli domandai, inquieta.
«Gli ordini ci vengono imposti», replicò con voce dura, come se si aggirasse intorno a un
segreto inconfessabile.
«Da chi?» insistetti con voce ferma. Non avevo mai affrontato quel discorso con Evan. Avevo
sempre avuto l’impressione che fosse un argomento su cui era meglio non fare domande. O forse
semplicemente non ne avevo avuto il coraggio. Con Simon, invece, mi sembrava tutto più semplice.
«Dagli Anziani», replicò incrociando il mio sguardo.
«Ne parlate quasi con timore, ma chi sono gli Anziani? Cosa c’entrano in tutto questo e,
soprattutto, come fate voi a sapere cosa vogliono?» L’intimità della penombra mi aveva dato coraggio e
finalmente avevo dato libero sfogo alla mia curiosità.
«Lo sappiamo e basta. Lo avvertiamo dentro di noi, come una conoscenza intrinseca, un
pensiero partorito dalla nostra stessa mente. Comunicano con noi anche se non li sentiamo. È come se
inserissero le informazioni direttamente nella nostra testa.»
«Ed è così per tutti?»
«Sin dalla prima volta in cui ci nutriamo. Molti di noi non sopravvivono, ma, chi di noi riesce a
nutrirsi, viene riconosciuto e inizia a servirli. Come se si creasse una connessione. Gli Anziani non
intervengono mai personalmente. Nessuno li ha mai visti. Chi lo ha fatto non è sopravvissuto
abbastanza per raccontarlo. Mandano noi, perché il destino di ognuno sulla terra si compia.»
Il cuore prese a battermi più forte, sentivo di aver spianato la strada a una domanda che covavo
da tempo, nascosta dal terrore per la risposta, che non ero sicura di riuscire a sopportare. «Simon?» La
voce mi tremò nel pronunciare il suo nome. «Secondo te, perché dovevo morire?»
I suoi occhi vacillarono, evitando i miei. «Non so darti una risposta.»
Per un istante il silenzio inghiottì ogni altro suono.
«Ma c’è una ragione precisa per ogni cosa. Niente succede per caso.»
Fissai lo sguardo sul pavimento, riflettendo sulle sue parole. Non riuscivo davvero a
immaginare a che scopo potesse servire la mia morte.
Simon interruppe i miei pensieri: «Gli Anziani sono stati scelti per mantenere un ordine,
stabilire chi deve tornare. Sono loro a prendere le decisioni, ma nessuno di noi sa le ragioni dietro le
loro scelte».
«Cosa succede alle persone che non riescono a redimersi, quelle che non possono tornare?»
Non avevo mai visto Simon così serio e la luce fioca della lampada conferiva al suo viso un alone cupo
e misterioso.
«Non riceviamo ordini per quelle.»
«Cosa gli succede?» insistetti.
«Diventano schiavi.»
La sfumatura nera nei suoi occhi mi fece tremare. Un istinto amaro mi avvertì di non proseguire
per quella strada, perché era un terreno minato. Eppure esisteva una parte, nascosta dentro di me, più
avida di conoscenza, che mi costrinse a continuare: «Perché non mi hanno trovata prima? In tutti questi
mesi, cosa gli ha impedito di scoprire che non ero ancora morta? Gli Anziani non vedono tutto?»
«No. Non sono onniscienti. Mandano noi per accertarsi che il destino segua il suo corso. Siamo
il braccio della morte. L’ombra del destino.»
«Ma loro chi sono, esattamente?»
Speravo che Simon non continuasse a evitare la risposta.
Sembrò raccogliere il coraggio e mi guardò. «Sono i Màsala», spiegò, in tono così serio da
provocarmi un brivido lungo la schiena. «Ma nessuno osa pronunciare mai questo nome. È come se
fosse proibito, tra di noi. Una legge non scritta. Sono i più puri tra gli Angeli, membri dell’Ordine: una
confraternita segreta, oscura, antica quanto il mondo. Ti sembrerà paradossale, ma sono i messaggeri,
attraverso i quali Dio realizza il Suo disegno. Creature celesti incaricate dall’Essere Supremo di
mantenere l’ordine nell’universo. Molto tempo fa venivano chiamati Deva. Qualcuno li chiama ’i
Primi’, per altri sono gli ’Antichi’ o gli ’Anziani’. Voi li chiamate ’Arcangeli’.»
Rabbrividii. Dopo le assurde circostanze in cui mi ero ritrovata negli ultimi mesi, era strano
provare quelle emozioni per via di una parola. È semplice fingere che non esista niente, che sia tutto
irreale, una mera immaginazione della mente umana costruita nei secoli e tramandata come legge. Dio,
gli Arcangeli... L’Eden. Ma, quando la realtà arriva a travolgerti, per quanto assurda o sconvolgente
possa sembrarti, non puoi fare niente per rinnegarla. Se non accettarla e rabbrividire.
La sagoma di Simon iniziò a sbiadire, senza lasciarmi il tempo di stabilire se dipendesse da lui o
se invece iniziassi di nuovo a perdere i sensi. Appoggiai la schiena contro il materasso e, mentre le mie
palpebre lottavano per rimanere aperte, la voce di Simon risuonò morbida e vellutata nelle mie
orecchie: «Dormi, adesso».
28
UN PESO SUL CUORE
Mi rigirai tra le lenzuola aggrovigliate fra le gambe, mugugnando per il dolore. Avevo
l’impressione che qualcosa mi stesse schiacciando con forza la testa contro il cuscino.
«Era ora!»
La voce allegra di Evan mi riportò alla realtà, ma riuscii solo a mugugnare ancora.
Lanciai un’occhiata oltre la finestra, gli occhi ancora socchiusi, e non riuscii a comprendere se
fosse ancora troppo presto o se fosse già troppo tardi.
«Che ore sono?» borbottai sollevando il busto.
«Sono le cinque del pomeriggio.»
Mi alzai di scatto, come se qualcuno mi avesse gettato addosso una secchiata d’acqua gelida.
Incrociai gli occhi dolci di Evan, e le pareti della stanza si richiusero intorno a me, schiacciandomi.
Improvvisamente ricordavo tutto.
Evan percepì il mio cambiamento d’espressione e fraintese. «Hai avuto un altro incubo?»
domandò con premura.
Mi concessi del tempo per replicare.
«Credo di sì, non ne sono più tanto convinta.» Il terribile sogno della notte precedente, così
lontano, aveva perso di significato al confronto.
La realtà sarebbe stata di certo più dura e violenta.
«Gemma, qualcosa non va?»
I suoi occhi erano tornati a studiarmi, mentre io mi sottraevo al loro esame. Il ricordo devastante
del giorno precedente mi pulsava sotto le tempie, come se quel segreto avesse preso forma dentro di
me, e tentasse di uscire a ogni nuovo battito, mentre io mi sforzavo di ricacciarlo indietro. Un grosso
macigno tra di noi, che Evan non avrebbe potuto non notare ancora per molto. Non potevo nascondergli
la verità.
Dovevo trovare il modo per raccontargli tutto.
Evan mi fissava perplesso, mentre io tentavo di riprendere il discorso da dove lo avevo lasciato.
«Devo aver sognato qualcosa di terribile.» In fondo non era una bugia. Serrai le labbra,
abbassando lo sguardo sulle ginocchia scoperte. Non riuscivo nemmeno a guardarlo negli occhi.
«Mi dispiace», replicò dolcemente mentre mi accarezzava la guancia.
Chiusi gli occhi non appena avvertii il suo tocco e sentii pizzicare le pupille sotto le palpebre.
Presi un respiro e cercai di parlare, ma mi tremò la voce.
Evan se ne accorse e fraintese ancora.
«È sempre così quando non ci sei», gli spiegai, riferendomi agli incubi. In realtà, non ricordavo
nemmeno più quel sogno, se non qualche frammento che stava già svanendo.
Era la realtà quella che più temevo.
Il pensiero delle labbra di Drake sulle mie e la reazione che avrebbe scatenato in Evan erano
peggiori di qualsiasi incubo potessi immaginare.
Quando ami qualcuno, ti apri a lui completamente, gli concedi il tuo cuore e tutta te stessa.
Pensi di potergli dire tutto, sempre e comunque, ma è solo quando scopri quanto la verità possa ferirlo
che ti rendi conto di quanto sia difficile affrontarla. Eppure devi farlo comunque, perché le bugie sono
massi sulla strada che vi unisce. Massi destinati a crescere e in cui si rischia di inciampare.
Più sono grossi, minore è la possibilità di riuscire a rialzarsi e andare avanti.
«Da quanto sei qui?» gli domandai, per distrarlo dalle conclusioni che stava già traendo nella
sua testa. Lo capivo da come stringeva le palpebre: ormai aveva intuito che qualcosa non andava.
«Da un po’.» Evan tornò a sorridere risollevandomi il morale. «Ho dato il cambio a Simon
all’alba.»
«Perché non mi hai svegliata prima?» protestai, imbarazzata per aver dormito così a lungo.
«Avrei voluto farlo», confessò, «ci sono stati dei momenti in cui mi sembrava di non resistere e
mi avvicinavo a te per svegliarti, ma poi ti guardavo, e tornavo a sedermi. Sembravi così stanca...»
bisbigliò, seduto sul letto, il corpo proteso verso il mio. Poi la sua bocca sfiorò appena la mia. «Mi sei
mancata», sussurrò, ma io rimasi tesa e provai disgusto per me stessa. Le ultime labbra sulle mie erano
state quelle di Drake...
No! Non dovevo avere quella reazione!
Non potevo permettere che quella cosa si frapponesse tra noi. Non in quel momento, non
proprio quando andava tutto così bene... Non dopo aver fatto l’amore con lui.
«Andrà tutto bene», mi sussurrò sottovoce, posando la fronte sulla mia, fraintendendo ancora le
ragioni del mio turbamento.
«Ho solo mal di testa.» Forzai un sorriso mentre il cuore mi martellava nel petto in attesa che
confessassi tutto. «Dove sono i miei genitori? E come mai non mi hanno svegliata per il pranzo?»
domandai confusa. D’un tratto non ricordavo più che giorno fosse.
«Li abbiamo convinti che pranzavi a casa mia, non si sono nemmeno accorti che eri ancora
qui.»
«Li abbiamo?» indagai allarmata.
Evan sorrise. «Drake mi ha dato una mano. A volte anch’io stento a...»
Un colpo al petto. «Drake è stato qui?» lo interruppi sbigottita. Mi sentii impallidire.
Evan aggrottò la fronte, turbato dalla mia reazione.
«Avresti dovuto svegliarmi», lo rimproverai severa.
Dunque si erano visti.
«Avevi bisogno di riposo. Ieri è stata una giornata dura per te. Gemma, sono successe troppe
cose.»
Più di quante immaginasse, in realtà.
«Simon mi ha detto dei tuoi incubi, mi sono assicurato che dormissi serenamente e poi ti ho
lasciato riposare.»
Non riuscii a replicare. Le ultime ore le avevo trascorse immersa in un sonno profondo e senza
sogni.
Mi sforzai ancora di sorridere e tentai di allontanare il pensiero di Drake dalla mia testa, almeno
per un po’. «Allora, quanti ne hai fatti fuori, stanotte?» domandai a bruciapelo nel goffo tentativo di
sdrammatizzare, ma il mio acido sarcasmo riuscì a turbare persino me stessa.
Evan aggrottò la fronte e io stentai a decifrare la sua espressione.
Aveva ragione. Non ero più in me. «S-Scusa, sembrava divertente nella mia testa.» Strinsi le
labbra, rammaricata. «È evidente che non lo era.» Mi passai una mano tra i capelli, nervosa. Cosa mi
stava succedendo? Perché era così difficile liberare quelle semplici parole che continuavo a gridare
nella testa? «Ti va se usciamo?» proposi all’improvviso. «Ho bisogno di un po’ d’aria.»
Evan annuì, ancora sbigottito, mentre io raggiungevo il bagno.
Aprii il rubinetto e mi gettai l’acqua bollente sul viso. Stavo tremando.
Appoggiai le mani al lavandino, stringendo le dita attorno al bordo. Per qualche minuto rimasi a
fissare la mia immagine riflessa e quasi non mi riconobbi. Poi, quasi con rassegnazione, continuai a
lavarmi.
Dovevo trovare un modo per togliermi quel peso dallo stomaco. Non sopportavo di vedere
quell’espressione preoccupata sul viso di Evan. Chissà cosa gli passava per la testa. Mi odiai per non
avere imparato a reprimere le emozioni. Non ero mai riuscita a camuffare il mio stato d’animo. Se
qualcosa mi turbava o mi rendeva felice, non avevo speranze: chiunque se ne sarebbe accorto.
Quando tornai in camera, l’espressione di Evan era più rilassata e sulle labbra nascondeva un
sorrisetto malizioso. Mi bastava guardarlo negli occhi per cogliere al volo le sue intenzioni. Dovevo
ancora vestirmi.
Inarcai le sopracciglia, mentre lasciavo cadere la salvietta sul pavimento. Indossavo un top in
tinta con le culottes scarlatte. I bordi in pizzo ricordavano quella nera del pomeriggio al rifugio,
suscitando un interesse pericoloso nello sguardo di Evan. Non l’avevo mai indossata, prima, ma la sera
precedente era stato quasi un gesto istintivo cercarla tra i cassetti. Sapevo che avrei trovato Evan al mio
risveglio.
Lui mi guardò come se avesse dimenticato il mondo ed esistessi solo io. Mi prese la mano e mi
attirò a sé dolcemente, scostandomi una ciocca di capelli dal viso. «Sei sicura di voler uscire?» mi
sussurrò, gli occhi scuri nei miei.
Tornai ad abbassare lo sguardo, incapace di sostenere il suo per più di qualche istante. «Credo
che sia meglio», balbettai, e mi allontanai, lasciandolo con la mano sospesa a mezz’aria, all’altezza del
mio viso. Lo osservai di sottecchi, mentre la mano gli ricadeva lungo il fianco, l’espressione smarrita.
Poi incrociai il suo sguardo e mi sforzai di sorridere.
«Ha a che fare con quello che è successo tra noi ieri?»
Il suo tono di voce amareggiato e incerto mi spiazzò, un colpo dritto al petto. Battei le palpebre
nervosamente. Non stava succedendo davvero. Evan aveva frainteso tutto nel peggiore dei modi. «No!»
esclamai subito. «Che ti viene in mente?» Mi avvicinai a lui e gli afferrai la mano. Cosa stavo facendo?
Come potevo permettere che quel terribile segreto rovinasse quel momento?
«Allora cosa c’è che non va?» chiese esasperato. «Sei così strana, oggi...»
«Hai ragione tu. Sono successe troppe cose ieri...» Mi bloccai di colpo, la voce che si incrinava
sulle ultime parole. «Più di quelle che conosci. Tu non hai idea di come io mi senta...»
«Sstt...» Evan m’interruppe, attirandomi a sé. Le sue braccia si strinsero attorno al mio corpo
ancora in intimo e io mi lasciai avvolgere dal suo calore. Potevo farcela. Dovevo dirglielo. Avevo
finalmente trovato un varco in cui inserire il veleno. Sollevai la testa, ma incrociai il suo sguardo e
ripiombai nel baratro. Perché doveva essere così difficile?
«Me ne parlerai più tardi, se ti andrà. Adesso andiamo.»
Una parte di me aveva sperato da subito di sentirgli pronunciare quelle parole. In qualche modo,
temporeggiare mi sembrava la soluzione più allettante, anche se sapevo che sarebbe servito solo a
prolungare il mio tormento.
«Ti va di vedere cosa fanno gli altri?» mi domandò Evan, alla guida della BMW. Le immagini
dell’incubo tornarono nitide nella mia testa, confondendosi con quelle reali. Rabbrividii, al pensiero
della sua Ferrari in fondo al lago.
«Oppure potremmo starcene per conto nostro», suggerii, immediatamente allarmata dalla sua
proposta.
Volevo starmene il più possibile alla larga dalla casa di Evan e, soprattutto, dovevo assicurarmi
che Drake si trovasse a una sufficiente distanza da Evan, quando glielo avrei detto. Non riuscivo
davvero a immaginare come l’avrebbe presa. In fondo al cuore, speravo di trovare le parole per rendere
meno amara quella confessione. Non volevo che Evan ce l’avesse con il fratello per sempre. E la
presenza di Drake non avrebbe aiutato.
Evan sorrise, alla mia proposta, fraintendendo ancora una volta le mie intenzioni.
Stavolta, però, glielo lasciai credere.
Immersa nel mio incubo privato, non mi ero accorta che l’auto di Evan fosse già sul viale di
casa. Mi agitai sul sedile, in preda al panico. «Credevo che avessimo deciso di stare da soli.» Provai a
nascondere il nervosismo, ma un velo di accusa era trapelato dalla mia voce.
Evan si avvicinò, le labbra distese in un sorriso compiaciuto. «Devo solo prendere alcune cose»,
sussurrò, baciandomi prima che potessi replicare, «se riesci a resistere.» Scese dall’auto e mi aprì la
portiera.
«T-Ti aspetto qui», balbettai, imbarazzata. Non volevo che la realtà mi piombasse addosso,
perché sentivo che mi avrebbe travolta. Non ero ancora pronta.
«Non essere ridicola», mi derise.
Scesi dall’auto e sprofondai nel panico.
Sentivo il respiro farsi più pesante a ogni metro, il battito che aumentava man mano che la
distanza dall’ingresso si accorciava.
Tirai un sospiro di sollievo trovando il salone vuoto e silenzioso. Anche se con tutti loro non si
poteva mai dire quando sarebbero saltati fuori. Sperai che Evan facesse in fretta e, nell’attesa snervante,
tamburellai con il piede sul pavimento. Drake sarebbe potuto apparire da un momento all’altro, oppure
era già lì e io non lo sapevo. Attesi Evan in cucina, muovendo ansiosamente lo sguardo per la stanza
vuota.
Ginevra arrivò alle mie spalle come un felino silenzioso, facendomi sobbalzare.
«Ehi! Mi hai spaventata a morte!» la accusai, irritata.
«Non sarà che sei un po’ tesa?» domandò fissando i suoi occhi glaciali nei miei che si facevano
sempre più piccoli, schiacciati dalla pesantezza del suo sguardo indagatore. Stava scavando dentro di
me mentre io tentavo disperatamente di erigere un muro tra le nostre menti. «Cosa?! Non gliel’hai
ancora detto?»
«Detto cosa?» Evan apparve alle sue spalle, l’aria confusa.
Il mio cuore perse un battito. Sbattei le palpebre nervosamente e mi sentii trascinare da una
corrente che m’inghiottiva in un vortice nero da cui non riuscivo più a uscire. Percepivo lo sguardo
impaziente di Evan su di me, ma non avevo il coraggio di affrontarlo.
«Cos’avrebbe dovuto dirmi?» ribadì Evan.
Ginevra colse all’istante la mia esitazione e fermò il suo sguardo su di lui. «Che Drake l’ha
baciata.»
E fu come se quelle parole mi avessero colpita al petto. Una freccia scagliata con violenza dritta
al cuore.
Gli occhi di Evan, grigi come il cielo in tempesta, mi tagliarono a metà e per un istante mi
trapassarono come se non mi vedessero. Mi sentivo un fantasma di ghiaccio.
Un brivido mi sferzò la schiena.
«Evan...» mormorai, ma il suo corpo si era come congelato di fronte a me.
Persino Ginevra non si aspettava quella reazione perché d’un tratto sembrò allarmarsi. «Evan,
calmati», gli bisbigliò.
Ai miei occhi, la sua espressione era indecifrabile, ma lei sapeva esattamente cosa gli passava
per la testa. Avrei dato qualsiasi cosa per essere al suo posto in quel momento. No. Non ero sicura di
volerlo davvero.
«Non è necessario, Evan!» lo richiamò la sorella alzando la voce, il tono improvvisamente duro.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Senza dire una parola, Evan strinse i pugni e serrò la
mascella, gli occhi improvvisamente stretti in una fessura minacciosa.
Ginevra continuava a implorarlo di calmarsi, unica partecipe delle sue intenzioni, ma la sua
voce alle mie orecchie si era affievolita, soffocata dal frastuono assordante del panico che tentava di
schiacciarmi. Poi, all’improvviso, Ginevra smise di parlare.
Evan era infuriato. Una furia implacabile che mi spaventava perché d’un tratto sembrava duro
come il ghiaccio e pronto a uccidere.
Scomparve di colpo, lasciando me e Ginevra nel silenzio della cucina.
Lei incrociò il mio sguardo e, per un istante, fu come se vedessi il riflesso del mio panico
attraverso i suoi occhi.
«Cosa sta succedendo?!» le urlai, preoccupata.
«Simon!» gridò lei alla stanza vuota.
L’istante dopo Simon apparve accanto a noi. «Glielo avete detto», intuì, nervoso.
«È peggio di quanto pensassi», sentenziò lei.
«Volete dirmi che sta succedendo?» Avrei voluto urlare, ma dalla bocca mi uscì un suono
isterico.
Cosa diavolo voleva dire: È peggio di quanto pensassi?
Lo sguardo di Ginevra mi tagliò a metà. Poi, pronunciò le uniche parole che non avrei mai
voluto sentire: «È andato da lui».
Mi sentii gelare dalla testa ai piedi.
«Dobbiamo sbrigarci», intervenne Simon muovendosi velocemente verso la porta.
Pochi istanti dopo le ruote dell’auto slittavano sulla ghiaia.
Io mi sentivo atterrita e sgomenta.
Avrei voluto avercela con Ginevra per aver detto la verità a Evan così inaspettatamente, mentre
io non ero ancora del tutto pronta per affrontare la sua reazione, ma, in realtà, da un lato mi sentivo
sollevata che mi avesse tolto quel peso dal cuore.
«Come facciamo a trovarlo?» domandai, straziata dall’ansia.
«È andato al Roomers», rispose Simon.
«Al night club? E tu come fai a saperlo?» domandai, sempre più nervosa.
«È dove è andato anche Drake.»
«Ma io non posso entrare lì!» lo avvertii, allarmata. «Non ho ancora ventun anni!»
Lo sguardo di Simon si affilò sullo specchietto retrovisore. «Consideralo uno dei vantaggi di
stare con noi», replicò, l’espressione d’un tratto accattivante.
L’auto derapava sull’asfalto tagliando a metà le curve, mentre io mi mordicchiavo la guancia.
«È qui», ci avvertì Ginevra rintracciando a distanza i suoi pensieri.
Simon frenò di colpo. «È arrabbiato. Mio Dio, è fuori di sé. Ma non sento Drake...»
«Che facciamo?» m’intromisi timidamente in preda al nervosismo.
Ancora una volta, fu Simon a rispondermi: «Gemma, tu vieni con me, forse puoi farlo
ragionare». La sua espressione era estremamente seria.
Ginevra aprì la portiera e Simon si girò a guardarla in cagnesco. «Tu resti qui», le ordinò, lo
sguardo irremovibile. Non lo avevo mai sentito rivolgersi a lei con quel tono protettivo.
«Simon, c’è molta gente, non farà niente di stupido!» cercò di convincerlo.
«È pericoloso. Sento la sua energia e non so se riuscirà a controllarla. Devi restare qui», le
ringhiò ancora.
Un impulso mi convinse a scattare in direzione dell’ingresso e li lasciai lì, correndo verso la
porta. Incrociai subito lo sguardo di un uomo, temendo di essere fermata, ma lui si ritrasse
improvvisamente lasciandomi passare.
Mi voltai indietro. Simon era a pochi passi da me, gli occhi fissi sul buttafuori. La porta si aprì,
appena in tempo perché vedessi Evan scagliarsi con una forza violenta e incontrollata contro Drake,
accanto ai tavoli da biliardo.
Gridai il suo nome, ma Evan sembrava non vedere nessun altro che Drake. Il mio urlo però
attirò l’attenzione di tutti, che si fermarono a fissare la scena mentre Evan sbatteva Drake contro il
muro che si crepava per il colpo. Un mormorio crescente si diffuse nella sala.
Percepii subito la tensione di Simon, immobile come una statua al mio fianco. Le sue speranze
che Evan si fermasse in mia presenza erano state vane ed era evidente che non sapeva come
comportarsi. C’era troppa gente per intervenire. Poi, di colpo, si frappose tra Evan e Drake, trattenendo
il fratello a fatica. «Evan!» lo richiamò cercando di richiamare la sua attenzione, ma lui era totalmente
concentrato su Drake. «Evan, devi calmarti. Adesso!» gli ordinò con decisione. «Guardati intorno.» Gli
occhi di Simon ardevano su quelli del fratello. «Non siamo soli», gli bisbigliò.
A quel punto lo sguardo di Evan si spostò su quello di Simon e per la prima volta sembrò
vederlo.
Io stavo ancora tremando. Per un istante, nella sala nessuno si mosse di un millimetro, come se
stessero tutti trattenendo il respiro.
Drake era immobile contro il muro quando lo sguardo di Evan tornò su di lui, ancora furioso,
ma per la prima volta cosciente. Si avvicinò a lui e Simon scostò la spalla per lasciarlo passare. Gli
occhi di Drake rimasero incollati a quelli di Evan finché lui non fu a un palmo dal suo viso. «Non
voglio più vederti», ringhiò a denti stretti, l’espressione pericolosa.
Il fratello inclinò la testa in una tacita sfida, senza mai lasciare i suoi occhi.
Poi Evan si voltò e mi superò senza nemmeno vedermi. Un gesto che mi colpì dritto al cuore.
Ce l’aveva anche con me.
Io e Simon ci scambiammo un’occhiata preoccupata, poi Simon infilò una mano in tasca, ne
estrasse un grosso mazzo di banconote ripiegate e lo appoggiò sul bancone, sotto lo sguardo incredulo
del proprietario.
«Per i danni», aggiunse senza mai lasciare il suo sguardo. «Dovrebbero bastare.»
L’uomo allungò la mano sul bancone e strinse il denaro senza dire una parola. Ero certa che di
lì a poco nessuno dei presenti nella sala avrebbe più ricordato niente.
Uscii in tempo per vedere Evan sedersi al volante della BMW. Mi avvicinai alla macchina e lui
mi lanciò un’occhiata attraverso il vetro, poi mi fece cenno con la testa di salire.
Cercai l’approvazione di Simon e Ginevra con lo sguardo.
«Vuole stare da solo con te», mi spiegò Ginevra. «Ci vediamo più tardi», mi incoraggiò.
Esitai un istante, guardando Evan attendermi al volante.
Poi aprii la portiera e salii sull’auto con le peggiori previsioni.
La BMW si allontanò da Lake Placid mentre il crepuscolo assorbiva il silenzio.
Nessuno dei due emise un solo fiato per un po’ di tempo.
«Era per questo, allora», sentenziò Evan in tono serio, gli occhi fissi sulla strada.
Abbassai la testa, per raccogliere le idee. «Non sapevo come dirtelo! Non volevo distruggere
quello che c’è tra voi!»
«Distruggere quello che c’è tra noi?!» mi accusò con amarezza, rivoltandomi contro le mie
stesse parole. Persi un battito al tono aspro della sua voce. «Credevo avessimo un accordo: niente
segreti», ringhiò, questa volta la rabbia aveva lasciato il posto alla delusione.
Non potevo sopportarlo. «Evan... Volevo dirtelo e l’avrei fatto! Ma era troppo difficile, devi
credermi!»
Mi guardò di sottecchi.
«È stata una cosa improvvisa, mi ha preso alla sprovvista!» Mi bloccai di colpo, rendendomi
conto che, procedendo su quella strada, avrei peggiorato la condizione di Drake per difendere me
stessa. «Hai visto com’ero tesa. Non avrei mai potuto nascondertelo. E non volevo farlo», ribadii.
Un nuovo silenzio. Più duro da sopportare.
«Di’ qualcosa, ti prego», lo implorai.
Il suo sguardo era duro e fermo.
Ormai era buio fuori dai finestrini, ma riconobbi subito la stradina scoscesa che imboccò Evan,
un istante prima che l’auto si fermasse.
«Perché siamo qui?» chiesi, guardandomi intorno, confusa. La lunga distesa arida in cui
eravamo stati il giorno prima faceva venire i brividi, ora che era calato il buio.
Mentre scendevo dall’auto, Evan, che era già accanto a me, intuì subito la mia tensione e mi
strinse la mano. Il calore della sua pelle mi sciolse i nervi.
«Non preoccuparti», sussurrò piano, l’espressione seria.
Mi era mancato il suo tono dolce e protettivo. Per un attimo sentii le lacrime agli occhi per il
sollievo. Avevo temuto il peggio. Forse non era così arrabbiato con me.
Lo seguii fin dentro il magazzino e una luce fioca si accese al nostro ingresso.
Passammo accanto all’aereo e io mi soffermai all’altezza della coda. Appuntai il mio sguardo su
quello di Evan. «Devi dirmi cosa pensi», gli ordinai, ma dalla mia voce ne uscì una supplica.
Evan soffocò una risata amara. La delusione gli si leggeva in volto e, per quanto egoista fosse
quel pensiero, speravo che il suo rancore riguardasse solo Drake. «Cosa vuoi che pensi?» mi rispose,
amareggiato.
«Sei ancora arrabbiato?» gli domandai con cautela.
«Arrabbiato?! Sono furioso.» I suoi occhi ardevano di collera. «... Ma non con te», aggiunse, e
la sua voce si addolcì, insieme al suo sguardo.
«Mi dispiace. Non avrei mai voluto che accadesse una cosa del genere, ma sono sicura che
riuscirai a perdonare Drake e tornerà tutto come prima», gli promisi ma, in realtà, la mia era solo una
speranza.
«Non tornerà mai niente come prima. Drake è fuori, ormai», sentenziò, severo.
«Non puoi dirlo sul serio», lo incalzai, anche se avevo riconosciuto nel suo sguardo la scintilla
fiera di cui mi aveva parlato Ginevra.
«Perché non dovrei?» ribatté deciso.
«Perché ha fatto una cosa stupida, è vero, ma prova a immaginare quello che sta attraversando
lui. Tu hai me e Simon Ginevra, Drake invece ha perso chi amava per sempre! Non pensi che sia
difficile da sopportare, per lui? Tutti dovrebbero avere una seconda occasione», affermai, decisa.
«Sei troppo buona, Gemma.» La sua voce risuonò quasi come un rimprovero, poi si ammorbidì.
Si avvicinò a me e mi cinse la vita. «Ma a me non importa di nessun altro che non sia tu.»
«Nemmeno di tuo fratello?»
Evan s’irrigidì improvvisamente. «No. Nemmeno di lui. Ha fatto la sua scelta. E ogni decisione
comporta una rinuncia», continuò, amaro.
Non potevo tollerare che quella frattura li dividesse per sempre. Non se ne ero io la causa.
Eppure, per quanto Evan si sforzasse di sembrare impenetrabile, io avevo notato la scintilla di dolore
che tremava nei suoi occhi, e che lui si sforzava di reprimere.
Sì. Evan avrebbe perdonato Drake, con il tempo. Avrei fatto il possibile perché accadesse.
«C’è solo una cosa che ho bisogno di chiederti.» I suoi occhi mi studiavano, intensi, mentre il
suo pollice mi sfiorava la guancia.
Lo fissai, confusa dalla sua espressione afflitta.
«So già cosa mi risponderai, ma io ho bisogno di sentirtelo dire», bisbigliò, cauto, come se
temesse la mia risposta.
«Cosa?» lo incoraggiai, muovendo la testa al tocco delle sue dita, in modo che mi accarezzasse
ancora. Era bello sentirlo di nuovo così vicino a me. Lui lo era sempre stato, in realtà. Ero stata io a
erigere un muro tra di noi.
«Quando Drake ti ha... baciata», cominciò, faticando a pronunciare quella parola, «tu cos’hai
provato?»
Gettai l’aria che avevo trattenuto nei polmoni. Era geloso.
Davvero Evan era preoccupato che avessi anche solo lontanamente sentito qualcosa per Drake?
Per me era assurdo anche solo pensarlo.
Ma lui non lo sapeva, certo. Non poteva leggere quello che avevo nella testa o nel cuore. Non
poteva sapere che sarebbe stato sempre e solo lui a farlo battere. Osservarlo in quel momento, con gli
occhi fissi sui miei, ansioso di sentire quel che avrei risposto, mi riempì il cuore di dolcezza.
Mi avvicinai e gli sfiorai le labbra con le mie, mentre lui rimaneva immobile.
Non mi veniva in mente risposta migliore.
Sfregai il naso sul suo, dolcemente e poi lo fissai con malizia. «Se ho capito bene...» sussurrai
lentamente, a un centimetro dalla sua bocca. «Vorresti sapere se ho provato lo stesso calore che mi
brucia la pelle quando tu sei vicino a me?» Gli fissai la bocca, ma poi tornai a guardarlo. «... Se ho
sentito la corrente che mi attraversa il corpo quando la tua bocca...» – la accarezzai con l’indice – «... è
sulla mia.» Lo baciai.
Evan rimaneva immobile, stregato dai miei gesti ma, quando mi scostai, la sua bocca mi seguì
come se ne volesse ancora.
Stavolta ero io a condurre il gioco. «Oppure...» Afferrai lentamente le sue mani, guardandolo
negli occhi, e lasciai che scivolassero su di me, fino ai fianchi. «... quando le tue mani mi toccano.»
Evan serrò le dita sul mio fianco, sollevando un lembo della maglietta.
«... E mi fanno perdere la testa», sussurrai, mentre lui socchiudeva gli occhi respirando
profondamente, come se si stesse trattenendo.
Avevo creato un filo di corrente elettrica che oscillava tra di noi vibrando sulla superficie dei
nostri corpi. Percepivo il suo desiderio di me e lo ricambiavo con la stessa intensità. Avvicinai la bocca
alla sua, muovendomi lentamente, ma non la toccai e le nostre labbra rimasero sospese per qualche
istante, a un millimetro le une dalle altre. Più temporeggiavo, più mi sembrava d’impazzire senza il suo
contatto, quasi fosse proibito. Il cuore mi pulsava in gola, impaziente.
L’istinto m’induceva a baciarlo come mai prima, ma io mi sforzavo di reprimere quell’impulso
primitivo, di piegarlo sotto il mio volere... e la tensione cresceva ancora.
Le nostre labbra si sfiorarono appena e fu come se l’energia accumulata mi attraversasse il
corpo con violenza, infuocando tutto ciò che avevo dentro.
Posai ancora la mia bocca sulla sua, stavolta soffermandomi un po’ più a lungo, ma, quando mi
staccai da lui, le sue labbra mi seguirono con fervore, mentre le mani di Evan mi trattenevano per i
fianchi, rifiutando di lasciarmi andare.
Sentii qualcosa esplodere dentro di me.
Io non sarei riuscita a controllarmi ancora per molto, ma Evan non aveva resistito oltre.
La sua bocca fu sulla mia, facendomi totalmente perdere il controllo. Con un unico movimento
deciso, mi sollevò dal pavimento. D’istinto strinsi le gambe attorno alla sua vita, le labbra
costantemente sulle sue.
Mi girava la testa.
«Non scherzavo quando ho detto che sei solo mia», ansimò direttamente sulla mia bocca.
Nascose il viso sul mio collo e quel contatto scatenò un’altra scossa, più selvaggia e potente, che mi
fece sciogliere. Evan fissò lo sguardo spartano su di me. «Nessun altro può toccarti!» sussurrò, dolce e
implacabile allo stesso tempo, come se le sue parole fossero legge.
La sua voce mi fece girare ancora di più la testa. Non riuscivo a credere che Evan potesse essere
geloso di me e, in modo inaspettato, quella sensazione vibrò piacevolmente in ogni fibra del mio corpo.
Io ero sua, dentro di me non sarebbe potuto essere altrimenti, ma era eccitante sentirgli
pronunciare quelle parole.
Mi abbandonai tra le sue braccia mentre lui mi appoggiava a terra; mi spinse all’indietro,
sostenendomi con un braccio, mentre l’altra mano mi accarezzava il fianco.
Sprofondai su qualcosa di vagamente morbido e di una strana consistenza, e mi resi subito
conto che non si trattava del pavimento, ma ero troppo presa da Evan perché mi importasse.
«Io voglio stare con te. Con nessun altro», ansimai sulle sue labbra.
La sua bocca scivolò sul mio collo e io finalmente notai il telo militare sotto di noi,
ammucchiato in una vaporosa nuvola di tessuto verde.
Le labbra di Evan non smettevano un istante di muoversi sulle mie e io mi lasciai guidare,
abbandonandomi a ogni loro decisione.
Sentii le mani di Evan muoversi sul mio corpo e disfarsi dei vestiti. Afferrai la sua maglietta e
gliela sfilai.
Il mio corpo era in fiamme, perché era rimasto un solo e sottile strato di tessuto a separarci.
Mentre Evan mi baciava, la sua mano continuava a muoversi su di me e, per un istante, le sue
dita si strinsero attorno al pizzo delle mie culottes bordeaux, come se volesse strapparle via e stesse
raccogliendo le forze per non farlo.
Mi sentivo bruciare di un fuoco che non potevo spegnere. Non finché Evan fosse rimasto sopra
di me, ad alimentarlo. Non finché lui avesse continuato a stringermi a sé, in quel modo sensuale e
deciso che mi faceva perdere la testa. Le mie labbra erano calde del suo respiro.
Una mano scivolò sul mio fondoschiena e si insinuò dentro le culottes, stringendomi le natiche
mentre lui mi baciava con passione. Poi tirò giù la stoffa e sentii il suo ginocchio premere sulla mia
coscia, con un gesto dolce ma sicuro, che abbatté ogni mia difesa. E poi lui fu dentro di me,
scatenandomi una calda scossa che mi trascinò in un mondo di pura emozione.
Avvertivo il fuoco appena sotto pelle.
Un fuoco che mi stava consumando. Il mio corpo fremeva, esplodendo in un’ondata di piacere
che mi pervase fino alla punta dei piedi. Mi sentii invadere da quella fiamma.
Stavo bruciando. Bruciavo nel rogo della passione.
«Jamie...» sussurrò Evan con un filo di voce.
Nessuno mi aveva mai chiamata così, a parte Evan.
Mi lasciai trascinare da quella corrente elettrica e la sua voce mi avvolse come velluto caldo,
mentre la sua bocca m’incendiava il collo.
«Sposami.»
Un brivido mi attraversò la pelle. L’attimo dopo, mi sentivo di nuovo in paradiso.
Dicono che la prima volta sia quella che non si scorda mai.
Non riuscivo a comprendere perché nessuno parlasse mai della seconda... o della terza. Perché,
per quanto potevo saperne, non era concepibile per me dimenticare un’emozione così forte. Ed ero
certa che fare l’amore con Evan sarebbe stato altrettanto indimenticabile ogni singola volta. Per
sempre.
Perché sarebbe stato impossibile sfiorare la luna, tornare indietro e non ricordarsene.
A volte mi sforzavo di reprimere le emozioni per custodirle gelosamente dentro di me, temendo
che qualcuno, lassù, si accorgesse che tanta felicità fosse troppa per una persona sola, ma poi
incrociavo lo sguardo di Evan e mi tradivo.
«Non scherzavo, poco fa.»
La sua voce mi mandò una scossa dritta al petto. Non avevo immaginato le sue parole? Mi
aveva davvero chiesto quello che pensavo?
«Voglio che tu sia mia moglie, Gemma, lo voglio più di ogni altra cosa al mondo», sussurrò
appena, e mi sfiorò l’orecchio con il naso.
«Evan...» L’emozione mi strinse la gola, mentre incrociavo il suo sguardo dolce.
«Lo faremo in segreto. Simon ci sposerà e poi, quando avrai compiuto diciotto anni, potremo
dirlo a tutti; non mi importa che lo sappiano gli altri, voglio solo scambiare la mia promessa con te
davanti a Dio», mormorò mentre i suoi occhi intensi mi facevano sciogliere. «Aspetta. Non voglio che
mi risponda subito. Io ho avuto tanto tempo per decidere che la mia vita non aveva alcun senso e ora
che ho trovato te non me ne serve altro, ma capisco che per te potrebbe essere diverso. Ti chiedo solo di
pens...»
Le mie labbra sigillarono con impeto le sue mentre le lacrime mi riempivano gli occhi. «Non ho
bisogno di tempo per sapere che tu sei la cosa più importante per me, Evan», gemetti appoggiando la
fronte alla sua. «Se mi restasse un solo giorno da vivere, vorrei passarlo insieme a te.»
Evan mi afferrò per la vita, facendomi girare sopra di sé. I miei capelli si chiusero a sipario
intorno a noi, escludendoci da tutto il resto, le nostre labbra che sorridevano le une sulle altre. Il
sentimento che provavo nel petto faceva quasi male, per quanto fosse intenso.
«È da un po’ che ci penso. Avrei voluto fare le cose per bene, con l’anello e tutto il resto.
Quello che è successo con Drake stasera non era in programma...»
«È già perfetto così», gli sussurrai piano, «non ho bisogno di nessun anello, perché ho già te e
non mi serve nient’altro.»
«Invece io vorrei darti quello di mia madre.» Evan alzò lo sguardo sul mio. «Appartiene alla
mia famiglia da molto tempo. Ci terrei molto che lo portassi tu. Da quel giorno e per sempre.»
«Evan, io...» balbettai, impietrita dall’intensità delle sue parole, quanto dal suo sguardo
penetrante. «È davvero troppo.»
«Parli dell’anello o della mia proposta? Non mi hai ancora dato una risposta...» mi incalzò
sorridendo.
Risposi al sorriso e mi gettai di peso su di lui.
Era piacevole la sensazione di calore che il suo corpo riusciva a trasmettermi, come se accanto a
lui il freddo non esistesse.
«Ti sbagli. Te l’ho già data prima che me la chiedessi!» Lo baciai sulla bocca e appoggiai la
testa al suo petto dimenticando il mondo.
29
Fine ottobre
Mi alzai dal letto, colta all’improvviso da un brivido che mi scivolò lungo tutta la schiena.
Le temperature si erano bruscamente abbassate nelle ultime settimane, ma, quella mattina, il
mio corpo avvertì il freddo più delle altre.
Era come se fosse più sensibile, ultimamente.
Quando guardai fuori dalla finestra, vidi Evan che già mi aspettava, appoggiato al cofano della
BMW.
Gli sorrisi e il calore che uscì dalla mia bocca lasciò un’impronta sul vetro, un alone bianco che
rimase impresso sulla sua superficie anche quando mi fui allontanata.
Qualche minuto ed ero già di sotto, pronta e con lo zaino verde sulle spalle.
«Buon giorno», lo accolsi con un lieve bacio sulla bocca.
Le sue labbra sorrisero sotto le mie. «Adesso lo è», sussurrò dolcemente, prima di aprirmi la
portiera. Un’abitudine che non aveva mai perso.
Le ultime settimane erano state più facili da sopportare. Per quanto fossi consapevole dell’alito
gelido della morte che mi soffiava sul collo, il legame tra me ed Evan mi distoglieva da tutto il resto.
Pensare a lui, stare insieme a lui, mi permetteva di accedere a un luogo lontano dal resto del mondo in
cui potermi rifugiare, lontano dai pericoli e dove sarei stata al sicuro, perché anche solo pensare a Evan
mi faceva sentire al sicuro.
Tutti noi sapevamo che, chiunque fosse, l’Angelo della Morte non aveva smesso di darmi la
caccia e attendevamo una sua mossa: prima o poi, sarebbe tornato a colpire e noi saremmo stati pronti.
Continuavano tutti a ripetermelo.
In un piccolo anfratto della mente, una parte di me coltivava la speranza che quella possibilità
fosse reale, che alla fine tutto si sarebbe risolto per il meglio. Ma non volevo illudermi. Esisteva
un’altra parte che non ne era del tutto certa.
Era passato poco meno di un mese dall’ultima volta che avevamo visto Drake.
Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Nessuna apparizione improvvisa.
Per quanto ne sapessi, Drake era scomparso dalle nostre vite e il pensiero che fosse solo colpa
mia mi lasciava un senso di amarezza nella bocca e una strana sensazione di subbuglio nello stomaco.
I miei tentativi di far ragionare Evan fallivano sul nascere ogni volta che provavo a convincerlo
a perdonare il fratello. E, ogni volta, la scintilla di rammarico che gli brillava negli occhi mi convinceva
a persistere, così continuavo a tentare con l’effimera speranza che un giorno, forse, sarei riuscita a
sistemare le cose.
Non appena scesi dall’auto, qualcosa di freddo mi accarezzò la nuca.
Sollevai lo sguardo e li vidi. I primi fiocchi di neve fluttuare leggeri, come soffici piume cullate
dall’aria.
Sollevai una mano e la lasciai sospesa a mezz’aria, mentre guardavo il cielo, affascinata.
La prima neve dell’anno, quando il vento soffiava via tutte le foglie, mi provocava sempre
quella reazione e ogni volta era come se fosse la prima, sebbene Lake Placid fosse quasi sempre
coperta di bianco già nei primi mesi di freddo.
«Ti piace la neve?» Agli occhi di Evan dovevo essere sembrata ridicola, con la mano alzata ad
accogliere i fiocchi e lo sguardo rivolto al cielo, come una bambina. Il sorrisetto beffardo sulle sue
labbra confermava il mio sospetto.
Ritrassi la mano umida e la asciugai sui jeans. «A te no?» replicai d’istinto.
Rise. «Adesso so che mi piace.»
«E perché mai?» chiesi, incuriosita, mentre una nuvola di vapore mi usciva dalle labbra insieme
alle parole. «Non deve per forza piacerti tutto quello che piace a me.»
Evan sorrise, come se avessi appena detto un’assurdità. «Non è per questo, infatti. La Nutegola
non mi piace!» replicò con sarcasmo, lasciandomi perplessa.
«E perché, allora?» insistetti, confusa.
Il suo sorriso si ammorbidì e mi guardò con espressione dolce, le fossette sotto gli occhi.
«L’aria fredda fa risaltare i tuoi occhi in modo incredibile. Prima non lo sapevo», mi sussurrò
all’orecchio. «Ma adesso lo so.»
Benché la temperatura mi gelasse il viso, sentii il calore imporporarmi le guance. Evan sorrise,
confermando il mio sospetto. Era assurdo come riuscisse ancora a farmi arrossire. Doveva essere
qualcosa nel suo tono di voce a provocare quell’istintiva e incontrollabile reazione nel mio sangue.
I fiocchi di neve continuarono a scendere per tutto la mattina con un ritmo crescente.
Di tanto in tanto, mi soffermavo a osservarli cadere oltre la finestra della classe, affascinata
dalla loro bellezza, quando qualche fiocco cristallizzato si appoggiava sul vetro, lasciando che lo
esaminassi.
Al termine delle lezioni, l’intero piazzale si era trasformato in un mantello candido. Ogni
superficie era coperta di bianco.
Mi affrettai a raggiungere l’auto schivando con destrezza le palle di neve che gli studenti
lanciavano da una parte all’altra del parcheggio. D’un tratto, ne vidi una puntare dritto verso Evan.
Tentai di avvertirlo, ma lui se n’era già accorto e con un movimento fulmineo si voltò ad afferrarla. Il
ghiaccio tuttavia si sciolse un istante prima che colpisse la sua mano. Incredibile.
Cercai di capire da dove fosse arrivata, poi notai il sorrisetto furbo sulle sue labbra e intravidi
Ginevra, dal lato opposto della strada.
«Volevo solo darti una rinfrescata!» lo schernì la sorella.
Colsi al volo il suo riferimento sottile e arrossii ancora, sperando che nessuno lo notasse, nel
caso avessi frainteso.
Dannazione, con tutta quella neve, gli sbalzi di colore della mia pelle dovevano essere ancora
più evidenti.
«Peccato che tu non mi abbia colpito!» replicò Evan in fretta, chinandosi a raccogliere la neve.
Sbattei le palpebre quando vidi la palla formarsi senza che lui la toccasse, poi la lanciò dritta su
Ginevra, che nel frattempo aveva preparato un arsenale. Le sfere bianche iniziarono a fluire verso di
noi a una velocità che faticavo a seguire, ma nessuna riuscì a colpirmi: tutte si scioglievano a pochi
centimetri dal mio corpo, così vicine da permettermi di percepirne il gelo.
Non capivo cosa ci trovassero di tanto divertente, dal momento che nessuno dei due riusciva a
mandare nemmeno un colpo a segno. Inaspettatamente, mentre Evan era impegnato a proteggere me,
una palla di neve lo colpì dritto sulla testa e a quel punto scoppiammo tutti e tre in una risata fragorosa,
mentre Evan si scrollava i capelli zuppi.
La neve continuò a scendere per tutto il giorno e nel pomeriggio si tramutò in una bufera
bianca.
Pranzai a casa, insieme ai miei genitori. Da quando la mia vita era in costante pericolo cercavo
di dividere il mio tempo anche con loro, benché la caffetteria assorbisse gran parte delle loro energie,
soprattutto da quando mio padre realizzava torte e ciambelle anche per le città vicine e le ordinazioni
erano sempre più numerose.
Evan finse di raggiungermi alle tre per accompagnarmi da lui, quando in realtà non se n’era mai
andato. Ogni volta rimaneva in segreto per proteggermi da chiunque tentasse di avvicinarmi.
Quel pomeriggio non ci sarebbe stato, mi aveva già avvisata la mattina precedente, prima di
uscire dall’aula di trigonometria. Io ero rimasta seduta sul banco, un po’ turbata, come succedeva
sempre quando Evan mi parlava di ciò che faceva. Ma poi avevo aperto il diario e avevo trovato un suo
messaggio, scritto in simboli devanagari.
Avevo riconosciuto subito quelle parole. Le aveva pronunciate dopo la nostra prima volta e quel
pensiero mi scaldò il cuore. Sei in me... Nel mio cuore. Nella mia anima. Sfiorai i simboli,
immaginando Evan mentre li scriveva sul mio diario. Sapeva che preferivo essere preparata alla sua
assenza. E lui era stato così dolce da farmi dimenticare tutto il resto.
Nonostante tutto, non mi dispiaceva trascorrere un po’ di tempo con Ginevra. Le ore insieme a
lei scivolavano velocemente, un po’ come quando stavo con Peter.
Già, Peter. Sebbene lo incontrassi a scuola tutte le mattine, a volte la sua presenza costante nella
mia vita mi mancava. Eravamo stati inseparabili per troppo tempo perché fosse altrimenti. Allora lo
chiamavo, per vedere come stava, ma niente era più come prima ormai, nemmeno il suo tono di voce.
Certi equilibri si erano spezzati e quando succede è un processo irreversibile.
«Starai via a lungo?» mi lamentai, incrociando le ginocchia sopra il letto di Evan.
«Un paio d’ore. Non andrò lontano.»
«Non ho ancora visto Ginevra», commentai.
Evan sorrise, probabilmente al corrente di qualcosa che io ignoravo. «È di sotto con Simon.»
Dalla sua espressione, intuii al volo a cosa si riferisse. «Scommetto che lo sta facendo nero.»
«Simon sa come difendersi», replicò divertito.
«Mi piacerebbe vedervi, qualche volta...» buttai lì, sperando che cogliesse la mia ennesima
richiesta, ma sapevo già come la pensasse a riguardo.
La palestra era off-limits per me, quando si allenavano.
«È troppo pericoloso per te», ribadì infatti in tono serio.
«A vederlo, non sembra che Simon possa essere pericoloso come dici», lo stuzzicai.
«Con Ginevra fa sempre più attenzione, in realtà. Uno sbaglio, una distrazione... e potrebbe
ucciderla. Avresti dovuto vederlo combattere contro Dra...» La voce Evan si spense all’improvviso,
lasciando la frase in sospeso, come se si fosse ricordato che quella parola non esisteva più nel suo
vocabolario. E tutto a causa mia. Il senso di colpa mi stava divorando.
Il volto di Evan si era indurito. Lo conoscevo abbastanza per comprendere quanto soffrisse,
sebbene non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce. Cercai d’incrociare il suo sguardo, ma invano.
«Ho già avvertito Ginevra che sei qui, ne avrà ancora per poco», mi informò cambiando
discorso. «Tu nel frattempo puoi andare di sotto, se ti va. L’acqua è calda in piscina. Sei al sicuro qui in
casa.»
«Non preoccuparti. Troverò il modo per tenermi occupata. Tu intanto sbrigati a tornare», lo
minacciai tirandolo sul letto per la maglietta.
Evan cadde sopra di me, le braccia in tensione. Mi baciò per qualche istante, poi si ritrasse,
appoggiando la fronte alla mia. «Devo andare. Vedi di non annegare, mentre non ci sono.»
«Farò del mio meglio, ma non ti prometto niente.» Sorrisi.
«Allora farò più in fretta che posso.» Mi baciò ancora.
«Faceva parte del mio piano», gli bisbigliai sulle labbra.
Poi scomparve e la stanza si riempì della sua assenza.
Rimasi qualche istante a contemplare la parete vuota, poi mi lasciai cadere indietro sul letto e
socchiusi gli occhi, respirando profondamente.
Senza Evan, il silenzio si era fatto opprimente.
Mi alzai dal letto, inquieta. Forse l’idea di fare un bagno non era poi così sgradevole...
Tastai l’acqua con un piede prima di immergere il resto del corpo. Era più calda di quanto
ricordassi, dall’ultima volta.
Nemmeno nella vasca riuscii a scrollarmi di dosso quel senso d’inquietudine. La stanza era
troppo grande perché potessi perdermi nei miei pensieri e il rumore dell’acqua riecheggiava sulle
pareti.
Nuotai per qualche minuto, osservando la neve cadere oltre l’enorme vetrata che dava sul
giardino, ma quel silenzio mi spazientì in fretta. Uscii dalla piscina e avvolsi un telo attorno al costume
nero che indossavo, un bikini che si univa al centro lasciando scoperto un fianco.
«Non farlo, stai decisamente meglio senza...»
Una voce risuonò sensuale alle mie spalle. Trasalii e mi voltai di scatto.
«Evan!» Sospirai, il fiato ancora spezzato dalla sorpresa. «Che ci fai qui?»
«Non sembri molto contenta di vedermi. Se vuoi, posso anche andarmene...» propose,
inarcando un sopracciglio, ma le sue mani erano già attorno alla mia vita.
«N-No...» balbettai. «Solo, pensavo che ci avresti messo un po’ di più a tornare, mi ero
preparata a stare due ore senza di te.»
Evan fece un passo verso di me, lo sguardo esitante.
«Sei tornato prima di quanto sperassi.» Era passata al massimo una mezz’ora da quando mi
aveva lasciata.
«Davvero? Mi sembravano giorni. Non riuscivo a starti lontano», mi sussurrò sul collo, «in
realtà, non posso trattenermi molto, ho solo pensato di venire a vedere come stavi. Sai, tra una cosa e
l’altra...»
«Ottima idea», affermai compiaciuta.
«Allora? Si può sapere che ci fai con quello?» chiese indicando il telo avvolto attorno al mio
corpo.
Abbassai lo sguardo sull’asciugamano, un po’ stranita. «Ho seguito il tuo consiglio. L’acqua è
davvero perfetta.»
«Certo...» Evan scosse la testa, divertito dalle mie parole. «Ma io volevo dire cosa ci fai ancora
con quello addosso», ribadì con voce bassa aprendo il telo, che ricadde morbidamente ai miei piedi. Il
suo sguardo provocante era pieno di desiderio.
Fece un passo avanti e io indietreggiai, fin quando la mia schiena nuda non si scontrò con la
parete gelida. Trasalii per il freddo.
«Ops...» bisbigliò Evan, e poggiò entrambe le mani sul muro, accanto alla mia testa,
sbarrandomi la strada. «Sei in trappola, adesso», sussurrò, lo sguardo sensuale quanto il tono della
voce.
«Mi lascerò torturare, se è questo che hai in mente», replicai inarcando un sopracciglio.
«Mi leggi nel pensiero.» La sua mano si posò sul mio fianco nudo, mentre lui mi baciava con
ardore.
Il freddo tornò a farmi accapponare la pelle. No, non il freddo. Era come se ci fosse
qualcos’altro.
Le mani di Evan iniziarono a muoversi sul mio corpo, in modo inaspettato, mentre le sue labbra
mi esploravano il collo, scendendo lungo il seno. Mi guardai intorno, stranamente a disagio.
«Evan...» cercai di mormorare, ma lui si muoveva con troppo impeto perché potesse prestarmi
attenzione. «Evan, fermati», sussurrai, poco convincente.
«Non ne ho alcuna intenzione», ribadì deciso stringendosi contro di me.
Non lo avevo mai visto così eccitato e irrefrenabile.
«Potrebbe entrare qualcuno», insistetti, «Simon e Ginevra sono nella stanza accanto.»
«Non m’importa», ansimò continuando a baciarmi.
Appoggiai le mani sul suo petto per fermarlo, inchiodando i miei occhi nei suoi. «A me invece
sì», protestai, in tono serio. «Che ti prende?» gli domandai perplessa.
«Ti sorprende così tanto che io abbia voglia di te?» domandò inarcando le sopracciglia.
Sviai lo sguardo, controllando la stanza. Continuavo ad avvertire quella strana sensazione sulla
pelle, come se ci fosse una presenza estranea e ostile. Ma era impossibile, Evan se ne sarebbe accorto.
Lo sguardo mi ricadde sul suo collo.
«Dov’è la tua piastrina?» chiesi, allarmata, scostando il tessuto della sua maglietta per
controllare.
Lo sguardo di Evan vacillò.
Lui non toglieva mai la sua collana. Per un istante, temetti che l’avesse persa in chissà quale
parte del mondo, poi mi sfiorò un’idea ancora peggiore, ma la scartai in fretta. Era improbabile che
Evan l’avesse tolta per via della storia con Drake.
Si portò una mano al collo per controllare, smentendo il mio timore. «Devo averla lasciata in
camera», si giustificò, pensieroso.
«Pensavo non la togliessi mai...» insistetti.
«Infatti», replicò lui, titubante, «la prenderò appena rientro, non preoccuparti», bisbigliò
spingendomi contro il muro. «Non posso rimanere ancora a lungo», mi avvertì, prima di tornare a
baciarmi con fervore.
Lo assecondai, fin quando non sparì davanti a me senza preavviso, lasciando l’eco della sua
voce a risuonare nella stanza vuota, con una nota di malizia: «A presto...»
Rimasi immobile contro la parete, con una strana sensazione sulla pelle e il ricordo del suo
sguardo intenso che iniziava a svanire.
Un brivido di freddo mi provocò la pelle d’oca: senza il calore di Evan, mi resi conto di essere
ancora bagnata. Raccolsi il telo dal pavimento, turbata, e mi asciugai in fretta.
Era stato un incontro strano; non mi aveva suscitato le stesse sensazioni che provavo ogni volta
che Evan mi baciava. Non ero abituata a quel comportamento insistente e non ero sicura che mi
piacesse.
30
SOTTILE INGANNO
M’infilai i vestiti, ancora perplessa, e bussai alla porta della palestra da dove i suoni arrivavano
pacati e attutiti, come se provenissero da lontano. Nessuno aprì. Afferrai cautamente la maniglia e
schiusi appena l’uscio per sbirciare all’interno, ma qualcosa lo colpì richiudendolo con violenza. Non
ebbi nemmeno il tempo di riprendere fiato, che Ginevra era già accanto a me. «Gemma! Che ti salta in
mente? È pericoloso per te! Che ci fai qui?» mi chiese, preoccupata, quasi in un rimprovero.
Stavo per risponderle quando lei m’interruppe bruscamente, scrutando oltre le mie spalle con
espressione allarmata. «C’è stato qualcuno, qui», asserì, senza prestarmi attenzione.
«Era soltanto Evan», la rassicurai, ma non ne sembrava molto convinta.
«Credevo che fosse via.»
«Lo credevo anch’io, ma poi mi ha fatto una sorpresa.»
Ginevra continuava a perlustrare la stanza con aria inquieta.
«Pare che abbia trovato un po’ di tempo», insistetti. «Simon è lì dentro?»
Sulle sue labbra si formò un sorriso fiero e compiaciuto. Sapevo già quello che stava pensando.
«Dagli un po’ di tempo per riprendersi.» Avvicinò il viso al mio e abbassò la voce. «... Credo di aver
esagerato stavolta», bisbigliò.
Scossi la testa e osservai con attenzione il suo corpo. Non aveva neanche un graffio.
Essere una Strega doveva essere una cosa fantastica.
La porta della palestra si aprì alle spalle di Ginevra, che mi lanciò un’occhiata complice.
«Sei tutto intero, a quanto vedo», constatai soffocando una risata.
Simon cercò d’istinto lo sguardo di Ginevra, che sollevò le spalle. «Neanche un graffio», ribadì
fiero, sfidando la sua ragazza con lo sguardo.
«Fortuna che guarisci in fretta», lo provocò lei, «possiamo tornare dentro, se te la senti.»
«Okay, okay!» li interruppi sorridendo. «Ma non ne avete mai abbastanza, voi due? Io
propongo una tregua. Che ne dite se andiamo di sopra?»
Ginevra non staccò un istante gli occhi da quelli di Simon. «Mi sembra una buona idea.» Fece
un sorriso furbo. «C’è un limite di sopportazione che non può oltrepassare nemmeno il corpo di un
Angelo. Non vorrei che superassi il tuo.» I suoi occhi sensuali brillavano in quelli di Simon, che inclinò
la testa senza mai lasciare il suo sguardo.
Improvvisamente le afferrò il polso e la attirò a sé con decisione, bloccandola contro la parete
mentre lei si lasciava immobilizzare.
Avevo già visto Simon senza la maglietta, ma non avevo mai notato quanto fosse muscoloso.
La sua pelle abbronzata era lucida per il sudore.
«Visto?» sussurrò lui sulle sue labbra, le forti braccia tese a sbarrarle la strada. «Basta pensare
ad altro, per coglierti impreparata.»
Trasalii al ricordo che quella scena mi aveva riportato alla mente. Arrossii e abbassai lo
sguardo, imbarazzata. Poi Ginevra avvicinò sensualmente le labbra a quelle di Simon, senza toccarle,
indugiò per qualche istante e all’improvviso lo lanciò contro il muro, con un abile movimento con cui
invertì i loro ruoli. «Cosa ti fa credere che fossi impreparata?» gli sussurrò, replicando alla sua
provocazione.
Poter leggere i pensieri di Simon per capire il momento esatto in cui agire costituiva senz’altro
un vantaggio, per lei.
Scossi la testa, mentre Simon sorrideva alla sua testardaggine; era decisamente un aspetto di lei
che gli piaceva. «Tu non ti arrendi mai, non è così?» La baciò sulle labbra, divertito da quel gioco solo
loro.
Per Ginevra ogni cosa si tramutava in una sfida continua, una competizione in cui non accettava
l’idea di perdere. Forse faceva parte della sua natura di Strega.
Era bello vederli insieme, ma, più li guardavo, più Evan mi mancava, benché fossero passati
solo pochi minuti dal nostro ultimo incontro. Mi sembrava di non vederlo da ore.
«Non so a voi, ma a me è venuta una certa fame», esordii, sperando che qualcuno cogliesse la
proposta, lo sguardo fermo su Ginevra che non tardò ad accettare il mio invito.
Simon mi guardò di sottecchi rivolgendomi un sorriso. «Hai davvero un appetito da Strega,
Gemma!» mi schernì divertito.
Abbassai lo sguardo, imbarazzata, e li seguii in cucina. «È solo la piscina», mi giustificai,
sentendomi improvvisamente goffa. «Il nuoto mi fa venire fame.»
Le due ore successive volarono talmente in fretta che quasi non avvertii il peso del tempo sul
cuore.
Simon e Ginevra erano una compagnia piacevole, l’affetto reciproco era incondizionato.
Nonostante tutto, l’assenza di Drake si percepiva fortemente in ogni angolo della casa e, ogni
volta che qualcuno pronunciava per caso il suo nome, un triste silenzio investiva immediatamente la
stanza. Ognuno di loro ne sentiva la mancanza, ne ero certa.
«Vi sono mancato?»
La voce spensierata di Evan mi ridestò dai miei pensieri. Sorrisi d’istinto.
«A quanto pare non molto...» asserì con sarcasmo dopo aver dato un’occhiata alla tavola in
disordine, ricolma di avanzi di ogni genere.
Gli gettai le braccia attorno al collo.
«Bene! Qualcuno stava festeggiando senza di me...» mi accusò con ironia, sfregando il naso
contro il mio.
«Che dici?!» replicai stizzita. «Non festeggeremmo mai senza di te!» esclamai guardando
Simon e Ginevra in cerca di complicità, invitandoli a sostenermi.
«Ma certo!» confermò Ginevra, ma poi si ficcò qualcosa in bocca, mugugnando di piacere.
«Come ti viene in mente una cosa del genere?»
Evan rise e io lo baciai, mentre gli altri sgusciavano silenziosamente fuori dalla cucina.
«Oookay, è il caso che vi lasciamo soli», commentò Ginevra.
«Non è necessario», replicai in fretta.
Evan sorrise e le fece l’occhiolino per smentirmi, ma io me ne accorsi.
«Qualcun altro non la pensa allo stesso modo. Per favore, Evan! Risparmiami i dettagli!» lo
redarguì Ginevra, tirando Simon per mano. «Aspetta almeno che sia uscita dalla stanza!»
Lui rise, poi tornò a guardarmi.
Eravamo di nuovo soli, finalmente.
«Mi è sembrato un’eternità», mi confessò Evan, fissandomi con dolcezza.
Ero sicura di potermi sciogliere, ogni volta che mi guardava in quel modo. Sembrava quasi
un’altra persona dal nostro ultimo incontro.
«Scusa se ti ho fatto aspettare, ci ho messo un po’ più del previsto.»
«L’hai trovata!» esclamai sollevata, notando la sua piastrina. Era di nuovo al suo posto, ma
Evan sembrava non capire.
«Cos’avrei trovato?» chiese, mentre le sue labbra si posavano delicatamente sul mio collo.
«La tua piastrina», spiegai.
«Non l’ho mai tolta», bisbigliò con disinvoltura, la bocca che risaliva verso il mento.
«Sì, invece», insistetti, «in piscina non la portavi...»
Evan si fermò di colpo e mi guardò, accigliato.
«Hai detto di averla lasciata in camera», gli ricordai, senza capire il motivo del suo
smarrimento.
I suoi occhi vacillarono, allarmati, mentre io iniziavo a capire il perché.
«Non ricordo di averlo mai detto», replicò, immobile, guardandomi come se sperasse di
sentirmi dire che sbagliavo. «Gemma... sono via da diverse ore, lo sai bene.» Voleva quasi convincermi
di quella verità.
«No, tu eri... Allora in piscina...» Mi portai le mani alla bocca e mi sentii gelare, sgomenta,
mentre osservavo la collera montare negli occhi di Evan.
Una scintilla d’odio balenò sul suo sguardo. «È stato di nuovo qui», ringhiò serrando i muscoli.
Mi tremavano le mani. «Cos... Vuoi dire che era Drake?» sibilai, inorridita al pensiero del
nostro incontro.
Evan mi fissava con circospezione e la rabbia montava in lui a ogni istante, mentre il mio corpo
veniva stretto in una morsa di gelo.
Non era Evan.
«Cosa ti ha fatto?» ringhiò, infuriato.
Trasalii alla durezza della sua voce.
«Cosa ti ha fatto, Gemma?!» ripeté alzando il tono di voce.
Un fuoco nero gli ardeva negli occhi.
«Non credo che vorresti saperlo», mormorai appena.
«Sì, invece», insistette a denti stretti. «Ti ha toccata?» ringhiò, furioso.
Voltai la testa e chiusi gli occhi, incapace di fornirgli la risposta.
Evan grugnì e scagliò un pugno contro il muro di cemento. La parete si crepò sotto le sue
nocche, mentre io rimanevo impietrita. La sua espressione non lasciava spazio a dubbi, stavolta Evan
non si sarebbe fermato.
«Evan...»
«Ha passato il limite. Non succederà un’altra volta», mi assicurò, implacabile.
«Evan!» esclamò Ginevra correndo verso di noi. Incrociò i nostri sguardi e si fermò davanti a
lui. «Ho bisogno di parlarti.»
«Non è il momento», intimò, severo.
«È importante, invece, devi ascoltarmi. Drake è il minore dei nostri problemi in questo
momento», insistette. Aveva letto l’accaduto nelle nostre menti, ma non le importava, come se quello
che aveva da dire fosse molto più importante.
Evan si raddrizzò di colpo e le prestò finalmente attenzione.
«L’ampolla che conteneva il veleno...» La voce di Ginevra era glaciale, gelida come i suoi
occhi. «È scomparsa. Non la trovo più da nessuna parte, Evan!»
Il volto del fratello impallidì all’istante.
«È stato qui!» esclamò Ginevra.
Un brivido di gelo mi attraversò il corpo. L’Angelo incaricato di uccidermi era entrato in casa.
«Non capisco come abbia fatto a entrare nella mia stanza senza che me ne accorgessi!»
continuò Ginevra.
«Sei sicura di quello che dici?» indagò Evan, allarmato. «Quando è stata l’ultima volta che l’hai
vista?»
«È passato troppo tempo! Probabilmente quando ti ho dato il veleno per Faust. Non ci ho più
fatto caso, non lo so!» gridò Ginevra, in preda al panico.
«Ma era vuota. Hai versato l’unica goccia sul pugnale, c’ero anch’io», rifletté Evan.
«Evan, sottovaluti la sua potenza. Non hai idea di quanto poco ne basti per uccidere un
Sotterraneo.»
«Dovevi distruggerla, allora!» ringhiò, severo. Poi tacque per qualche istante, lo sguardo perso
nei suoi pensieri. «Non sappiamo se il Giustiziere sia tornato, dopo l’ultima volta, o se si fosse
procurato il veleno già da tempo. Non possiamo sapere se ha intenzione di attaccare. Dobbiamo stare
all’erta.»
Simon annuì, entrando dalla porta. «Credi che abbia un piano?» gli chiese.
Evan rimase impietrito per qualche istante prima di rispondere. «C’è qualcosa che non va... È
passato troppo tempo dall’ultima volta che ha tentato di uccidere Gemma.» Continuava a scuotere la
testa elaborando le informazioni.
«Forse vuole farci abbassare la guardia», intervenne Simon.
Evan non ne era convinto. «No. È furbo. Sa che non lo faremmo mai. Deve avere un piano»,
suggerì con gli occhi stretti a una fessura, quasi potesse mettere a fuoco le intenzioni del nemico. «Ha
in mente qualcosa, ma io non gli permetterò di farla franca. Dobbiamo rimanere lucidi e aspettare che
faccia la sua mossa.» Nel suo sguardo si accese una scintilla. «Quando succederà, saremo qui ad
aspettarlo.»
«Non sappiamo nemmeno con chi abbiamo a che fare, Evan», lo ammonì Ginevra, «o, ancora
peggio, quale sia il suo potere!»
Evan la fulminò con lo sguardo. «Io un’idea me la sono fatta», sussurrò tra sé.
Su tutti noi calò un silenzio gelido.
Lo osservai attonita, cercando di decifrare la sua espressione, ed Evan si avvicinò a me, come se
lo avessi chiamato. Mi attirò contro il suo petto, coprendomi la testa con la mano. «Non preoccuparti»,
sussurrò appena, «... andrà tutto bene.»
Un brivido di gelo mi attraversò la pelle perché, dentro di me, sapevo che non era vero.
31
LUCCIOLE NELLA NOTTE
Quella sera andai a letto presto, addormentandomi prima di riuscire a rendermene conto, con il
rumore dei rami che graffiavano la finestra e il vento in tempesta che ululava oltre i vetri come un lupo
arrabbiato.
«Gemma...»
Una voce risuonò nella mia testa, sussurrando nel silenzio della notte.
Trasalii, agitata. Era impossibile che fosse già mattina. «Sstt... tranquilla, sono io», bisbigliò
dolcemente.
«Evan...» mugugnai, gli occhi ancora chiusi. Poi mi resi conto della sua presenza accanto a me
e mi sollevai di colpo. «Evan, che c’è?» domandai allarmata, chiedendomi cosa potesse essere successo
perché Evan mi svegliasse a quell’ora della notte. Sbattei le palpebre più volte prima di abituarmi a
quell’oscurità e guardai oltre la finestra, dove il buio era ancora fitto e la notte silenziosa. Aveva
smesso di nevicare. «Non è ancora giorno», protestai.
«Vestiti», mi ordinò in tono gentile.
Cercai il suo sguardo per capire, lasciandogli intuire la mia preoccupazione, ma Evan mi
sorrise, per rassicurarmi. «Andiamo da qualche parte?» domandai perplessa, continuando a guardare il
buio oltre la finestra.
Le sue labbra si distesero in un altro sorriso, stavolta più dolce. «Fidati di me», sussurrò, senza
mai lasciare il mio sguardo, «c’è una cosa che devi vedere.»
Scesi dal letto e lo assecondai. «Usciamo dalla finestra?!» domandai, sbigottita, mentre Evan
spalancava i vetri.
«Come sempre», mi sorrise, ma io non ero ancora del tutto certa della sua proposta.
Non era la prima volta che sgusciavamo fuori nel cuore della notte, ma nelle occasioni
precedenti era stato diverso. La morte non era ancora sulle mie tracce e potevamo contare su Drake che
prendeva il mio posto. Le circostanze erano cambiate.
«I miei potrebbero svegliarsi! E se non mi trovassero?»
La mia esitazione provocò un altro dei suoi sorrisi disarmanti. «Da quando ti fai tutti questi
problemi? Dai, Gemma... Ne abbiamo combinate di peggiori!»
Non potevo dargli torto.
«Sono già stato dai tuoi genitori, non si sveglieranno prima dell’alba, me ne sono occupato io.»
A quel punto non potevo più replicare.
Mi cambiai in fretta e lo raggiunsi sul davanzale reggendomi al suo braccio teso, mentre lui mi
prendeva in spalla. Qualche istante dopo, atterravamo con grazia sull’asfalto. Non sentii nemmeno
l’impatto con il suolo, come se Evan avesse sconfitto la gravità controllando l’aria perché ci
accompagnasse.
L’unica cosa che avvertii fu il vento freddo che mi pungeva le guance.
La tempesta si era ritirata, lasciando tutto innevato. Era bellissimo vedere quel manto candido
che ricopriva ogni cosa.
Una volta sull’auto, notai due paia di pattini da ghiaccio adagiati sul sedile posteriore, uno più
piccolo, l’altro grande quasi il doppio, e capii subito le sue intenzioni.
M’irrigidii sul sedile mentre Evan mi guardava di sottecchi, sorridendo.
Pensai subito al piazzale concavo di fronte alla scuola. Ogni anno, quando la temperatura si
abbassava drasticamente, veniva riempito d’acqua, così che si ghiacciasse. Ma cosa aveva in mente?
«Sono le tre di notte!» protestai. «Ci prenderanno per pazzi!»
«Non c’è nessuno dove stiamo andando», replicò facendo attenzione a non svelarmi troppo.
Smentì le mie intuizioni quando l’auto svoltò nella direzione opposta alla scuola.
Cercai di controbattere, ma poi mi arresi al silenzio, attendendo di vedere dove mi stava
portando.
Proseguì in direzione del bosco, allontanandosi da Lake Placid e dalle luci della città.
Il buio c’inghiottiva man mano che l’auto s’inoltrava tra gli alberi, lanciando un unico fascio di
luce davanti a noi. Poco dopo, mi sembrò di vedere un lieve bagliore balenare in lontananza, nel bosco,
ma si spense subito.
Mi avvicinai al vetro, incuriosita, cercando di capire dove mi stesse portando Evan o cosa
avesse emanato quello scintillio argentato, mentre lui continuava a sorridere di sottecchi per le mie
reazioni.
Rimasi di sasso quando l’auto si arrestò in mezzo al nulla ed Evan mi aprì la portiera
aiutandomi a scendere, mentre io, perplessa e frastornata, continuavo a guardarmi intorno, turbata
dall’oscurità.
«Evan, cosa...» cercai di balbettare perché non vedevo niente.
Sentii la sua risata librarsi nella notte, poi la sua voce si addolcì. «Sei pronta?» sussurrò dietro il
mio orecchio. Con un tocco delicato mi sollevò il mento con un dito.
Fissai le foglie scure e nello stesso istante uno scintillio argentato brillò sulla mia testa.
Lentamente, il folto manto degli alberi prese vita mentre centinaia di punti luminosi si
accendevano, tremolando a intermittenza.
Non ero più sicura di essere ancora sveglia o se stessi sognando, perché i miei occhi non
riuscivano ad abituarsi allo spettacolo meraviglioso cui stavano assistendo.
La foresta, come un infinito e prezioso covo di lucciole, si era illuminata tutto intorno a noi e,
sulle cime degli alberi, migliaia di corpuscoli brillanti risplendevano tra le foglie.
Erano sfere di luce, le riconobbi dal bagliore candido. Così tante da rischiarare la notte.
Ed erano così minuscole da sembrare piccole stelle sospese tra gli alberi, come se il cielo si
fosse abbassato per osservarci di nascosto.
Girai su me stessa, con il volto al cielo.
Era meraviglioso vederle risplendere e non riuscivo a trovare niente di appropriato da dire per
descrivere a Evan il mio stupore e l’emozione che aveva suscitato in me il pensiero che lui fosse già
stato lì, preparando tutto per me.
Notai che mi stava fissando, il sorriso ancora sulle labbra in attesa che dicessi qualcosa.
«È tutto vero?» mormorai. «Sai che non mi piace quando mi confondi», gli ricordai. «Siamo
davvero qui o siamo nella mia testa?»
Evan rise. «No, non stai sognando. Se fosse così io non avrei potuto portarti dove avrei voluto.
Sei tu a condurre il gioco nei tuoi sogni, non dimenticarlo.»
«Riesci a togliermi il fiato. È bellissimo», esclamai. «Ma perché siamo qui?» domandai
ripensando ai pattini sul sedile posteriore della sua auto. Non c’erano piste ghiacciate nei dintorni e la
scuola era distante, ormai. Non riuscivo a capire che intenzioni avesse.
Evan si avvicinò dietro di me e mi cinse la vita con le mani. Lanciò una breve occhiata allo
specchio d’acqua, poi il suo sguardo tornò su di me, l’espressione incerta, ma piena di promesse. «Hai
mai pattinato sul lago, tra le stelle?» mi sussurrò sfiorandomi l’orecchio con le labbra.
Il suo respiro caldo mi solleticò la pelle. «Ovvio», replicai ripensando alle decine di volte in cui
io e Peter avevamo fatto tardi per pattinare nel piazzale della scuola, sebbene non fosse la stessa cosa,
lo sapevo bene.
Mi morsi il labbro, subito pentita per l’impulsività con cui avevo risposto, ma Evan replicò in
fretta. «E lo hai mai visto ghiacciarsi?» sussurrò sottovoce allungando il braccio, per indicare il Lake
Placid di fronte a noi.
Fino ad allora non lo avevo nemmeno notato. Da lontano avevo intravisto il luccichio della luna
brillare sul lago, ma non ero sicura che fosse ghiacciato o se Evan potesse far scivolare i pattini anche
sull’acqua. Con lui non potevo escludere nessuna ipotesi.
«Stai scherzando?» replicai voltandomi a guardare il suo viso, proteso oltre la mia spalla. Le
nostre guance si sfiorarono.
Sapevo che non stava scherzando, ma il suo sorriso me ne diede conferma.
«Non stai scherzando», sospirai tra me.
«Vieni.» Evan mi afferrò la mano e mi trascinò fino alla riva.
Lo seguii, ancora confusa. Mi lasciò le mani solo in prossimità della riva. Poi mi guardò per un
lungo istante, per incoraggiarmi o incuriosirmi ancora un po’, probabilmente. Quella parte lo divertiva
sempre più delle altre.
Lo vidi abbassarsi e tendere la mano verso l’acqua, fin quasi a sfiorarla con il palmo.
Trattenni il respiro mentre la superficie del lago tremolava sotto di lui, increspandosi appena.
Poco dopo, in quello stesso punto, l’acqua si ghiacciò improvvisamente.
Sgranai gli occhi, incredula, mentre il ghiaccio si estendeva, correndo su tutta la superficie del
lago, increspandosi tra mille incrinature di cristallo e trasformandolo in pochi istanti in un unico
specchio di vetro.
Evan si voltò a guardarmi con aria soddisfatta e io sbattei le palpebre, estasiata. «Hai ghiacciato
il lago», sussurrai, come se quello che aveva appena fatto non fosse abbastanza evidente.
«Non ti sfugge nulla», mi derise.
Aprii la bocca, ancora incredula e indicai lo specchio di fronte a noi. «Tu hai ghiacciato il
lago!» ripetei confusa e sbigottita.
«Sssssì...» Evan corrugò la fronte, l’espressione stranita. «Ho anche fatto di peggio, nella mia
vita.»
«Non riesco a crederci...»
«Non ti piace?» domandò, confuso e preoccupato.
«No! Sì! È solo che mi sembra...» Faticai a trovare le parole. «Incredibile», esclamai
affascinata. «È davvero troppo per me, Evan.»
«Niente è troppo per te», replicò in fretta, come se avessi appena detto una sciocchezza.
Mi accarezzò la guancia e scomparve per una frazione di secondo. Poi mi porse i pattini. Lui li
aveva già indossati in un battito di ciglia, sebbene fossi certa che non ne avesse affatto bisogno. Li
infilai e accettai la sua mano tesa.
«Sei pronta?» chiese, incoraggiandomi con lo sguardo.
Guardai la lastra di cristallo che si stagliava nitida di fronte a me. «Non ne sono certa», ammisi,
preoccupata.
«Affidati a me», mi rassicurò stringendo la mia mano nella sua.
Poggiai un piede sulla superficie ghiacciata del lago, seguito dall’altro, muovendomi con fare
incerto.
Era più difficile di quanto mi aspettassi.
«Stai attenta», mi suggerì piano Evan, la mia mano ancora nella sua. Ero sempre stata brava,
eppure lui sembrava un professionista a confronto. «Sarà un po’ diverso dalle altre volte», mi avvertì.
«Lo avevo intuito», replicai con sarcasmo. Mi sembrava di scivolare su una superficie
insaponata. Per quanto mi sforzassi di mantenere l’equilibrio, riuscire a trovare la giusta coordinazione
braccia gambe pareva un’impresa impossibile.
Il ghiaccio sotto di noi era perfettamente lucido e levigato, cristallino come le gocce d’acqua
gelata che pendono dai rami come gioielli.
«Ti abituerai in fretta. Nel frattempo, non lasciare mai la mia mano», mi rassicurò, parlando con
un tono profondo.
«Okay», replicai, sforzandomi di non cadere mentre avanzavo a tentoni.
L’aria era gelata e mi sembrava di non sentire più le guance. La mano stretta in quella di Evan
invece era al caldo e al sicuro, nel dolce tepore che da lui si estendeva fino al mio braccio. Cercavo di
non pensare all’acqua gelida e profonda che si estendeva sotto di noi. Lo strato di ghiaccio era spesso e
non avevo motivo di preoccuparmene.
Con Evan non correvo alcun rischio.
«Okay, sono pronta.» Respirai profondamente. «Adesso puoi lasciarmi», affermai, quando mi
sentii abbastanza certa di poter rimanere in piedi anche senza il suo appoggio. Non avrei voluto che si
allontanasse, ma in qualche modo volevo dimostrargli di esserne in grado.
«Sei sicura? Potrebbe essere pericoloso.» Probabilmente il mio volto aveva lasciato trasparire
l’incertezza.
Dopo il suo avvertimento, Evan allentò la presa.
«Posso farcela», replicai in tono basso, rassicurando più che altro me stessa.
Lui staccò la mano, cauto, e io mi ritrovai in piedi da sola, in un equilibrio precario.
Sembrava più facile quando c’era lui a infondermi sicurezza, eppure sapevo di potercela fare.
Avanzai con passo deciso, affondando le lame l’una dopo l’altra, sempre più velocemente,
fingendo di dominare il ghiaccio. Il lago era immenso, ma non importava quanto mi allontanassi: Evan
sarebbe sempre stato lì per riportarmi indietro. In un istante mi fu accanto, pattinando in sincrono con
me. Poi, d’un tratto, un passo più deciso e si portò di fronte a me, pattinando all’indietro, come se fosse
la cosa più naturale del mondo. Mi ero sempre chiesta come si facesse.
«È divertente!» mormorai, sebbene guardare il suo viso in corsa mi facesse girare la testa.
«Ti sei adeguata in fretta», constatò soddisfatto.
«Avevi dubbi?» lo schernii ammiccando, mentre ritrovavo la destrezza cui ero abituata.
«Non ne sono ancora così sicuro, sai?»
Mi stava forse sfidando?
Affondai il piede con più decisione accelerando il ritmo della corsa.
«Vediamo se riesci a prendermi», rilanciai la sfida, per quanto consapevole che era persa in
partenza.
La risata di Evan risuonò chiara alle mie spalle, mentre io mi concentravo solo sulla strada che
avevo di fronte, aguzzando la vista.
L’aria era così gelida da togliermi il respiro, ma il mio unico pensiero era quello di non cadere.
Sentivo i suoi passi appena dietro i miei, mentre io raccoglievo tutte le energie per allontanarmi da lui.
Sapevo bene che si trattava solo di un gioco tra noi e che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto
raggiungermi in un battito di ciglia.
In un gesto stupido, mi voltai per valutare la distanza che lo separava dal raggiungermi.
Mossa sbagliata. In pochi attimi, persi l’equilibrio e inciampai sui miei stessi piedi.
Perché dovevo sempre trovare un modo per mettermi in ridicolo?
A quella velocità, l’impatto con il ghiaccio sarebbe stato di certo violento e doloroso.
D’istinto, tesi le mani in avanti e irrigidii i muscoli per prepararmi al dolore, ma, mentre
cadevo, con la coda dell’occhio intravidi una sagoma sfocata muoversi verso di me a una velocità
impensabile, solo una frazione di secondo prima che toccassi il suolo ghiacciato.
E il mio corpo colpì qualcosa di morbido.
Aprii gli occhi. Eravamo caduti l’uno sull’altra. Evan mi aveva afferrata in volo sfrecciando
sotto di me. La sua schiena sul ghiaccio, il mio corpo sul suo.
Respirai con le labbra sul suo orecchio per qualche istante, il cuore a mille e il fiato spezzato
dalla corsa. Poi mi sollevai appena e lo guardai negli occhi e una nuvola di vapore mi sfuggì dalle
labbra.
Evan sorrideva, l’espressione dolce. «Presa», sussurrò senza mai lasciare il mio sguardo, le sue
mani strette attorno alla mia vita.
Mi morsi il labbro inferiore, Evan non si riferiva solo alla caduta. «Ti avrei battuto», lo
provocai, incapace d’incassare il colpo.
«Non ho dubbi», affermò lui con un filo di sarcasmo che gli brillava nello sguardo.
«Non prendermi in giro, non è colpa mia se sei troppo veloce per me. Sono solo un’umana.»
Il suo sorriso si affievolì fino a divenire più dolce. Sollevò una mano e tracciò il profilo del mio
viso mentre scostava una ciocca di capelli che ricadeva in avanti, accompagnandola fin dietro
l’orecchio. «Tu non sei affatto soltanto un’umana, Gemma. Sei molto di più per me.»
Il mio sguardo si legò al suo.
«Non mi sarei innamorato di te, altrimenti. Tu sei...» Mi fissò intensamente, come se stesse
cercando le parole dentro di me. «Sei come un fiore sbocciato tra la neve.» Mi accarezzò ancora la
guancia.
Abbassai lentamente la testa per avvicinarmi al suo viso.
«Dall’aspetto bellissimo e così forte da sfidare il gelo», sussurrò, lieve, «ma delicato e fragile,
da proteggere.»
Posai le labbra sulle sue.
Quando mi scostai, mi guardò negli occhi con espressione fiera. «E io ti proteggerò da ogni
cosa e a ogni costo», asserì deciso.
Mi sentii tremare al pensiero che le sue parole avevano rievocato tra i miei ricordi. A volte,
c’erano attimi in cui riuscivo a dimenticare tutto il resto e allora la morte smetteva di perseguitarmi,
non c’era nessun Angelo sulle mie tracce che minacciava di uccidermi e io non dovevo temere niente,
perché ci sarebbe stato sempre Evan con me. Nessun altro.
Solo io e lui, per sempre.
Poi ritornavo alla realtà. Non sarei potuta sfuggire per sempre al mio destino, prima o poi avrei
dovuto pagare il conto. L’unica speranza che nutrivo, in fondo al cuore, era quella di poter rimandare
quanto più potevo la mia fine e passare il tempo che mi restava insieme a Evan. Non desideravo altro.
32
LA MORTE SCARLATTA
Qualche fiocco di neve fluttuava nell’aria di tanto in tanto, accarezzando dolcemente i nostri
corpi distesi a guardare il cielo. Le sfere di fuoco brillavano della loro luce bianca, tutte intorno a noi,
nascoste tra gli alberi come lucciole a spiarci dietro le foglie.
Chissà per quanto eravamo rimasti distesi a terra, l’uno accanto all’altra, con la schiena sul
ghiaccio a guardare il manto scuro sopra di noi. Ormai non sentivo più nemmeno il freddo.
O forse non m’importava. Il calore nel mio cuore bastava a riscaldarmi.
Evan aveva rimesso le scarpe, mentre io avevo preferito lasciare ancora un po’ i pattini, per
prolungare quella magica esperienza. Era da un po’ che avevamo smesso di parlare, forse da quando il
bagliore candido della luna che brillava nella notte aveva assorbito i miei pensieri, liberandoli in mille
riflessioni che sfioravano il cielo.
Mi chiedevo se esistesse un altro posto, oltre alla terra, un mondo in cui io ed Evan avremmo
potuto vivere insieme senza che nessuno minacciasse di dividerci costantemente. Un mondo in cui il
mio destino sarebbe stato diverso da quello che mi aveva riservato la terra.
Poi la razionalità mi riportava nel presente. Non esisteva nessun altro posto dove mi sarei potuta
rifugiare. E, per quanto Evan si sforzasse di nascondermi, per quanto tentasse di proteggermi, la morte
non avrebbe mai smesso di darmi la caccia. Mi rincorreva come un felino affamato, tirando giù tutti i
rami su cui riuscivo ad arrampicarmi.
Ero la sua preda. Per quanto tempo ancora avrei avuto fiato per scappare? Era impossibile
stabilirlo. Ma una cosa era inevitabile. Sarebbe arrivato un giorno in cui non sarei più stata in grado di
resistere. Speravo solo che non fosse troppo presto, non volevo perdere Evan...
«A cosa stai pensando?» Evan sfregò la sua testa contro la mia, continuando a guardare il cielo.
Non volevo trascinarlo nei meandri malinconici della mia mente logorroica. «Pensavo alle
sculture di ghiaccio», mentii, ma Evan se ne accorse, perché mi guardò in silenzio per un lungo istante,
come se mi stesse studiando per riuscire a irrompere nella mia mente.
«Non devi dimostrare di essere coraggiosa, in tutta questa storia. Nessuno se lo aspetta da te,
Gemma.»
Non replicai. Non gli sfuggiva proprio niente.
«E poi so bene che lo sei. Sei molto più coraggiosa di quanto immagini. Non era facile
affrontare tutto quello che ti è successo, ma tu non ti sei mai arresa.»
«Non vedo come avrei potuto. Non ho scelta, Evan», replicai, rattristata.
«Sai bene che non è così. Altri sarebbero crollati al tuo posto, ma tu affronti sempre tutto a testa
alta.»
«Ci riesco solo perché ci sei tu a proteggermi.»
Mi strinse la mano e compresi subito il significato di quel gesto: lui ci sarebbe sempre stato.
Ci voltammo a guardarci ed Evan mi sorrise. Per un breve istante, fu come se quel sorriso fosse
in grado di parlarmi, di comunicarmi che si sarebbe tutto risolto per il meglio. Ma adesso era lui che
mentiva.
«Allora, cosa dicevi a proposito delle sculture di ghiaccio?»
Sorrisi al suo tentativo di condurre il discorso verso un’altra direzione. Lo assecondai e mi persi
nel racconto: «Ce n’era una, in particolare – avrò avuto sette od otto anni –, ma la ricordo come se
l’avessi vista ieri. Era un’enorme carrozza di ghiaccio... o forse ero io che ero piccola e la vedevo
grande! Comunque fosse, rammento di essermi avvicinata per toccarla ed era così liscia e trasparente
che sembrava di cristallo...»
«Avrei voluto vederti, dovevi essere adorabile, all’epoca. Pensare che mi trovavo in chissà
quale parte del mondo a vivere un’esistenza vuota», rifletté tra sé, rattristandosi a quel pensiero.
«Mentre tu eri qui.»
«Non contarci, ero una peste, in realtà!» gli rivelai.
Evan rise di cuore e sollevò il busto reggendosi sui gomiti. «Non ci credo!»
«Chiedilo ai miei, saranno felici di confermartelo!» Lo imitai, sedendomi sul ghiaccio. Sentivo
la schiena umida. «Ero sempre sugli alberi con Peter, quando mi cercavano. Un vero maschiaccio! Sarà
stata la sua influenza...»
Un lampo di malizia guizzò sui suoi occhi scuri, così profondi che avrei potuto perdermi in essi.
«Un maschiaccio?» Inarcò un sopracciglio. «Mi riesce davvero difficile crederlo, dopo l’altra notte...»
Arrossii e provai a cambiare discorso: «A ogni modo, c’era questa carrozza enorme e io
immaginavo che all’interno c’era un principe con la sua principessa. Peter mi prendeva in giro e allora
io insistevo! Non posso credere di avertelo detto! Mi sento così ridicola!»
Il mio improvviso imbarazzo tornò a farlo ridere gettando la testa all’indietro, poi la sua risata
divenne più dolce. «Avevo ragione, allora. Dietro la cortina da maschiaccio si nascondeva già la mia
dolce crostatina», mi schernì, e io mi morsi le labbra, arrossendo per la confessione che gli avevo
appena fatto, svelandogli quella piccola parte di me che nascondevo tra i ricordi. «Aspetta.» Evan si
alzò, appoggiando un ginocchio a terra.
Lo fissai perplessa mentre si concentrava sul ghiaccio di fronte a sé, sospendendo i palmi sulla
superficie di cristallo. «Evan, cosa...»
«Sta’ a guardare», bisbigliò senza guardarmi, il tono dolce che non ammetteva repliche.
«Non sarà un’altra di quelle cose sconvolgenti?» lo schernii preoccupata. «... È un’altra di
quelle cose sconvolgenti», mormorai tra me, rassegnata al suo silenzio.
Mi concentrai sulle sue mani, ma non succedeva niente, se non...
Aguzzai la vista sulla leggera coltre di fumo bianco che si sollevava dalla superficie fredda
sotto i suoi palmi, sforzandomi di ricordare se ci fosse sempre stata.
No, era il ghiaccio che stava fumando.
La nebbia, concentrata solo sotto le mani di Evan, divenne sempre più fitta e densa, tanto da
impedirmi di vedere oltre il suo velo argentato. Era come se qualcosa si muovesse al suo interno. Non
capivo...
Poi le sue mani si sollevarono lentamente, lasciando diradare il nevischio, ed Evan seguì il
movimento con il corpo sollevandosi mentre il ghiaccio si plasmava al suo comando, lasciandomi
senza fiato.
Erano passati solo pochi istanti e di fronte a me c’era una grossa scultura che sembrava di
cristallo.
Non riuscivo a crederci, l’aveva tirata fuori dal ghiaccio, come se fosse stata intrappolata
nell’acqua.
Per quante assurdità avessi visto, Evan riusciva sempre a sorprendermi.
Non ero più in grado di parlare, Evan mi fissava con l’aria compiaciuta.
«Il tuo principe e la tua principessa», annunciò, con un gesto della mano e il sorriso sulle labbra.
Io continuavo a tacere spostando lo sguardo da lui alla statua, che era così perfetta che mi
sembrava quasi di vedere due persone reali intrappolate nel cristallo.
«Non guardarmi così, sai bene che posso plasmare gli elementi.»
Non risposi e girai attorno alla statua con cautela, l’espressione incredula e meravigliata. Avevo
visto diverse sculture nella mia vita, ma nessuna avrebbe mai potuto eguagliare la grazia e la bellezza
di quella che avevo di fronte. Era perfetta in ogni dettaglio, non c’erano altre parole per descriverla. Un
principe s’inginocchiava davanti alla sua donna porgendole un fiore diamantato.
Evan si avvicinò a lui, quasi intercettando i miei pensieri, e afferrò la rosa dalle sue mani gelate,
con dolcezza. Il fiore si staccò con altrettanta gentilezza, come se fosse stato il principe stesso a
porgerlo a Evan. Poi lui si avvicinò a me e me lo offrì. Esitai un istante, quindi lo accettai senza
proferire una parola. Lo strinsi tra le mani come un gioiello prezioso e lo osservai con attenzione.
«È bellissimo», bisbigliai appena, dando voce ai miei pensieri. Ogni petalo trasparente era
perfettamente definito e il bocciolo centrale dischiuso a metà sembrava brillare come un cristallo
Swarovski, alla luce argentea della luna.
Com’era possibile che stesse accadendo tutto a me? Mi sembrava di vivere in un sogno.
Avvicinai l’altra mano per esaminarne meglio i contorni e sfiorai i petali con le dita.
«Attenta», mi avvertì pacatamente, ma era già troppo tardi.
Trasalii alla vista del sangue.
I petali erano tanto preziosi quanto affilati, eppure non mi ero nemmeno accorta di essermi
tagliata, non avevo sentito alcun dolore.
Poi una goccia scarlatta si formò sul mio indice.
La osservai rigonfiarsi e scivolare sulla pelle, tracciando una linea cremisi, fino a librarsi in aria.
Quella piccola sfera rossa intrappolò il mio sguardo e il tempo sembrò rallentare all’improvviso,
mentre scandivo attentamente ogni istante in cui, precipitando, la goccia si avvicinava sempre di più al
suolo.
Poi il sangue si abbatté sulla superficie candida e bianca provocandomi un tonfo al cuore. Fu
come se avessi avvertito il rumore dell’impatto.
Un suono impercettibile, ma che mi spense il cuore per un istante.
Un presagio. Un orrendo presagio mi si contorceva nel petto.
Evan mi osservava preoccupato, senza però accorgersi del sentimento nero che mi pulsava nelle
vene con violenza, pregando che l’ascoltassi.
In quei pochi istanti, il tempo si era come congelato e quella strana inquietudine mi aveva
stretto il petto e fermato il cuore.
«Tutto bene?»
La voce di Evan mi trascinò di nuovo accanto a lui, come se qualcuno avesse improvvisamente
riattivato i suoni, riportandomi alla realtà.
«Gemma, stai bene?» insistette, allarmato, mentre io, con lo sguardo ancora assente, continuavo
a fissare la chiazza scarlatta allargarsi sul manto bianco.
«Sto bene, non è niente», balbettai incerta. Cosa mi stava succedendo? Perché avevo quelle
insolite reazioni? Perché il tempo sembrava improvvisamente risucchiarmi in un vortice nero in cui non
riuscivo a respirare? Perché avvertivo quelle agghiaccianti sensazioni sulla pelle? Si trattava forse di
una conseguenza per aver sconfitto la morte ed essere tornata indietro?
«Fa’ vedere.» Evan era preoccupato per il taglio. Mi afferrò il dito e lo esaminò per un istante.
«Bello e pericoloso», esclamai fissando il mio sguardo sul suo. Non mi riferivo solo al fiore.
Evan ricambiò la mia occhiata. «Lo guarisco in un attimo», mi assicurò con fare premuroso.
«Davvero, non è necessario, è solo un graffio, passerà in fretta», lo tranquillizzai.
Evan mi guardò di sottecchi, sorridendo. «Sei coraggiosa, l’avevo detto.»
Non ero sicura se il suo mezzo sorriso non fosse di scherno.
«Ma perché aspettare?» Prima che potessi replicare passò il suo pollice sulla ferita, che si
richiuse al suo passaggio.
Mi sorrise appena, poi il suo volto cambiò improvvisamente espressione.
Qualcosa nel suo sguardo non andava. Si era come perso a metà strada. Poi, il corpo immobile e
i muscoli tesi, mosse gli occhi come per guardarsi alle spalle, le orecchie in ascolto.
«Evan...»
«Non ti muovere», mi ordinò di colpo.
Sentii il cuore balzarmi nel petto con violenza.
Per qualche strana ragione, il mio istinto mi aveva avvertito.
Lo avevo predetto, quella sensazione che avevo percepito sotto la pelle era stata un presagio.
Sentii uno strano rumore, il suono di qualcosa che si spezzava. Cercai di respirare, ma il cuore
mi batteva troppo forte.
Qualcosa si mosse sulla lastra di ghiaccio, troppo veloce perché potessi distinguere cosa fosse.
Cercai di richiamare l’attenzione di Evan, ma d’un tratto era come se non mi vedesse. Aveva lo
sguardo infuriato e con l’udito cercava qualcosa che io non riuscivo a vedere.
Poi la distinsi, tra il ghiaccio. Una crepa. E veniva dritta verso di me a una velocità incredibile.
«Evan...» sibilai con il cuore in gola. Dalla mia bocca uscì un gemito disperato.
Lui non si mosse, ma la crepa si fermò davanti al mio piede e un inquietante silenzio zittì
perfino il vento intorno a noi.
Era una minaccia.
Cercai di guardarmi intorno, dominando il panico che mi occupava la mente. Il mio istinto
sapeva già cosa cercare, nonostante gli occhi non fossero ancora riusciti a distinguerlo tra il ghiaccio.
Doveva essere lui. Doveva essere lì.
L’Angelo vendicatore era venuto per uccidermi.
Il mio sguardo allarmato corse su quello di Evan che fino ad allora aveva avuto un’espressione
dura, concentrata ma, quando lo guardai, sulle sue labbra vidi affiorare un sorriso scaltro.
Pronto a uccidere.
Lo fissai, perplessa, cercando di capire, mentre stringeva i pugni lungo i fianchi.
Poi la sua voce spezzò finalmente il silenzio, risuonando forte in quella quiete sinistra, di
ghiaccio. «Avrei dovuto aspettarmelo da un traditore come te», esclamò, senza voltarsi, come se ci
fosse qualcuno alle sue spalle.
«Niente di personale.»
Trasalii di colpo al suono di quella voce e mi voltai di scatto nella direzione da cui proveniva.
Il mio cuore perse un battito quando incrociai il suo sguardo.
Drake.
«Com... Cosa...» balbettai tra me, sgomenta. Era lui l’Angelo che voleva uccidermi?
No. Non poteva essere vero. Mi stavo sbagliando.
Eppure lo vedevo bene, a una decina di metri da noi, che ci guardava con un’espressione fredda
e distaccata. In quel volto scuro non riuscivo a riconoscere il ragazzo divertente e spensierato cui mi
ero affezionata, il mio cuore non lo accettava. Eppure lui era lì... lo sguardo ostile intrecciato al mio.
Drake era lì per uccidere me.
Qualcosa dentro di me andò in frantumi, spezzandosi per sempre.
Per la prima volta, capii cosa c’era di tanto diverso nel suo sguardo. Era lo sguardo di un
predatore.
E io ero la sua preda. Aveva solo aspettato il momento giusto per attaccare.
Fece un passo nella mia direzione ed Evan, che mi dava le spalle, mi fece scudo con il suo
corpo guardandolo con aria minacciosa.
«Immagino non ci sia stato niente di personale nemmeno quando l’hai baciata», lo accusò Evan,
la voce avvelenata dal rancore.
Un angolo della bocca di Drake si mosse verso l’alto, in un sorriso scaltro. «Ti riferisci alla
prima o alla seconda volta?» Lo stava provocando. «Perché in piscina devo ammettere che è stato
molto più eccitante... Avresti dovuto vedere come mi toccava.»
«Sei un pervertito!» lo accusai sgomenta.
Lui inclinò la testa e fissò lo sguardo sul mio. «Andiamo, vorresti dirmi che non ti è piaciuto?»
alluse in tono malizioso, con un lampo di malizia nello sguardo nero.
«Pensavo che fosse Evan!!!» gli urlai furiosa.
Drake scosse la testa, come se non fosse d’accordo. «Io credo che una parte di te lo sapesse,
invece», insinuò.
Io gli lanciai un’occhiata di fuoco.
Non poteva essere vero. Non riuscivo a credere che quelle parole uscissero dalla bocca di
Drake, doveva trattarsi di un trucco, era troppo assurdo. Non si era mai rivolto a me in quei toni, non
poteva trattarsi dello stesso Drake che mi aveva aiutata così tante volte. Non potevo semplicemente
accettare che ci avesse traditi tutti. Non potevo accettare che fosse proprio lui il mio Giustiziere.
Faceva troppo male.
«Perché?» ringhiò a denti stretti Evan. I suoi muscoli erano un fascio di nervi.
«Sai una cosa?» replicò Drake in tono beffardo.
Evan lo ascoltava in silenzio seguendo ogni suo movimento, gli occhi infuriati stretti a una
fessura.
«Volevo vedere cosa ci fosse in lei, cosa avesse di tanto speciale da meritare la protezione di tre
Sotterranei e una Strega. Un’insignificante umana, contro tutto e tutti.»
Trasalii alla durezza delle sue parole. Non volevo più ascoltarlo, era troppo doloroso.
«A quale prezzo, poi.» Rise tra sé: «Pensavo che, avvicinandomi a lei, forse sarei riuscito a
capire. Ma, come mi aspettavo, non è stato un granché! Anche se non posso assicurarti che non ci
proverò ancora». Il suo tono era ancora provocatorio e le labbra sorridevano mentre continuava a
sfidare Evan con lo sguardo. «Sai, tendo a essere recidivo.»
«Perché?» ringhiò di nuovo Evan, ancora più feroce.
La sua risolutezza mi faceva supporre che lui sospettasse già da tempo del suo ignobile inganno.
Non c’era sorpresa nel suo volto, solo rancore e rabbia.
Drake divenne di colpo serio. «Sono un servo della morte», affermò in tono severo, come se
Evan non se ne ricordasse. «Proprio come te. Non posso farci niente, non posso rinnegare la mia
natura.»
Evan soffocò un sorriso amaro. Gli si leggeva chiaro in volto quanto gli costasse l’infedeltà di
Drake, quanto il suo tradimento lo facesse soffrire. «Hai ragione. Non posso farti una colpa per quello
che ti hanno ordinato di fare», gli rivelò, la voce apparentemente calma. «Ma non credere che me ne
starò a guardare», lo avvertì, minaccioso. «Sai bene che non te lo permetterò», lo sfidò con durezza.
Drake inclinò la testa, gli occhi malvagi fissi sul fratello. Sembrava divertito. «Mi ucciderai
come hai fatto con Faustian?»
Evan serrò istintivamente i pugni. Uccidere Faust gli era costato parecchio e fare lo stesso con il
fratello sarebbe stato infinite volte più difficile per lui, e Drake lo sapeva bene. Avrebbe giocato quella
carta a suo favore.
Poi un pensiero mi fulminò la mente all’improvviso e impallidii, mentre il mio cuore accelerava
all’impazzata.
Il veleno.
Era stato Drake a prenderlo dalla stanza di Ginevra e avrebbe potuto usarlo contro Evan se ci
fosse stato uno scontro. Il panico mi tolse il respiro. Avrei voluto che Evan fosse stato in grado di
leggermi la mente per avvertirlo. Tremavo al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere.
«Farò quello che devo», ringhiò Evan in tono deciso. Il ghiaccio sembrava fumare sotto di lui,
come se il fuoco che lo bruciava dentro lo stesse sciogliendo.
Sul viso di Drake affiorò un sorriso malvagio che mi fece rabbrividire. «Perché non ci provi
adesso?» lo sfidò.
«No!» protestai d’istinto. Dovevo impedirlo. Era chiaro che Drake voleva approfittare di quel
vantaggio per coglierlo impreparato. Mi avvicinai a Evan, lo sguardo allarmato. «Evan, non farlo», lo
supplicai, sgomenta, a bassa voce. «È stato lui a prendere il veleno di Ginevra», gli rivelai.
Evan non batté ciglio. Non sembrava affatto sorpreso.
Tentò di rassicurarmi a bassa voce, proteggendomi con il suo corpo, ma non c’era nulla che
potesse dire per placare il panico che mi divorava.
Un velo di terrore calò su di me, quasi impedendomi di cogliere le sue parole.
Lo sguardo di Evan, feroce, cercò quello di Drake.
Senza preavviso, sentii il ghiaccio tremare e sollevarsi sotto i miei piedi. Sobbalzai lasciandomi
sfuggire un urlo incontrollato, mentre perdevo la presa sul fiore di ghiaccio che stringevo ancora tra le
mani.
Si frantumò al suolo in mille schegge con un rumore angosciante che m’infilzò le ossa.
Evan si voltò verso di me.
«Evan!» gli lanciai un avvertimento disperato. Lo avevo distratto, ma era troppo tardi.
Una raffica feroce di vento ghiacciato lo colpì al petto scaraventandolo sulla scultura, che
esplose in mille pezzi sotto il suo peso.
Tentai di avvicinarlo, poi esitai, quando Evan allungò il braccio verso di me, senza guardarmi.
Era già in piedi.
«Devi allontanarti, Gemma. È pericoloso!»
Indietreggiai, ripensando a quando lo avevo distratto.
La terra tremò ancora sotto i miei piedi. Il ghiaccio esplose di colpo e mille frammenti si
scagliarono contro di me, minacciosi. Ma Evan lanciò una palla di fuoco, sciogliendoli in aria, mentre
alcune schegge si conficcavano nel ghiaccio. Mi girai verso Drake e incrociai il suo sguardo di fuoco,
che mi fece rabbrividire di terrore.
Evan si scagliò contro di lui con violenza.
Si muovevano troppo velocemente perché riuscissi a distinguerli.
In quel lieve bagliore, riuscivo solo a intravedere delle macchie sfocate che lottavano sul
ghiaccio.
Poi, di colpo, Drake scagliò di nuovo Evan accanto a me. Osservai la scena con il cuore in gola,
sentendomi piccola e impotente, mentre lui sbatteva la schiena contro un albero, che cadde alle sue
spalle, sradicato dal terreno gelido. Quando si rialzò, Evan aveva qualcosa di diverso nello sguardo. Si
voltò e mi fece l’occhiolino con un’espressione scaltra e malvagia.
Rabbrividii e indietreggiai d’istinto. Era Drake, sotto le sue sembianze.
Il vero Evan lo raggiunse veloce come un fulmine e si fermò di fronte a lui. Trasalii ancora.
Erano perfettamente identici, come il riflesso in uno specchio.
Evan era furioso. Un alito di vento soffiava intorno a lui e il ghiaccio sembrava fumare sotto i
suoi piedi, creando dei vortici di nebbia che lo circondavano.
Di colpo la sagoma di Drake si modificò ancora divenendo più piccola.
«Perché non mi colpisci adesso?»
Un filo di terrore mi perforò la pelle al suono della mia stessa voce, mentre Drake sfidava Evan
nel suo nuovo corpo. Aveva preso le mie sembianze.
«Scommetto che non ci riesci», rise tra sé. Una risata malvagia che risuonò gelida persino nella
notte ghiacciata.
L’aria fluttuava nervosamente intorno a Evan, come se aspettasse di scagliarsi su di lui da un
momento all’altro. Era sempre più furioso.
«No», constatò Drake, «non ne hai il coraggio. Sei troppo prevedibile.»
Evan ignorò le sue provocazioni e il suo sguardo sembrò incendiarsi. Di colpo, intorno a lui si
sollevò bruscamente un vortice d’aria, come una barriera che divenne fuoco, poi terra, acqua e ancora
aria e si scagliò con violenza sul corpo di Drake, ancora con il mio aspetto.
Evan si rivolse a me, approfittando della distanza cui aveva scagliato il fratello. «Scappa!
Gemma, devi andartene!» Il suo tono di voce non ammetteva obiezioni. «Prendi la macchina, corri!»
mi ordinò preoccupato.
«No!» protestai d’istinto. «Non ti lascio qui, Evan!»
«Gemma, fai come ti dico!» ringhiò, furioso.
«Ho detto di no!» m’imposi con voce ferma.
«Allontanati dal lago, almeno! Devi uscire dal lago!» replicò, ansioso. «Raggiungi il terreno e
aspettami lì.»
Trasalii. Dovevo fare come mi aveva chiesto, non potevo distrarlo con la mia presenza. Mi
avvicinai a lui e lo baciai disperatamente. «Sta’ attento, ti prego.»
Evan appoggiò la sua fronte alla mia.
«Il veleno, stai attento al veleno!»
«Aspettami.» Poi il suo sguardo s’indurì e capii che non si stava più rivolgendo a me. «Ho una
faccenda fastidiosa da sistemare», concluse alzando la voce.
Con la coda dell’occhio, intravidi Drake che ci stava osservando immobile, non molto lontano
da noi. «Che scena romantica.»
Evan mi spinse via incoraggiandomi ad allontanarmi. «La gelosia rende amara la vita. Io ho
quello che tu non hai potuto avere. Che c’è, non riesci ad accettarlo?» Il suo tono era diventato acido e
crudele. «Devi fartene una ragione, solo perché tu hai perso Stella non vuol dire che gli altri non
abbiano il diritto di amarsi.»
Indietreggiavo, scivolando goffamente sui pattini, ma negli occhi di Drake riuscii a cogliere una
scintilla, al suono di quel nome, un lampo fugace pieno di dolore. Fulmineo, ma intenso. Non ne ero
sicura, ma mi era parso che lo avesse fatto trasalire per un istante. O forse era stata solo una mia
impressione. Quel nuovo Drake sembrava incapace di provare emozioni.
Quello stesso Drake non aveva esitato a dichiarare guerra al fratello. Lo aveva tradito.
Ci aveva traditi tutti.
Mi allontanai, cercando di non attirare l’attenzione. Pattinai sulla lastra ghiacciata, correndo
sempre più velocemente verso la riva.
Mi stupii di quanto fosse lontana e irraggiungibile.
Un rumore sordo mi mise in allarme e subito il ghiaccio si crepò sotto il mio peso, bloccandomi
di colpo. Colpii il suolo violentemente e rimasi a terra, stordita, mentre una fitta lancinante mi sferzava
il ventre, strappandomi il respiro.
Mi raggomitolai per soffocare il dolore. Dopo un istante, quando iniziò ad affievolirsi, cercai di
sollevarmi, ma la lama si era incastrata nella crepa. Tentai di estrarla, rabbrividendo al suono stridulo
dell’acciaio ogni volta che sfregava contro il ghiaccio.
Lanciai un’occhiata ansiosa verso Evan, sperando che non si fosse accorto di me. Non volevo
distrarlo: un passo falso e Drake avrebbe potuto ucciderlo con il veleno.
Trasalii nel vedere la figura alta e robusta che torreggiava di fronte a Evan, e persino lui sembrò
vacillare quasi fino a perdere l’equilibrio: Drake aveva preso altre sembianze. Il suo corpo era avvolto
in un mantello rosso che lo nascondeva fino ai piedi, un ampio cappuccio gli copriva il volto.
Qualcosa, dentro di me, tremò senza preavviso mentre osservavo quella macchia scarlatta sul
ghiaccio candido. Di colpo una voce greve, roca, scaturì dal suo volto scuro, pronunciando parole
incomprensibili, sebbene Evan non sembrasse avere difficoltà di comprensione. Mi concentrai meglio,
mentre un formicolio costante mi percorreva la pelle, e allora la percepii: un’energia antica e oscura
che scorreva in quelle parole inquietanti, primordiali, come se scaturisse dal centro della terra, come se
fosse sempre esistita. Un altro brivido saettò sulla mia schiena. Un arcano istinto mi suggeriva che una
minaccia più feroce si nascondeva sotto le spoglie di quella figura.
Poi Evan lanciò una palla di fuoco e Drake, nelle sue vere sembianze, cadde sul ghiaccio a un
centinaio di metri e lo scontro riprese.
La crepa si mosse ancora, con un suono inquietante.
Mi sentii vibrare il cuore nel petto ma, prima che potessi rendermene conto, si aprì un varco che
mi inghiottì al suo interno.
Trattenni il fiato per non urlare, ansimando per il gelo che mi attraversava la pelle. L’acqua era
così fredda che mi tolse il fiato.
Non riuscivo più a respirare.
«Ev...» dissi a fatica. Poi la bocca mi si riempì d’acqua, gelandomi i polmoni.
Qualcosa mi tirava giù.
Riaffiorai qualche istante dopo e riempii i polmoni d’aria tossendo l’acqua che avevo ingerito.
Sentivo le gambe pesanti. Mi guardai intorno agitando le braccia, avevo ancora abbastanza forze per
sperare di farcela da sola, senza richiamare l’attenzione di Evan.
Afferrai uno spesso blocco di ghiaccio che si era staccato dalla superficie del lago e cercai di
riprendere fiato, ma continuavo a scivolare. Avevo come l’impressione che qualcosa tentasse di
trascinarmi sotto. Faticavo a restare a galla e a tratti sprofondavo nell’acqua gelida, sul punto di perdere
conoscenza.
L’acqua era troppo fredda. Mi sembrava di annegare.
Ormai non sentivo più le gambe e iniziavo a perdere la sensibilità alle mani. Persino respirare
mi sembrava un enorme sforzo. Il petto si muoveva lento e pesante, come se una cinghia mi stringesse
la gabbia toracica. Mi aggrappavo più che potevo alla lastra di ghiaccio, ma continuavo a scivolare.
«GEMMA!»
Sentii urlare il mio nome in lontananza. «Ev...» mi uscì in un filo di voce, poi la gola mi si
riempì di ghiaccio e sentii l’acqua avvolgermi con il suo mantello gelido. Non pensare a me, avrei
voluto urlargli, mentre mi lasciavo andare a quell’oscurità, ma era solo un desiderio tenue e doloroso,
Evan non avrebbe più potuto sentirlo.
Mi sentivo improvvisamente leggera. Il mio corpo era così freddo ormai che non avvertivo più
la ferocia con cui l’acqua tentava di gelarmi.
Un’ondata di calore improvviso mi pervase come una scossa e il mio corpo tremò di rimando.
Aprii gli occhi.
Ero di nuovo in superficie ed Evan era inginocchiato accanto a me.
Avvertii il calore del suo tocco su di me, ma non ebbi il tempo per rendermene conto.
Qualcosa mi sbalzò via da lui, scagliandomi contro il ghiaccio freddo.
Rimasi lì distesa per qualche istante, priva di forze. Muovermi era troppo doloroso e difficile.
Persino aprire gli occhi richiedeva troppo sforzo. Sentivo che il mio corpo non avrebbe resistito ancora
a lungo a quel freddo.
«Evv-vvv-vvv...» Battevo i denti e non riuscivo nemmeno a pronunciare il suo nome.
Non lo vedevo, ma sentivo il frastuono dei colpi del suo scontro con Drake.
Mi chiedevo se sarebbe mai finita...
Lottai per tenere gli occhi aperti. Sapevo che, se mi fossi addormentata, sarebbe stata la fine di
tutto. Per un istante quell’idea mi sembrò confortante...
No. Non potevo perdere conoscenza, o gli sforzi di Evan sarebbero stati inutili e Drake avrebbe
vinto.
No. Non potevo permetterlo.
Aprii le palpebre lentamente. Erano così pesanti...
Non ne ero del tutto certa, ma Evan e Drake sembravano lontani chilometri da dove mi trovavo
io, li intravedevo appena, mentre si scontravano combattendo con violenza.
Era troppo difficile da sopportare.
Cosa avrebbe significato vincere? Uccidere Drake?
Quale prezzo meschino avrebbe avuto la vittoria...
No, non ci sarebbe stata vittoria alcuna in quello scontro.
Mi sentivo terribilmente affranta. Avevo messo due fratelli l’uno contro l’altro.
La mia vita non valeva tanto.
Ero troppo stanca per pensare. Faticavo persino a respirare e non riuscivo più a distinguere se
quel buio fosse intorno a me o se stessi di nuovo perdendo i sensi. Contrastare le palpebre era sempre
più difficile, iniziavano a pesare come piombo.
Poi calò il silenzio. Non riuscivo più a sentire nemmeno il rumore incessante dei miei denti, che
battevano spasmodicamente per il freddo.
«Gemma!»
La voce di Evan, lontana come un’eco, mi strappò da quel’isolamento e io riaprii gli occhi.
Lui e Drake erano più vicini adesso. Ma era difficile riuscire a metterli a fuoco.
«Devi restare sve...»
Buio.
«Gemma! Sforzati, ti prego!» gridò ancora, un filo di disperazione che gli incrinava la voce.
Mi concentrai sul suo viso, distorto in una maschera di odio e sofferenza, rancore e
disperazione. I suoi occhi erano uno specchio del suo dolore.
Non potevo morire proprio adesso. Non poteva essere davvero la fine di tutto.
Eppure mi sentivo così stanca...
Il mio sguardo oscillò brevemente su quello di Drake, che fissava Evan con espressione
trionfante.
Se io fossi morta, Evan non avrebbe potuto impedirgli da solo di portarmi con sé.
Non potevo permetterlo. Raccolsi quel po’ di forze che mi restavano e lottai più che potevo per
non perdere i sensi e per rimanere lucida. Non mi sarei abbandonata al mio destino.
D’un tratto Drake si bloccò, come se avesse visto qualcosa di terrificante alle spalle di Evan e
scomparve improvvisamente, lasciando solo l’eco delle sue parole dietro di sé: «Ci rivedremo presto».
Qualcosa nel tono delle sue parole mi fece tremare.
Era un avvertimento.
Evan si precipitò su di me, il volto segnato dalla preoccupazione. «Andrà tutto bene, adesso.»
Aprii gli occhi e trasalii alla vista delle ferite che aveva sul volto e sul corpo.
Ma Evan intuì l’ansia nel mio sguardo e mi zittì prima che potessi parlare: «È finita». La sua
voce si ammorbidì insieme al suo sguardo e i miei occhi si chiusero un’altra volta.
«Devi riscaldarla», ordinò una voce autoritaria, ma al contempo premurosa.
Ginevra era lì? Non avevo capito che ci fosse anche lei. Non avevo ancora la forza per aprire gli
occhi e accertarmene.
Qualcuno mi sfilò i pattini. «Dio», mormorò Evan.
«Il suo corpo non resisterà a lungo, guardale i piedi! Ha bisogno di calore.»
Evan era già su di me. «Ci penso io a lei», le replicò in tono gentile.
Percepii il calore diffondersi pian piano dentro di me, sempre più intenso e confortante, fino a
esplodere in un’energia potente, che riscaldò ogni fibra del mio corpo, pervadendomi dalla testa ai
piedi. Pochi istanti dopo, immagini sfocate si susseguirono veloci nella mia testa, come se i pensieri si
trovassero su una giostra impazzita, vorticando senza controllo.
Poi di colpo riaprii gli occhi.
Lo sguardo di Evan fu la prima cosa che vidi.
Anche Simon e Ginevra erano chini accanto a me.
«Siete tutti qui», borbottai, frastornata. «Vi do un bel da fare, a quanto sembra...» li schernii, poi
tornai inevitabilmente seria. «Lui dov’è?»
Fu Evan a rispondermi: «Se n’è andato». Il suo sguardo guizzò su quello di Ginevra. «Pare che
abbia paura di te», scandì senza mai lasciare i suoi occhi, come se stesse comunicando ancora con lei,
in privato.
«Tutto questo è ridicolo», borbottò Ginevra, parlando quasi tra sé. C’era una vena di
disperazione a incrinare il suo sguardo. «Evan, dimmi che mi sto sbagliando. Dimmi che i tuoi pensieri
mentono, Evan!» intimò, autoritaria, anche se dal suo tono di voce trapelò una nota di supplica.
L’espressione di Evan si fece dura.
Ginevra sembrava sconvolta.
«Qualcuno vuole dirmi che sta succedendo?» Simon tentò di insinuarsi nei loro silenzi.
«È Drake», risposi con un filo di voce intriso del senso di colpa che mi premeva sul cuore.
Mandai giù a fatica il magone che mi si era formato in gola. «C’è sempre stato lui dietro tutto. È lui il
Giustiziere mandato per uccidermi.»
Un lampo gelato attraversò il volto di Simon. Sembrava atterrito dalle mie informazioni. «No»,
sibilò tra sé con lo sguardo perso nel vuoto, «vi state sbagliando.» Continuava a scuotere la testa,
tramortito dal dolore e dallo shock.
«Vorrei che fosse così», replicai piano.
«È impossibile!» insistette Simon.
Evan sollevò lo sguardo e incrociò quello del fratello. «No. Non lo è.» Il suo tono duro placò
ogni suo dubbio. «L’unico modo per arrivare a Gemma era dall’interno. Gli Anziani sapevano che
nessun altro avrebbe potuto avvicinarsi a lei con noi intorno.»
«Nessuno tranne uno di noi», lo interruppe Simon, ancora sconvolto dalla logica di quel perfido
piano che li aveva messi gli uni contro gli altri.
«Esatto. E Drake è il più giovane di noi, e loro lo sapevano.»
«No, non posso crederci. Non lo farebbe mai», intervenne Ginevra, devastata quanto gli altri dal
dolore per quel tradimento. «Il fatto che sia con noi da meno tempo non lo rende più influenzabile. Non
riesco ad accettare una cosa del genere.»
«Devi», ringhiò Evan, severo, imponendosi con lo sguardo duro su di lei. «Drake ha fatto la sua
scelta. Per quanto io tenessi a lui, farò quello che serve per fermarlo.»
«Evan!» lo accusò Simon con disappunto.
«È stato lui ad attaccarci, non dimenticarlo, Simon! Stava quasi per uccidere Gemma, stanotte»,
gli ringhiò contro. «E non era la prima volta.»
«Il veleno», s’intromise Ginevra, improvvisamente colta da una nuova consapevolezza. «Lo ha
preso lui dalla mia stanza! Mi chiedo perché non lo abbia ancora usato...»
«Non lo so, ma non esiterà a farlo, la prossima volta. È per questo che ci serve un piano»,
affermò Evan. Era così deciso e sicuro di sé che sembrava impossibile stesse discutendo su come
assassinare il fratello.
«L’ultima volta che lo hai detto non è andata molto bene», gli ricordò Ginevra con un filo di
sarcasmo nella voce.
«Stavolta non faremo errori... Non posso biasimare Drake per non essersi opposto agli Anziani,
anche se il suo comportamento è stato alquanto discutibile. Ma posso capirlo. Anch’io ero sul punto di
seguire quella scelta, di attenermi agli ordini. Anche quando sapevo già di amare Gemma. Perché lui
avrebbe dovuto trasgredire?»
«Per te», replicò Ginevra in fretta.
«C’è in gioco la sua anima», ribatté Evan, risoluto.
«Sembra lo stesso assurdo. Avrei scommesso che nessuno sarebbe mai riuscito a separarci»,
sibilò Ginevra, rattristata e con lo sguardo assente.
«Avresti perso, a quanto pare.» La voce di Evan risuonò inflessibile, come se l’intera faccenda
non lo turbasse, ma io sapevo che non era così. «Drake è stato messo di fronte a una scelta. Con noi o
contro di noi. Ha preso la sua decisione. E noi agiremo di conseguenza.»
Stavolta non avrei potuto giustificare Drake, nemmeno con me stessa. Quello che aveva fatto
era inconcepibile.
«Cazzate!» proruppe Simon, investito da una rabbia violenta. «Drake non ha mai creduto alla
storia della Redenzione! Non ci avrebbe mai traditi.»
«A quanto pare ha cambiato idea», replicò Ginevra, glaciale.
«Evan...» iniziai con cautela mentre la pelle tornava a formicolarmi a quel ricordo
raccapricciante. «Chi era l’uomo con il cappuccio? Perché Drake ha preso le sue sembianze?»
Le mie parole tagliarono l’aria come un colpo di frusta, ghiacciando Simon e Ginevra più del
gelo che ci circondava, mentre il volto di Evan diventava cupo.
«Era un Anziano», rispose in tono solenne, mentre Simon s’irrigidiva accanto a lui.
«Che storia è questa, Evan?» lo esortò il fratello, sconvolto. «Come fai a esserne certo?
Nessuno ha mai visto un Anziano!» Dal tono, era chiaro che Simon pretendeva una spiegazione.
«Ti sbagli», replicò Evan, gelido. «Avevo già visto un Anziano. Quando ho evocato i Màsala
per chiedere che mi venisse tolto l’incarico di uccidere Gemma», proseguì Evan, leggendo lo stupore
negli occhi del fratello.
Il volto di Simon si tramutò in una maschera di ghiaccio. «Credevo che li avessi evocati
attraverso la mente! Mio Dio, Evan! Già così mi era sembrata un’impresa suicida! Ma loro...» Le
labbra di Simon si serrarono come se tentasse di sopprimere un’imprecazione. «Loro si sono mostrati a
te, dannazione! Perché non ce lo hai detto?»
«Non ne vedevo il bisogno», si giustificò Evan.
Simon soffocò le parole in un sospiro esasperato. «E dov’è successo?» gli chiese.
«Nel bosco. Cosa vuoi che ti dica? Non me lo aspettavo neanch’io! Loro sapevano già quali
conseguenze avrebbe avuto una mia diserzione, conoscevano già i sentimenti nascosti nel mio cuore, li
avevano percepiti ancora prima che io me ne rendessi conto e sapevano quanti Sotterranei ne avrebbero
pagato il prezzo. Immagino che sia per questo che abbiano ritenuto opportuno intervenire di persona
per tentare di dissuadermi, per farmi capire ciò che andava fatto. Parlavano come se dalla morte di
Gemma dipendesse il destino del mondo, come se fosse una questione di assoluta importanza.» Evan
sbuffò, le labbra contratte in un ringhio di sconcerto. Poi i suoi occhi si appuntarono su quelli di Simon,
tornando improvvisamente lucidi. «I Màsala non hanno solo rifiutato la mia richiesta. Mi hanno
imposto di eseguire quell’ordine, ma io non ho dato loro ascolto.»
«Aspetta un momento», lo interruppe Ginevra, che fino ad allora non aveva osato intromettersi.
«Durante lo scontro non si trattava davvero di un Anziano... Come faceva Drake a sapere che aspetto
avessero?»
I nostri volti scattarono perplessi verso Evan, in cerca di una risposta a quel nuovo dilemma, ma
il suo viso si era oscurato, l’espressione avvolta da un velo impenetrabile.
«Ha detto qualcosa», rivelai a Simon. «Non riuscivo a capire che lingua fosse, sembrava
antica», gli spiegai.
«Sanscrito», dedusse lui, il volto cupo.
«Evan, tu sai cosa...»
La sua espressione nera mi fece trasalire, bloccandomi le parole in gola. Evan stringeva i pugni
lungo i fianchi e i muscoli della sua mascella erano serrati in un ringhio silenzioso. «Che non si fermerà
finché non ti avrà ucciso.»
Un inquietante silenzio ci avvolse tutti.
Un silenzio che ci riempiva il cuore.
33
OSCURO PRESAGIO
Non era ancora sorto il sole sulla silenziosa cittadina di Lake Placid, dove la neve aveva
ricoperto ogni cosa di un soffice manto bianco.
Guardavo oltre le ampie vetrate del salone di Evan, ma in realtà non vedevo che l’alone scuro
che mi avvolgeva il cuore. Gli altri continuavano a discutere, ancora sconvolti e in cerca della
soluzione giusta. I sentimenti contrastanti che si agitavano dentro di loro gli impedivano di mettere a
punto un piano per uccidere il fratello con cui avevano vissuto per così tanto tempo. Più tempo di
quanto io avessi vissuto in tutta la mia vita.
Mi sentivo malissimo, il senso di colpa mi attanagliava il cuore come un laccio di cuoio stretto
fino a farlo sanguinare, benché mi sforzassi di nasconderlo, forse per paura che gli altri si accorgessero,
finalmente, che era solo colpa mia.
Il rimorso mi bruciava come un acido che mi corrodeva lo stomaco.
Una sensazione insopportabile.
Evan di tanto in tanto mi lanciava occhiate furtive che io scorgevo riflesse attraverso il vetro,
mentre Simon gli guariva le ferite.
Solo dopo che Evan aveva tolto la maglietta, ero riuscita a scorgere i profondi tagli insanguinati
sul suo corpo.
«Mio Dio, guarda come ti ha ridotto», aveva esclamato Ginevra, la voce spezzata dallo
sconcerto per la brutalità di Drake. «Non riesco ancora a credere che sia stato lui.» La sua riflessione si
era persa nel silenzio. Per un po’ nessuno le aveva risposto.
Ginevra riaprì il discorso, con una nuova consapevolezza negli occhi. «Lo sospettavi già»,
affermò rivolta a Evan. La sua non era stata una domanda. «Mi chiedo come abbia fatto a non
accorgermi dei tuoi dubbi», rifletté rimproverando se stessa. «Quando lo hai capito?»
Anch’io mi voltai, attendendo la risposta di Evan.
Lui esitò qualche secondo, prima di parlare. Aveva lo sguardo perso di fronte a sé, come se
rievocare quel ricordo gli provocasse dolore. «Ci ha attaccati nel bar, ma non avevo ancora alcun
sospetto allora. Non ho percepito nessun Sotterraneo, a parte lui, ma ho pensato che fosse lì per il
ragazzo alla guida della moto. Lui voleva che lo pensassi», rifletté tra sé, come se lo avesse appena
realizzato. «Poi ha provocato l’incidente con la mia auto ed è stato quando mi sono reso conto che non
era finita, che stava succedendo di nuovo.» Evan fece una pausa, ancora scosso da quel ricordo.
«Quello stesso pomeriggio, ci ha riprovato ancora, nel bosco.»
«Continuo a non capire», lo interruppe Simon. «Cos’è stato a farti sospettare di Drake?»
«Prima dell’incidente, avevamo trascorso il pomeriggio in un magazzino poco fuori da Lake
Placid. Avevo portato Gemma a fare un giro su un vecchio caccia militare che apparteneva a Drake.»
Notai subito la sorpresa nello sguardo di Ginevra, si stava chiedendo come avesse fatto Evan a
tenerla all’oscuro.
«Mi attendevo un attacco da un momento all’altro, anche se ho cercato di mascherare a Gemma
la mia ansia.» Mi guardò per un breve istante. «Quello che era successo al bar mi aveva messo in
allarme... Invece non ha fatto niente.»
Lo fissammo tutti in silenzio.
«Così ho pensato che il mio sospetto era infondato e che non erano tornati a darle la caccia.
Sarebbe stata un’occasione ideale per chiunque avesse voluto uccidere Gemma. Gli avevo offerto una
perfetta possibilità per attaccare. In quel caso, sarei stato preparato... ma non è successo niente.» Si
fermò di colpo, con lo sguardo ancora assente. «Poi l’auto è uscita di strada e qualcuno mi ha impedito
di fermarla. È stato allora che ho pensato a Drake e alle parole che mi aveva detto proprio qualche
giorno prima, quando gli avevo confidato che ci avrei portato Gemma. Non voleva più vedere
quell’aereo, voleva che me ne sbarazzassi. Sapevo quanto lui soffrisse ad avvicinarsi a quel posto, ma
non riuscivo ad accettare quella conclusione, mi sembrava impossibile crederlo. Poi ha baciato Gemma
e il mio sospetto si è rafforzato, anche se non ne ero del tutto certo. Quando sono andato al Roomers,
ero fuori di me, per quello che aveva fatto e per quello che sospettavo volesse fare. Volevo che gli
servisse da avvertimento, che tornasse sui suoi passi, finché fosse stato in tempo. O forse nel mio cuore
speravo ancora di sbagliarmi. Evidentemente non era così. In quel caso, lo avrei almeno allontanato da
casa, era già qualcosa.»
«Come hai fatto a tenermi all’oscuro di tutto?» Ginevra era sconvolta, non riusciva a crederlo
possibile.
«Ho affinato la mia tecnica in tutti questi anni», replicò, con uno spento sarcasmo. «Riesco a
schermare i miei pensieri e tenere chiunque altro fuori dalla mia mente. E poi non dimenticare che
anch’io ho i miei poteri, con cui posso influenzare i tuoi. Non volevo allarmarvi finché non ne fossi
stato certo... fino a stanotte», ripeté, amareggiato.
«Che facciamo, adesso?» chiese la sorella.
Io li ascoltavo distrattamente, con lo sguardo perso oltre la finestra, mentre la luce iniziava
timidamente a rischiarare il giardino. Le loro voci mi arrivavano come un’eco lontana, quasi non
facessi parte del gruppo, in quel momento.
Forse era troppo per me, insinuarmi in quel loro dolore.
Forse non riuscivo a sopportare di esserne la causa.
Non li avevo mai visti così in difficoltà.
«Per prima cosa, dovete decidere da che parte stare», sentenziò Evan, il tono sicuro.
Mi voltai a guardarlo e notai che anche gli sguardi degli altri erano puntati su di lui.
«Tu e Simon non siete costretti a schierarvi dalla nostra parte. Non vi chiederò di farlo. Siete
liberi di scegliere o dichiararvi neutrali, non ve ne farò una colpa se deciderete di non immischiarvi. Io
e Gemma possiamo cavarcela anche da soli.»
«No», replicò Simon, deciso. «Drake ha agito in modo subdolo e meschino. Non aveva alcun
diritto di fare ciò che ha fatto», sentenziò, severo. «Anche se si fosse schierato contro di noi, scegliendo
di obbedire agli ordini, avrebbe potuto comportarsi diversamente, con lei.» Mi guardò per un breve
istante, la rabbia e l’indignazione negli occhi. «Drake non ha avuto alcun rispetto per te.»
«Stento a riconoscerlo...» s’insinuò distrattamente Ginevra. «Ora capisco perché mi evitava
sempre. Non voleva che ascoltassi i suoi pensieri per paura che scoprissi le sue vere intenzioni.»
«Gli Anziani hanno pensato a tutto», continuò Simon, ancora incredulo. «Perché è chiaro che
non ha agito da solo. Sospetto che sia sotto la guida di qualcuno. È troppo giovane, non gli avrebbero
lasciato affrontare tutto questo da solo, sarebbe una missione suicida per lui, e loro non possono
permetterselo. E poi alcuni comportamenti non sono certo da lui. Gli è sempre piaciuto circondarsi di
belle ragazze, ma non avrebbe mai fatto un torto simile proprio a Evan.»
Per un istante uno sconfortante silenzio ci avvolse.
Simon e Ginevra non avevano ancora preso una posizione definitiva e la tensione per la scelta si
avvertiva in quegli sguardi carichi del peso delle loro preoccupazioni.
«Siamo con voi», dichiarò Ginevra, dando voce ai pensieri di entrambi.
Il viso di Evan si rilassò istantaneamente e lui emise un lungo sospiro, come se fino ad allora
avesse trattenuto il fiato. Avere Simon e Ginevra dalla nostra parte non era un dettaglio trascurabile.
Simon appoggiò una mano sulla spalla del fratello. «Non potremmo mai abbandonarvi. Contate
pure su di noi», gli confermò, sebbene le parole di Ginevra fossero bastate a esprimere la volontà di
entrambi. «Fai parte di una squadra finché giochi la partita dal lato giusto del campo. E Drake non fa
più parte della nostra. Anche se mi fa male accettarlo», aggiunse con la voce spezzata. «Per quanto mi
riguarda, non mi piace starmene a guardare mentre c’è chi ha bisogno di me. Io e Ginevra giocheremo
la partita con voi», concluse riacquistando sicurezza.
«Adesso cosa facciamo?» s’inserì Ginevra rivolgendosi a Evan. «Non possiamo starcene fermi
ad aspettare i suoi attacchi. È troppo rischioso. Dobbiamo avere il pieno controllo della situazione.»
Una scintilla iniziava a brillare nei suoi occhi verdi. «Dobbiamo agire e dobbiamo farlo in fretta.»
Evan aveva un’espressione assorta, rifletteva sulle sue parole mentre la sorella parlava.
«Ma, soprattutto, non dobbiamo dimenticare che ha rubato il mio veleno. Vuol dire che lo userà
contro di voi, se non lo fermiamo prima che sia troppo tardi. Non è più solo per Gemma.»
«Mi chiedo come mai non lo abbia ancora usato», ribatté Simon, dando voce a un pensiero
comune.
«Ce lo chiediamo tutti», replicò Ginevra.
«L’ampolla era apparentemente vuota», suggerì Evan, «potrebbe aver pensato che non sarebbe
bastato, che non valeva la pena rischiare di esporsi tanto, pensando che farsi cogliere con il veleno ci
avrebbe privato di quell’esitazione fraterna in cui lui sperava... No, è assurdo...»
Ginevra glielo confermò scuotendo la testa. «L’odore era ancora forte. Lo sentivo anche a fiala
chiusa; mi bastava aprire il cassetto in cui lo avevo nascosto. Dubito fortemente che qualsiasi
Sotterraneo riuscirebbe a sopravvivere se Drake decidesse di usarlo.»
Evan e Simon si scambiarono un’occhiata stranita. Era evidente che non avevano capito a cosa
si riferisse.
Perché allora io avevo compreso all’istante? Ricordavo bene quello di cui Ginevra stava
parlando. Quell’odore pungente che era rimasto impresso nella mia memoria come un marchio a fuoco.
A volte mi sembrava perfino di avvertirlo, quando mi svegliavo al mattino. Probabilmente per
via dello shock legato a quel ricordo, una sorta di trauma che avevo subito quel giorno. Ero sicura che
Evan avesse detto che il veleno fosse inodore e insapore. Possibile che sugli umani avesse un effetto
diverso?
Forse era una condanna dei Sotterranei, quella di non avvertire l’odore dell’unica arma in grado
di ucciderli. La loro conversazione mi riportò alla realtà.
«Se non lo ha fatto, vuol dire che lo ha ancora con sé e questo complica tutto.» Era ancora
Ginevra a condurre il discorso. «Con Faust avevamo un vantaggio. Adesso giochiamo ad armi pari»,
continuò, lanciando occhiate preoccupate in direzione di Simon. Doveva essere in pensiero per lui.
Fissai il pavimento per quel nuovo senso di colpa. Nessuno aveva più niente da dire.
«Maledizione!»
La voce furiosa di Evan squarciò improvvisamente il silenzio sconfortante in cui ci eravamo
persi.
«Non adesso!» ringhiò a denti stretti, con un’espressione di triste rassegnazione.
Ginevra lo fissò rammaricata per un istante, poi anch’io compresi, con nuovo sgomento.
Doveva andarsene.
Cercai il suo sguardo sforzandomi di non sembrare allarmata, mentre in realtà l’idea che lui si
allontanasse da me proprio in quel momento mi faceva tremare. Dopo tutto quello che era appena
successo, non ero sicura di poter affrontare altro per quel giorno, soprattutto senza il sostegno di Evan.
Mi sentivo esausta e ormai non ricordavo più da quanto non dormissi o non mangiassi.
Evan ricambiò il mio sguardo, devastato e infuriato al tempo stesso.
Strinse i pugni senza avvicinarsi, gli occhi nei miei, e fu come se quel suo silenzio furioso fosse
pieno di parole.
«Evan...» mormorai quasi tra me, con un filo di voce.
«Non me ne andrò proprio adesso», ringhiò, il tono basso e deciso.
«Evan, ci saremo noi con lei», lo rassicurò Ginevra, «non hai nulla da temere.»
Evan scosse la testa. «No. Ho detto che non me ne andrò», ripeté risoluto. «Non posso, non
posso allontanarmi da lei proprio adesso.»
«Non attaccherà subito, Evan», si inserì Simon, «anche lui dovrà riprendersi dopo stanotte e noi
non abbiamo ancora un piano per affrontarlo. Ci serve tempo.»
Evan strinse la mascella, pensieroso, sembrava combattuto. «Al diavolo! Non me ne importa
niente!» Tornò a guardarmi e si avvicinò a me. «Resto qui con te.»
Vacillai per un istante, confusa dal suo sguardo improvvisamente dolce, segnato da una punta di
disperazione.
Non ero sicura su cosa dire, ma ero certa di ciò che volevo e di ciò che sarebbe stato meglio. E
le due cose non coincidevano. «Evan... dovresti andare», gli suggerii, la voce spenta. Non ero stata
abbastanza convincente. Cercai di riprendere il controllo di me stessa, benché qualcun altro, nella
stanza, sapesse perfettamente come mi sentivo. «Non mi succederà niente. Non voglio che tu ti
comprometta ancora per me più di quanto non abbia già fatto.»
Per un istante, pensai di essere stata vagamente credibile.
«Al diavolo le regole!» esclamò lui ancora furioso, poi il suo tono si addolcì per me. «Non avrei
più niente da perdere se decido di restare, ma potrei perdere tutto se me ne vado.»
«No, invece», lo contraddissi, «hai già rischiato abbastanza per me.»
Evan si avvicinò ancora e la mia voce iniziò a vacillare.
«Non... Non ti permetterò di gettare via l’unica speranza che hai di redimerti», tentai di
dissuaderlo in un bisbiglio disperato mentre lui appoggiava la fronte alla mia. «Voglio sapere che ci
sarai quando un giorno... Non voglio perderti per sempre.»
«Evan, ha ragione», s’intromise Ginevra, «ci saremo noi, qui con lei. Sei stato via molto più a
lungo, altre volte. Anche per giorni interi.»
«Era diverso», ruggì lui.
«La proteggeremo. Sono solo poche ore», insistette la sorella nel tentativo di rassicurarlo.
Ma il suo concetto di tempo era un po’ diverso dal mio. Cos’erano poche ore per qualcuno per
cui il tempo non aveva alcuna importanza? Per me sarebbero state un’eternità, ne sentivo già il peso
adesso che Evan era ancora lì con me.
Evan sembrava riflettere sulle parole di Ginevra. Dopo pochi istanti sollevò lo sguardo cupo sul
mio e mi fece un breve cenno d’assenso con la testa, sebbene non sembrasse del tutto convinto della
decisione presa.
Mi sfiorò la guancia con una mano, insinuando le dita tra i miei capelli, il viso vicinissimo al
mio. «Sei sicura?» bisbigliò studiando il mio sguardo.
Annuii, sperando che i miei occhi non mi tradissero. «Quanto starai via?» domandai
timidamente. Dovevo saperlo.
«Fino al pomeriggio. Tornerò alle sei.» Lanciò un’occhiata all’orologio appeso alla parete.
«Sono già le sette del mattino, passerà in un attimo, vedrai», tentò di rassicurarmi.
«Le sette? La scuola!» mi sfuggì istintivamente.
Ma Evan mi bloccò all’istante, lo sguardo severo. «Non andrai a scuola, oggi. È troppo
rischioso. E poi, starò più tranquillo se ti saprò qui con gli altri. Promettimi che non uscirai da questa
casa», mi sussurrò, facendo attenzione a scandire bene le parole.
«Va bene», replicai. «Te lo prometto, certo. Te lo prometto.» In fondo saltare un giorno di
scuola in più non sarebbe stato la fine del mondo. «Anche se i miei genitori...»
«Penserò io a soggiogarli», m’interruppe Evan. «Non preoccuparti, passerò da casa tua prima di
andare.»
«Okay», commentai, rassegnata. «Allora ti aspetto qui per le sei.» Mi sforzai di sorridere, ma
c’era qualcosa di diverso nel modo in cui mi guardava, traspariva un senso di profonda tristezza e
amarezza, come se temesse che quella fosse l’ultima volta che mi vedeva.
«Non tarderò di un solo minuto», sussurrò, sollevandomi il mento. Mi sorrise appena, fissando
lo sguardo sul mio per un lungo istante. «Devo andare», annunciò poi a voce alta, in modo che anche
gli altri potessero sentirlo. Si voltò verso i fratelli con l’espressione più severa che gli avessi mai visto
in volto. «Proteggetela a qualunque costo. Conto su di voi, mi raccomando. Dobbiamo agire per primi
questa volta. Pensate a un piano durante la mia assenza. Lo farò anch’io, nel frattempo.»
Simon e Ginevra annuirono, prima che Evan tornasse a rivolgersi a me. Lo fissai con una
terribile sensazione in fondo al petto.
Il mio sguardo era incatenato al suo e avvertivo un profondo senso di disperazione crescermi
nel cuore mentre le lacrime m’inumidivano gli occhi.
All’improvviso non volevo più che se ne andasse. Volevo tenerlo lì con me. Una parte di me mi
gridava di fermarlo.
«Baciami», lo supplicai, sforzandomi di soffocare le lacrime.
Evan avvicinò le labbra alle mie, come se anche lui avvertisse la mia stessa disperazione.
Mi strinse il viso tra le mani mentre mi baciava con ardore, come se non ci fosse più nessun
altro nella stanza. Per un istante quel contatto con la sua bocca mi fece girare la testa. Le sue labbra,
morbide come non mai, si muovevano dolcemente sulle mie. Piccoli, dolci baci alternati ad altri più
lunghi e appassionati. Disperati.
Quando si staccò da me appoggiando la fronte alla mia, avvertii un profondo senso di perdita e
un brivido di terrore mi attraversò la schiena.
Incrociai il suo sguardo e avvertii ancora quella terribile sensazione, come se quello fosse il
nostro ultimo bacio.
Rabbrividii per la forza con cui mi colpì quel terribile presagio.
Evan mi passò una mano sulle braccia, sfregandole dolcemente perché avevo la pelle d’oca. Poi
afferrò la mia mano e mi sorrise, ma io non riuscivo ancora a scacciare quel sentimento orribile.
Possibile che fosse davvero un presagio? Sarei davvero morta in quelle poche ore, mentre Evan non
c’era? Lo guardavo negli occhi, ma senza vederlo davvero; la mia mente era altrove, alla deriva.
Evan mi sfiorò il labbro inferiore con il pollice, per riportarmi alla realtà, scuotendomi da quella
sensazione, e tornai a guardarlo negli occhi, sforzando un sorriso che lui ricambiò d’istinto.
«Porterò il sapore delle tue labbra con me», mi sussurrò, il viso vicinissimo al mio.
«E io sarò qui ad aspettarti per rinnovarlo con un nuovo bacio», gli promisi, mentre avvertivo il
suono di quella promessa tramutarsi disperatamente in speranza. Non ero più certa che avrei potuto
mantenerla.
Il suo sguardo non mi lasciò nemmeno per un istante mentre lui svaniva davanti ai miei occhi.
D’un tratto sentii quella strana agitazione fremere più feroce dentro di me e persino il mio cuore
l’assecondò, accelerando inavvertitamente. In un impulso disperato avvertii l’istinto di stringergli la
mano e trattenerlo lì con me, prima che scomparisse.
Ma era troppo tardi. Evan era già svanito.
Una fitta di ghiaccio mi trafisse il cuore. Non mi ero mai sentita così sola.
34
DECISIONI ESTREME
«Non preoccuparti», mi rassicurò Ginevra.
La sentivo molto vicina, ma era come se non mi rendessi realmente conto di niente intorno a
me.
Evan se n’era andato da qualche istante e io ero rimasta impietrita a fissare il punto in cui era
scomparso, con lo sguardo assente e la mente chissà dove. Era come se un vortice nero avesse
inghiottito tutti i miei pensieri.
Mi sentivo sola senza di lui e continuavo ad avvertire la terribile sensazione di averlo perso per
sempre. Davvero non lo avrei più rivisto? Bastava quel pensiero a svuotarmi di ogni emozione.
«Gemma.»
Una mano delicata mi accarezzò il braccio nello stesso punto in cui lo aveva sfiorato Evan un
momento prima. Mi ritrassi d’istinto, come per proteggere quel ricordo, e la guardai, l’espressione
confusa.
«Andrà tutto bene.»
Finalmente incrociai lo sguardo di Ginevra e fu come se la vedessi per la prima volta. Sbattei le
palpebre nervosa, come se mi fossi appena ridestata da uno stato di shock.
«Non permetteremo che ti accada niente. Vedrai che la giornata passerà in fretta.»
Lo aveva detto anche Evan, ma io non ne ero convinta.
«Adesso devi mangiare qualcosa.»
«Non ho fame», replicai d’istinto, avvertendo lo stomaco chiuso.
«Sì che ne hai», mi contraddisse lei in tono severo. «Non puoi permetterti d’indebolirti proprio
adesso. Devi essere al massimo delle tue forze.»
La sua voce risuonò forte come un rimprovero e io non avevo le energie per controbattere.
«E poi sembri sfinita, hai bisogno di riposare. Andiamo in cucina, adesso, ti preparerò qualcosa.
Poi andrai a riposare», mi ordinò, intransigente.
La assecondai seguendola nell’altra stanza; non avevo voglia di sprecare fiato. Del resto,
Ginevra non aveva tutti i torti, forse era la debolezza a far vacillare la mia mente. L’opposto di ciò di
cui avevo bisogno.
Il silenzio che investì la cucina faceva sembrare la stanza ancora più grande di quanto non fosse
già.
Il fatto che mi sembrasse così vuota, invece, era dovuto a una ragione ben diversa.
Mi mancava Evan. Non riuscivo a togliermi dalla mente il pensiero che non l’avrei più rivisto e
allora le lacrime mi pungevano gli occhi. Avvertivo la sua assenza nello stomaco.
«L’unica assenza che avverte il tuo stomaco è quella del cibo!» replicò Ginevra ai miei pensieri,
cercando di risollevarmi il morale.
Intuì dal mio sguardo che non ci sarebbe riuscita.
Erano passate poche ore e ogni minuto scorreva lento e pesante.
Mi sembrava fosse passata un’eternità da quando Evan se n’era andato.
Simon e Ginevra si muovevano nervosi per la cucina, mentre io ero rimasta seduta tutto il
tempo ad ascoltarli. Avrei voluto essergli d’aiuto, ma per qualche ragione non riuscivo a pensare a
nient’altro fuorché allo sguardo di Evan un istante prima che scomparisse e alla terribile sensazione di
vuoto e di perdita lasciata dalla sua assenza.
«Ci dev’essere qualcosa che possiamo fare per porre fine a questa storia», stava dicendo Simon.
«Niente che non preveda quello che ti rifiuti di pensare», gli rispose schietta Ginevra. «Devi
accettarlo, Simon.»
«Credi che non lo sappia? Non mi rifiuto di pensare a quello che dovrà succedere.»
«E allora perché non lo dici ad alta voce?» lo rimproverò lei. «Non ci riesci, ecco perché!
Simon, se non sei convinto...»
«Sì che lo sono», la interruppe lui, risoluto. «È solo che... è difficile.» Il suo sguardo si rattristò
improvvisamente.
«Lo so, ma abbiamo già scelto da che parte stare. Dobbiamo solo decidere come giocare la
partita. Se in attacco o in difesa. A parer mio non possiamo aspettare che sia lui a fare la prima mossa.
Non dimenticare che anche Drake ha il veleno e lo userà contro di voi. Siamo in gioco tutti, ormai.
Potrebbe decidere di usarlo contro Evan.» Ginevra si fermò un istante, quasi in difficoltà. «O contro di
te.» Il suo sguardo si accese di un improvviso fervore. «E io non gli permetterei mai di farlo. Non
metterò a repentaglio la tua vita. Drake è perfettamente in grado di prendere le sue decisioni. E noi le
nostre. Non correrò il rischio che ti accada qualcosa, Simon. Faremo quello che sarà necessario.» Lo
guardò dritto negli occhi con una luce affilata e tagliente, da cui traspariva tutta la freddezza della sua
vera natura. «Lo uccideremo.»
Era una Strega, in quel momento.
E Drake era il suo antico nemico. Un Sotterraneo da uccidere. La sua preda.
Quel pensiero mi scosse fino a farmi rabbrividire.
Simon si era incupito, ma dalla scintilla di dolore che gli brillava negli occhi si percepiva la
triste consapevolezza che Ginevra aveva ragione. Avrebbero fatto ciò che dovevano, per quanto fosse
doloroso.
Io, seduta nel mio angolo, mi sentivo più piccola e insignificante che mai.
Non era giusto che la mia sopravvivenza causasse così tanto dolore alle persone che amavo di
più nella mia vita. Forse esisteva una ragione, in fondo, perché io fossi destinata a morire, e loro
avevano commesso un terribile sbaglio a contrastare il destino.
Quante vite sarebbero dovute essere stroncate ancora a causa mia?
Quanti Angeli avrebbero ancora ucciso, perché io vivessi?
Chi sarebbe stato il prossimo? Perché, ne ero certa, non sarebbe mai finita veramente...
Non ero più tanto sicura che la mia vita valesse tanto.
Eppure non riuscivo ad accettare l’idea di perdere Evan per sempre.
Ben nascosto dietro i rimorsi e i sensi di colpa, in me esisteva ancora un barlume di egoistico
istinto di sopravvivenza che di tanto in tanto affiorava eclissando tutto il resto, premendo perché io
lottassi, perché mi aggrappassi alla vita con le unghie e con i denti. Perché io facessi di tutto per non
perdere Evan...
Non potevo rinunciare a lui, no. Per niente al mondo. Per nessuno al mondo.
Per quanto il mio desiderio sembrasse egoista o addirittura malvagio, non m’importava. Non
avrei perso Evan, nemmeno se la mia vita sarebbe costata quella di molti altri. C’è un prezzo per ogni
cosa.
E qualcun altro avrebbe pagato il prezzo del mio destino.
Dovevo accettarlo, perché l’alternativa era impossibile anche solo da concepire.
Sentii un brivido corrermi lungo le braccia e, per un istante, avvertii una strana sensazione
appena sotto la pelle. Eccitazione, mista a qualcos’altro che non riuscivo a decifrare. Potere, forse?
Mi ricomposi all’istante, sconvolta dai miei stessi pensieri.
Mi guardai intorno, allarmata, sperando che Ginevra non mi avesse sentita. Stava ancora
discutendo con Simon e sembrava così presa da non badare a me, benché non potessi esserne del tutto
certa.
In silenzio, ritornai a riflettere su quello strano sentimento che avevo avvertito e che non ero
riuscita a controllare. Come se dentro di me esistesse un’altra Gemma, che non avevo mai conosciuto, e
la mia mente si fosse spenta per un istante lasciandola affiorare, permettendo a quell’istinto primitivo di
dominarmi. Un istinto oscuro, che avvertivo sin dentro le ossa e mi faceva paura.
Perché sentivo che mi apparteneva.
Non era la prima volta che mi succedeva. Quella sensazione non era del tutto nuova, l’avevo già
avvertita in passato, nelle ultime settimane. Era come se qualcosa facesse scattare un interruttore
interno e segreto e improvvisamente mi sentivo pervadere da una rabbia sconosciuta. Un istinto ribelle
e indomabile. D’un tratto ribollivo di collera.
L’ultima volta avevo aggredito Ginevra.
Cosa diavolo mi stava succedendo?
Possibile che l’essere tornata dalla morte avesse avuto delle conseguenze?
Forse Evan si era sbagliato, su di me, forse non ero così forte come credeva e stavo crollando.
No, ero solo sotto stress ed era legittimo. Evidentemente l’incessante pressione emotiva cui ero
sottoposta era troppa per me. Dopotutto anch’io avevo un limite di sopportazione. Per quanto mi
sforzassi di non darlo a vedere nemmeno a me stessa, in realtà mi sentivo così fragile e al limite delle
forze...
Avevo i nervi tesi come un capello sottile sospeso su un rasoio affilato, che vibra al più leggero
soffio di vento. Bastava un piccolo movimento sbagliato perché mi spezzassi, sfiorando appena la
lama. Sentivo che quel momento stava per arrivare.
«Tu non farai proprio niente.» La voce di Simon risuonò nella stanza, gli occhi infuocati in
quelli di Ginevra.
«So come difendermi», replicò lei, «non credere che me ne starò a guardare quando Drake
potrebbe farti del male.»
«Non mi succederà niente, te lo ripeto.»
«Il mio veleno è letale per te!» ringhiò Ginevra.
«Come il suo fuoco lo è per te!»
«Ci siamo allenati a lungo. E continueremo a farlo, finché non sarà il momento. Sono pronta per
affrontarlo, non sarebbe la prima volta per me. Io ho già combattuto contro molti Sotterranei.»
«È stato molto tempo fa!»
«Tu non puoi difenderti dal veleno, io invece posso proteggermi dai suoi attacchi. E poi
dimentichi che ha paura di me.»
«No», ribadì lui duramente. «Non si discute su questo.»
«Simon, ci alleneremo ancora. Fidati di me, è la scelta migliore. Lasciamelo fare», tentò di
convincerlo Ginevra.
Schiacciata da un forte senso d’impotenza, per la prima volta sollevai gli occhi su Simon, nello
stesso istante in cui un lampo guizzò sul suo sguardo di cristallo.
Sul suo volto si aprì un sorriso furbo vagamente familiare. Era lo stesso sorriso che affiorava
senza preavviso sulle labbra di Evan ogni volta che aveva in mente qualcosa. Lottai per non lasciarmi
travolgere dalla nostalgia che minacciava di risucchiarmi nel vortice che conduceva a Evan.
Forse era normale che ogni pensiero mi riportasse a lui.
Spostai i miei occhi su quelli di Ginevra, stretti a una fessura mentre studiava con vivo interesse
i pensieri di Simon.
«Cos’hai in mente?» m’intromisi, parlando per la prima volta.
Si girarono a guardarmi, come se si fossero dimenticati della mia presenza. Passai in rassegna i
loro volti. Simon esitò un istante prima di rendermi partecipe, per lasciare a Ginevra il tempo di
valutare con cura la sua idea.
«Interessante», sibilò lei, pensierosa.
Guardai Simon per un breve attimo, poi mi girai verso Ginevra, in attesa che uno dei due mi
rispondesse.
«Drake si aspetta uno scontro.» Lo sguardo di Simon si faceva più furbo e deciso man mano che
parlava. Il piano iniziava a consolidarsi e a prendere forma anche fuori dalla sua testa. «Ma noi lo
coglieremo alla sprovvista.»
«È una decisione estrema», lo ammonì Ginevra studiando ancora la sua mente.
«Una situazione estrema richiede decisioni estreme.»
In quel preciso istante, entrambi si voltarono a fissarmi.
Feci oscillare lo sguardo dall’uno all’altra, profondamente perplessa.
Per tutto il tempo, mi avevano quasi esclusa dai loro discorsi, continuando a parlare tra loro
come se io non ci fossi. Adesso invece avevano una strana luce negli occhi puntati su di me, come se
d’un tratto fossi io la chiave di tutto.
«Cosa c’è?» indagai, allarmata, ma il loro interesse era durato un battito di ciglia.
Ero di nuovo diventata trasparente.
«Arriverebbe a tanto?» chiese Simon a Ginevra, quasi bisbigliando, senza mai staccare gli occhi
da me.
Avevo l’impressione che entrambi mi stessero studiando.
«Potrebbe funzionare, ma dobbiamo valutare tutti i rischi», le intimò Simon. «Richiede un
enorme coraggio.»
«Non credo sia un problema. Può farcela, ne sono più che certa.»
«Come puoi esserne così sicura?»
«Perché lo sento. Fidati di me. Non so spiegarti perché provo questa sensazione nei suoi
confronti. È come un istinto. Tu fidati di me», ribadì Ginevra.
«Ma hai visto anche tu come ha reagito la prima volta!»
«Questa volta sarà diverso», replicò lei con tono deciso. «Le cose sono diverse.»
Mi ero persa. Lo stesso Simon, che aveva concepito il piano, adesso non ne era più convinto?
«E poi, non sono nemmeno sicuro che Evan lo permetterebbe.»
«Si può sapere di cosa state parlando?» m’insinuai nel discorso, improvvisamente impaziente.
«Cos’è che Evan non approverebbe?»
Tornarono entrambi a guardarmi.
«Cosa dovete dirmi, ragazzi?» Mi resi conto che mi tremava la voce. «Avete un piano, non è
così?» indagai.
«Non è detto», rispose Simon, ma Ginevra terminò al suo posto.
«Sarai tu a stabilire se ne avremo uno», sentenziò con tono greve.
La guardai perplessa e smarrita. Cosa stava succedendo? «Sono troppo stanca per tirare a
indovinare», continuai, esasperata dai loro misteriosi discorsi. «Di cosa si tratta, esattamente?» li
spronai, ansiosa.
Mi fissarono per un lungo istante, sorpresi quanto me dalla calma con cui mi ero espressa.
Ginevra invece mi stava studiando, ne ero certa. Non c’era niente che potessi nasconderle.
«Simon ha avuto un’idea.»
Attesi che continuasse con impazienza crescente.
«Credo che sia un piano valido, ma ti coinvolgerà in prima persona.» Il suo sguardo, profondo
come il mare in tempesta, indugiava su di me.
«Per questo sarai tu a decidere», aggiunse Simon. «Nessuno ti biasimerà se deciderai di
rifiutare.»
Mi scrutavano entrambi attentamente. Che stava succedendo? Anche Simon era in grado di
leggere i miei pensieri, adesso? Dal modo in cui mi fissava, avrei detto di sì. Il mio battito cardiaco
iniziò ad accelerare, senza alcun preavviso. Cos’era tutta quella tensione che leggevo nei loro sguardi?
E perché Evan non avrebbe dovuto accettare il loro piano?
L’istinto mi fornì la risposta: doveva di certo trattarsi di qualcosa di pericoloso.
«Volete dirmi che sta succedendo?» indagai ancora.
D’un tratto non ero più tanto convinta di volerlo sapere.
«Quest’idea potrebbe funzionare. Anzi ne sono più che certa: è un ottimo piano», esclamò
Ginevra. «Ma richiede una scelta coraggiosa da parte tua.» Si avvicinò di qualche passo. «E io so che
tu sei in grado di affrontarla.»
«Dimmi qualcosa che non ho già capito», replicai, spazientita.
«Gemma», iniziò Ginevra con cautela. «Sai già che il mio veleno è l’unica arma che può
uccidere Drake.»
Annuii, restando in silenzio.
«Ma uno scontro diretto potrebbe essere troppo rischioso a questo punto, per ognuno di noi. Sai
che Evan non esiterà a battersi per te.»
«Siamo quasi certi che Drake abbia le spalle coperte», s’intromise Simon. «Non agisce da solo
e questo non va di certo a nostro favore. Potremmo perdere.» La sua voce si fece dura.
C’era davvero quella possibilità?
«E non dobbiamo dimenticare che lui ha un po’ del mio veleno con sé. Quanto basta perché il
colpo sia letale.» Ginevra si fermò per un istante, per valutare la mia reazione e studiare i miei pensieri,
che nella mia testa vorticavano confusi come un pallone pieno d’elio in balia del vento.
Il loro piano non doveva essere niente di piacevole se ci voleva così tanto per spiegarmelo.
Poi lei riprese: «Per questo dobbiamo evitare lo scontro... e tendergli una trappola. Dobbiamo
coglierlo alla sprovvista», concluse con tono deciso.
«Va bene», sussurrai con appena un filo di voce. «Ma cosa c’entro io con tutto questo?»
Iniziavo seriamente a preoccuparmi.
«Dipende tutto da te, in realtà», precisò Ginevra, severa.
Mi voltai a guardare Simon, che fissava il pavimento quasi evitando il mio sguardo.
Era stato lui ad avere l’idea, eppure nella sua espressione c’era... incertezza? Senso di colpa?
Non riuscivo a capire. E di cosa stavamo parlando, esattamente?
«Farò tutto quello che serve.» Mi tremava la voce. Non ero del tutto certa di riuscire a
mantenere quelle promesse. Ma in fondo era solo colpa mia se tutti loro si trovavano in quella
situazione. «Ditemi di che si tratta», li esortai, questa volta più convinta.
«Bene», mormorò Ginevra quasi tra sé. «Perché tu sei l’unica che può dare il veleno a Drake
senza che se ne accorga.»
Quella rivelazione mi colpì con la stessa violenza di un pugno allo stomaco. «Io? Cosa state
dicendo? C-Come potrei?» domandai confusa.
«Con un bacio.»
Trasalii, agghiacciata.
Finalmente mi era chiara la ragione di tanta esitazione e tanto mistero.
Mi sentii invadere dal panico passivo, ma cercai di non darlo a vedere, benché fossi
incredibilmente scossa.
«Stai dicendo che dovrei baciarlo?» Lanciai occhiate nervose a Ginevra e a Simon, che evitava
ancora di guardarmi.
«Nessuno ti costringe, ovviamente», aggiunse lui. «Ma è tutto quello che abbiamo. Per adesso,
è l’unica soluzione. Non possiamo versare il veleno in un bicchiere d’acqua. Drake non ha alcun
bisogno di bere e si insospettirebbe se tu gli chiedessi di farlo. Per non parlare di quanto potrebbe
diventare pericoloso rischiare che si accorga del nostro piano.»
Mi soffermai per qualche istante a riflettere sulle sue parole, prima di riuscire a coglierne il
senso. Si erano domandati se fossi abbastanza coraggiosa ed era quello che mi chiedevo anch’io,
adesso. Ginevra ne sembrava convinta. Ma come potevano esserne certi se nemmeno io conoscevo la
risposta? Avrei dovuto permettere a Drake di avvicinarsi a me. Avrebbe potuto uccidermi con un solo
soffio, il che bastava a farmi esitare. Pensare di dover baciare spontaneamente qualcun altro che non
fosse Evan era già abbastanza difficile. Ma sapere che quel bacio sarebbe stato fatale era impossibile da
accettare.
Per quanto Simon e Ginevra si ostinassero a ripetermi che non ero costretta, sapevo che non era
vero, almeno in parte. Dovevo farlo, mio malgrado. Era il mio turno. Dovevo proteggere Evan.
Toccava a me uccidere Drake.
Mi ripetei quel pensiero con calma, nella mia mente, mentre gli altri valutavano i miei silenzi.
Simon era rimasto in disparte, anche lui in attesa che io parlassi.
Quando finalmente aprii bocca, avevo preso la mia decisione. Ed era irrevocabile. «Vi ho messi
gli uni contro gli altri. Farò qualsiasi cosa che mi chiediate di fare.»
«Aspetta a dirlo», m’interruppe Simon, «devi prima conoscere la parte più difficile.»
Il suono aspro con cui risuonarono le sue parole mi fece trasalire. «Cosa può esserci di più
terribile che baciare Drake... o ucciderlo?» domandai, pronunciando a fatica le ultime parole. Come
potevo uccidere Drake, se non riuscivo nemmeno a pensare di farlo? Li osservai attentamente,
valutando i loro sguardi. Aspettai, ma per qualche istante ci fu solo silenzio.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, Ginevra pronunciò le parole tutte d’un fiato: «Tu
non sarai immune al veleno».
Un’ondata di gelo mi attraversò il corpo con violenza prima ancora che riuscissi a cogliere il
senso delle sue parole. Il mio corpo le aveva assimilate all’istante, reagendo d’istinto. «Stai dicendo
che...» mormorai affranta.
«Il veleno ucciderà anche te», continuò Simon, rammaricato.
Rimasi attonita, mentre sentivo le loro voci sovrapporsi nei miei pensieri, rimbombandomi nella
testa, ghiacciando ogni cosa dentro di me. Mi estraniai per un istante e fu come se d’un tratto non mi
trovassi più in quella stanza con loro.
Ero sola. Nella mia disperazione.
Dunque la morte sarebbe arrivata, alla fine, e non per caso.
Vagai nell’oscurità di quelle assurde parole per un lungo istante. La mia mente si era come
persa o forse non voleva più tornare.
Avrei voluto scappare da quel posto, da quelle persone, perfino da me stessa, rifugiarmi in un
luogo nascosto. Al buio e al sicuro.
Sentivo un brusio di sottofondo e riuscivo persino a rendermi conto che qualcuno stava
parlando con me, ma non ero in grado di distinguere le parole, assordata da quelle precedenti, che
vorticando nella mia testa coprivano ogni altro suono.
Era tutto così distorto e confuso...
L’eco agghiacciante della voce di Ginevra mi risuonava ancora in testa, gridando parole che
non volevo sentire.
Dovevo morire.
Poi di colpo il mormorio s’interruppe.
Fu quel rinnovato silenzio a strapparmi dallo stato d’incoscienza in cui mi stavo crogiolando,
riportandomi bruscamente nella stanza.
«Mi state dicendo che...» Mi bloccai ancora una volta a metà frase, incapace di proseguire oltre.
Simon e Ginevra continuavano a fissarmi in silenzio.
«Ti avevamo detto che sarebbe stato difficile», sentenziò Ginevra.
«E ti capiremmo se decidessi di tirarti indietro. Anche se non abbiamo molto tempo per studiare
qualcos’altro. Se Drake attaccasse ancora, dovremmo affrontarlo e non siamo sicuri di come andrà a
finire», ribadì Simon.
Sussultai, pensando a Evan. M’importava solo di lui. Il resto, perfino la mia vita, passava tutto
in secondo piano.
«Quello di Simon è davvero un buon piano», aggiunse Ginevra. «E non ci sono possibilità che
fallisca, se non ti farai scoprire.»
Davvero confidavano che io ne fossi in grado? Avrei rovinato tutto, come facevo sempre e li
avrei messi in pericolo per l’ennesima volta. Perché non se ne rendevano conto? Perché si fidavano
così tanto di me? Io riuscivo sempre a complicare tutto, in qualche modo.
«Sei solo tu che non ti fidi di te. Nessun altro», replicò Ginevra ai miei pensieri.
«Se dovessi fallire?» mormorai, con un nodo alla gola sempre più stretto.
«Non fallirai. Noi confidiamo in te, Gemma», mi assicurò Simon.
«E cosa succederà dopo?» mormorai appena, sforzandomi di nascondere che stavo tremando.
Simon si avvicinò a me, cercando per la prima volta il mio sguardo. «Di questo non devi
preoccuparti», mi rassicurò, senza ombra di timore o dubbio. «Ci saremo noi, lì con te, anche se tu non
potrai vederci. Arriveremo in tempo, quando sarà il momento. Tu devi concentrarti solo su quello che
devi fare. Poi sarà tutto finito. Al resto penseremo noi. Lo abbiamo già fatto una volta. Adesso sapremo
come comportarci e ti riporteremo indietro senza problemi. Tu potrai tornare, mentre lui no.»
Il tono rassicurante con cui Simon mi aveva parlato era in parte riuscito ad allentare la mia
tensione.
Per certi versi, non avevo parole o domande, mi sentivo svuotata.
«Non sei costretta», ribadì Ginevra richiamandomi al suo sguardo.
Sì, invece, le risposi con il pensiero. Glielo dovevo. A tutti loro. «Lo farò», annunciai,
sforzandomi di imprimere un tono deciso alle parole. «Ditemi quello che devo fare.»
Simon scosse la testa. «È folle», esclamò all’improvviso, ritrattando tutto.
Il mio sguardo guizzò su di lui.
«Dimentica tutto. Penseremo a qualcos’altro.»
«Simon, non c’è tempo!» lo ammonì Ginevra.
«Evan non lo permetterebbe mai! È fiato sprecato...»
«Perché no? Non dimenticare che l’ultima volta i rischi del suo piano non erano minori di quelli
del tuo. Ne era consapevole, ma li ha accettati.» Ginevra valutò il suo silenzio.
Simon aveva l’espressione contratta e combattuta.
«Bene, hai una soluzione migliore?»
Ma Simon non poteva replicare. «Dico solo che è una pazzia! Non possiamo permettere che lui
si avvicini a Gemma così tanto.»
Se non ci credevano nemmeno loro, come potevo riuscirci io?
«È molto rischioso, è vero, ma noi saremo lì con lei. Funzionerà e nessuno di noi si farà male.
Smettila, Simon, la stai confondendo!»
«Spetta a me decidere, giusto?» m’intromisi d’un tratto attirando i loro sguardi. «Simon, esiste
una possibilità che voi non riusciate a riportarmi indietro?» indagai, per scrupolo.
Simon mi fissò per un breve istante, quasi indeciso se cancellare o no i miei dubbi, con la sua
risposta. «No. La tua morte sarà solo una cosa temporanea. Da questo punto di vista non devi
preoccuparti. Durerebbe persino meno dell’ultima volta.»
«Ma l’ultima volta», replicai cautamente, «eravate in tre a guarirmi.»
La mia riflessione lo zittì per un istante, poi parve ricomporsi. «Drake non ci serve. Questa
volta non occorrerà guarire il tuo corpo. Per questo motivo sarà più facile. Moriresti solo per gli effetti
del veleno. Per il resto, il tuo corpo rimarrebbe intatto e illeso.»
«Allora non vedo il problema», replicai decisa. Fissai il mio sguardo sul suo, quasi dovessi
essere io a rassicurare lui. «Posso farcela», affermai con una risolutezza estranea persino a me stessa.
«Ne sei sicura?» domandò ancora incerto.
Passai in rassegna i loro volti, prima di rispondere: «Lo farò». Strinsi le palpebre su di loro per
rafforzare la mia decisione.
«Bene. Dobbiamo agire in fretta, allora. Non possiamo rischiare che sia lui a farsi avanti per
primo e tu dovrai essere preparata ad affrontarlo quando si presenterà l’occasione.»
Sussultai quando mi resi conto che sarebbe successo davvero. Avevo accettato.
La fine sarebbe stata la soluzione.
«Quando prevedi che possa succedere?» domandai, ansiosa, rivolgendomi a Ginevra.
«Non possiamo saperlo con certezza. Avrà bisogno di un po’ di tempo per riprendersi e dubito
che decida di attaccarci troppo presto, ma nel frattempo potrebbe approfittare del suo potere per
avvicinarsi ancora a te. Ti darò un po’ del mio veleno, che custodirai con cura. Lo porterai sempre con
te. Sempre e ovunque. Poi, quando si presenterà l’occasione, e non credo davvero che tarderà ad
arrivare, non dovrai esitare nemmeno per un istante o rischierai che Drake ti scopra.»
Tremai a quel pensiero. Ginevra era stata chiara nel darmi le sue inflessibili istruzioni.
Contavano tutti su di me. Non potevo deluderli.
«Dobbiamo dirlo a Evan», m’imposi, improvvisamente preoccupata che non ne avessi il tempo.
«Lo faremo quando torna», mi tranquillizzò Simon. «Non preoccuparti.»
Sospirai, sollevata. Non ero pronta all’eventualità di attuare il piano senza il suo sostegno.
«Non potrei riportarti indietro senza di lui», continuò Simon. «Spero solo che Drake non
approfitti della sua assenza per avvicinarsi a te», rifletté, preoccupato per quell’eventualità.
«Cosa dovrei fare in quel caso?» chiesi, allarmata.
«Niente di azzardato», mi ammonì lui. «Non devi usare il veleno prima che anche Evan sia al
corrente del piano o complicheresti le cose.» Simon fissò il suo sguardo sul mio, come per assicurarsi
che seguissi le sue istruzioni. «Rischieresti davvero di morire, Gemma. Non posso farcela da solo. È
necessario che sia io sia Evan arriviamo in tempo per salvarti.»
«Saremo lì, anche se tu non ci vedrai», mi spiegò Ginevra. «Occorrerà che ci manteniamo a una
distanza di sicurezza. Tale che Drake possa sentirsi abbastanza al sicuro da avvicinarsi a te, senza
accorgersi della nostra presenza, ma saremo abbastanza vicini da raggiungerti in tempo.»
«Va bene. Sono pronta.» Deglutii e guardai Ginevra con espressione seria. «Dammi il veleno.»
Lei annuì lievemente, senza mai lasciare il mio sguardo. «Seguimi», mi ordinò, il tono
autoritario.
Feci come mi aveva chiesto e dopo qualche passo mi voltai verso Simon.
«Tu non vieni?» gli domandai perplessa.
Simon si lasciò sfuggire mezzo sorriso amaro. «Non credo sarebbe una buona idea.»
«Giusto.» Aprii la bocca, ma la richiusi dopo qualche istante mentre Simon ancora sorrideva.
«E non farti mordere prima del tempo o manderesti all’aria il piano!» mi ammonì con una punta
di sarcasmo mentre mi faceva l’occhiolino.
«Non credo che avreste più bisogno di un piano, in quel caso», gli ricordai rispondendogli a
tono.
Ricambiai il suo sorriso e uscii dalla stanza.
35
ARCANO ISTINTO
Ginevra aprì la porta della sua stanza con noncuranza, ignorando i battiti del mio cuore che
pompava a mille. Eppure ero certa che riuscisse a sentirli. Il sangue mi fluiva nelle vene a una velocità
fuori dal comune, lo sentivo pulsare sulle tempie. Era una situazione assurda.
Ero stata centinaia di volte in quella stessa stanza, avevo imparato a conoscerla bene,
memorizzandone ogni dettaglio.
Tutti tranne uno, ovviamente.
Quell’unica porta blindata, il cui accesso era severamente vietato. Non vi avevo mai prestato
molta attenzione, ma adesso era come se fosse diventata più grande e massiccia, come se continuasse a
crescere a dismisura davanti ai miei occhi e volesse schiacciarmi.
O forse ero io che mi sentivo più piccola e impotente che mai.
Avrei varcato quella porta per andare incontro al mio destino.
Avevo sentito parlare del serpente di Ginevra prima di allora, seppur di rado. Ma in genere
preferivano tutti non soffermarsi troppo sull’argomento.
Ginevra si bloccò davanti alla porta, mentre io mi trovavo alle sue spalle.
«Puoi aspettarmi fuori, se ti va», suggerì lei.
«Preferisco entrare», risposi prontamente, desiderosa di assecondare l’assurdo istinto che
continuava a spingermi verso il pericolo.
Con un rumore metallico, che mi entrò nelle ossa, la serratura si sbloccò e la porta si aprì.
Rabbrividii.
Mi guardai intorno e, per la prima volta, mi resi conto che non eravamo in una stanza, ma in un
enorme, strano giardino dove il cielo era plumbeo, come se la porta ci avesse condotte dentro un’altra
dimensione, parallela alla nostra.
Quando Ginevra si mosse, la seguii mantenendomi vicino a lei, senza mai abbassare la guardia.
Non volevo che il suo serpente sbucasse fuori all’improvviso e mi mordesse.
Se non altro, avrei risparmiato loro qualche problema.
In risposta ai miei pensieri, Ginevra mi lanciò un’occhiata accusatoria, ma al contempo
divertita.
«Scherzavo», la rassicurai, sarcastica, sollevando le spalle.
Poi la sua espressione si fece seria. Non preoccupata, soltanto seria. «Non muoverti», m’intimò
pacatamente fermandosi di fronte a me.
Alle sue parole m’irrigidii e mi bloccai di colpo, mentre con la coda dell’occhio coglievo un
movimento appena oltre la mia spalla.
«Tranquilla», mi rassicurò Ginevra, «non ti farà del male.»
Ogni fibra del mio corpo tremava.
In quello stesso istante qualcosa si mosse.
Continuai a rimanere immobile, per precauzione.
Poi lo vidi. Il suo serpente.
Si muoveva con la stessa grazia di Ginevra, disegnando movimenti armoniosi sopra la mia testa.
«È sotto il mio controllo», continuò a rassicurarmi lei, «non ti farà niente. Obbedisce solo ai
miei pensieri.»
Valutai le sue parole e mi resi improvvisamente conto di una cosa.
Scoprii che non avevo paura.
Era qualcos’altro a farmi vibrare. Un’emozione che non riuscivo a definire.
Il serpente si mosse verso Ginevra, strisciando su un grosso ramo, così elegantemente che
sembrava quasi fluttuare nell’aria. Ginevra gli offrì la sua mano e l’animale obbedì ai pensieri di lei,
strisciando sinuosamente sul suo braccio.
Non lo avrei mai detto, ma vederli insieme fu qualcosa di emozionante.
Il serpente si avvolse con eleganza attorno alla sua mano.
«Hai paura?» mi domandò Ginevra, la voce suadente mentre io la fissavo affascinata.
«No. Non credo.» Era la verità. «Penso sia qualcos’altro. È così magnetico», le risposi mentre
l’animale formava una perfetta spirale, risalendo con grazia il suo braccio.
Poi, quando raggiunse l’altezza del bicipite di Ginevra, d’un tratto avvenne qualcosa che non
avevo previsto. Sgranai gli occhi, incredula, mentre il serpente si fondeva con la sua pelle.
Negli occhi di Ginevra sfavillava una scintilla che li rendeva ancora più verdi, un bagliore
difficile da descrivere, come di smeraldo. Poi lei mi guardò, con la stessa soddisfazione sul volto di uno
scienziato che mostra la sua invenzione per la prima volta.
Non riuscivo a credere a quello che avevo appena visto.
Aprii la bocca per dire qualcosa, ma non mi uscì nessun suono. Ginevra continuava a sorridermi
con l’aria di chi si è appena dissetato dopo un lungo viaggio nel deserto.
Il serpente era scomparso sotto la sua pelle, lasciando una traccia argentea, a forma di spirale,
attorno al suo braccio. Magnifico. L’unica parola che il mio cervello riuscì a elaborare.
«Lo credi davvero?» mi chiese, e sembrava onorata.
Ne ero convinta ancor più di prima. C’era qualcosa di magnetico nel suo animale. Potente e
inaccessibile.
Annuii, incapace di distogliere lo sguardo dal suo braccio, nel punto in cui il serpente era
scomparso, e il sorriso di Ginevra si ampliò.
«Lui è parte di me», bisbigliò guardandomi negli occhi in cerca di comprensione.
Le sorrisi appena, per mostrarle che capivo.
In fondo non era necessario poter leggere nella sua mente per intuire come Ginevra doveva
sentirsi.
Per secoli, la sua unica compagnia era stata quella di tre Sotterranei cui, tra le altre cose, aveva
deciso di nascondere la presenza del suo animale. Era come se fosse stata costretta a celare una parte
importante di sé e, sebbene Simon fosse sempre stato a conoscenza di tutto, Ginevra non avrebbe mai
potuto condividere con lui il sentimento che la legava al suo serpente. Aveva dovuto creare perfino una
barriera invalicabile che li separasse. Doveva essere piacevole che qualcun altro condividesse con lei
qualcosa cui teneva così tanto.
Il serpente si rimaterializzò, affiorando dalla pelle di Ginevra sotto il mio sguardo affascinato,
come se anche l’animale avesse sentito i miei pensieri e volesse offrirmi la possibilità di avvicinarmi a
lui.
Poi, scendendo a spirale lungo il suo braccio, strisciò verso di me.
Ginevra allungò il braccio nella mia direzione, l’espressione compiaciuta.
D’istinto mi tesi a mia volta verso l’animale. Era come se esercitasse una forte attrazione su di
me, un’energia potente che la parte più nascosta del mio cervello riusciva a captare.
Eravamo vicinissimi.
Il serpente oscillò per qualche istante di fronte al mio viso mentre io lo fissavo affascinata. Il
suo veleno era letale, lui avrebbe potuto mordermi così velocemente che la morte sarebbe arrivata
senza che me ne accorgessi. Eppure continuavo a non temerlo. Non c’era traccia di paura nel mio
corpo. Al contrario, era come se il serpente mi richiamasse a sé.
Più lo guardavo più desideravo toccarlo. Un bisogno viscerale, una necessità impossibile da
contrastare...
«Non avvicinarti troppo», m’intimò Ginevra parlando con cautela.
Doveva trattarsi di un’esperienza del tutto nuova anche per lei.
«Così piccolo e così potente...» mormorai senza distogliere lo sguardo da quella creatura
ammaliante.
«La vera grandezza non si misura dalle dimensioni. A volte il potere più grande risiede nelle
cose più nascoste e gli occhi non bastano a svelarlo. È la prima volta che lo mostro a qualcuno dopo
chissà quanto tempo.»
«Lo avevo immaginato.»
«Lo tengo lontano anche da Simon», disse come se lo ritenesse necessario. Ginevra fece
scivolare il serpente tra le mani, mostrandogli un piccolo contenitore in vetro delle dimensioni di un
ditale da cucito mentre io studiavo i suoi movimenti con ammirazione.
Avrei dato qualsiasi cosa per un po’ della sua grazia.
«È troppo pericoloso per lui», continuò lei lanciandomi un’occhiata di rimprovero, in risposta ai
miei pensieri. Ginevra riteneva assurdo che io a volte la guardassi con ammirazione. Io trovavo assurdo
il fatto che lei considerasse me alla sua altezza.
«Hai detto che riesci a controllarlo», le chiesi dopo quel piccolo battibecco silenzioso.
«Infatti, ma non posso prevedere la sua reazione in una situazione così estrema. Simon è pur
sempre un Sotterraneo e per il serpente potrebbe essere troppo; potrebbe prevalere l’istinto di
sopravvivenza... Sarei costretta a...» Ginevra s’interruppe prima di portare a termine la frase, ma non
era necessario perché io ne comprendessi il significato. «Lo faccio per proteggere entrambi.»
In quel preciso istante il serpente affondò i denti affilati sul flacone richiamandomi alla sua
attenzione. Il profumo fu immediato e potente. Mi fece girare la testa e per poco non persi l’equilibrio.
Era una sensazione così inebriante...
Era proprio come lo ricordavo, suadente, intenso... irresistibile. Chissà come sarebbe stato
provarne il sapore... Per un breve istante mi sembrò di sentirne il gusto sul palato.
Presto lo avrei sperimentato.
Ginevra mi guardò inarcando un sopracciglio. «Strano che tu riesca a sentirlo», mi confidò,
sorpresa.
«Pensavo che solo i Sotterranei non riuscissero a sentirlo», replicai confusa.
«Non posso dire di averlo mai testato su... un’umana.» Pronunciò l’ultima parola quasi con
cautela.
«Puoi dirlo, non è un’offesa. Lo so anch’io che sono umana», le ricordai.
«È che gli Angeli in genere non lo sentono.»
«È un vantaggio per voi Streghe, immagino.»
«Dev’essere così.»
«Il fatto che non ne percepiscono l’odore non permette loro di avvertire il pericolo o qualcosa
del genere», suggerii, ancora stordita da quel profumo. Chissà come mai agli umani invece era
concesso sentirlo.
Dalla sua espressione, dedussi che anche Ginevra se lo stava chiedendo. «Fatto», mi avvertì,
riponendo il serpente su un grosso ramo che si abbassava fin sopra le nostre teste. «Abbiamo il
veleno.» Alzò la boccettina per mostrarmene il contenuto e una goccia brillante scivolò minacciosa sul
fondo, quasi danzando. Elegante e letale, proprio come Ginevra.
Era incredibile riuscire a concepire il potere racchiuso in quella piccola ampolla.
La fissai per qualche istante, lottando per non lasciarmi trascinare da quella forza ammaliante
che ogni tanto tentava di risucchiarmi nelle sue spire nere.
Ginevra mi strappò a quel pensiero. «Pensi ancora di farcela?» indagò. «Non potrai più tornare
indietro. Una volta preso il veleno dovrai andare fino in fondo», mi avvertì.
«Spiegami tutto», le risposi senza esitare.
Dopo un lungo, intenso e silenzioso sguardo, Ginevra mi afferrò la mano e depose l’ampolla sul
mio palmo, cautamente.
Il contatto con il vetro freddo mi provocò una scossa. O, più probabilmente, fu la
consapevolezza di ciò che conteneva a scatenare quella reazione.
Avevo appena firmato un contratto con la morte e tra le mani stringevo l’arma con cui io stessa
mi sarei tolta la vita. La chiave per la mia stessa fine... o forse per un nuovo inizio?
Non ne ero certa.
«È essenziale che Drake non si renda conto delle tue intenzioni», mi avvertì Ginevra, come se
non lo sapessi già.
«Sei sicura che avrò modo di usarlo? Chi ci dice che non mi attaccherà direttamente? Potrebbe
non darmi la possibilità di avvicinarmi tanto da poterlo baciare.»
«Siamo noi stessi a crearci le possibilità che cerchiamo. Non dimenticare che non può entrare in
casa nostra nella sua vera forma e tu non credo abbia intenzione di uscire, per il momento. Ergo,
l’unico modo che ha di avvicinarsi a te è quello di prendere le sembianze di uno di noi. Potrebbe
prendere il mio aspetto... o quello di Simon, ma non avrebbe senso, quando può trasformarsi in Evan e
avere un contatto più diretto. A meno che non ci sia già Evan insieme a te, ma dubito che dopo l’altra
notte possa riprovarci ancora. Credo aspetti di trovarti da sola, sarebbe più logico, a questo punto. E tu
dovrai saper cogliere l’occasione. Una volta avvisato Evan, gli tenderemo una trappola, fingendo di
lasciarti sola, sono sicura che non si lascerà sfuggire l’occasione. Sarà allora che dovrai sfoderare le tue
abilità seduttive, dovrai fare in modo che si avvicini a te, sarà un invito che sono certa non potrà
rifiutare. Poi, facendo molta attenzione che lui non se ne accorga, ti bagnerai la punta delle labbra con
il veleno. Avrai qualche secondo per baciarlo.»
Deglutii fissando la piccola ampolla mentre Ginevra mi impartiva le sue istruzioni.
Poi sentii la sua mano calda sulla mia spalla. «Non preoccuparti. Sono convinta che non sarà
necessario nessuno sforzo da parte tua. Da quel che ho capito interpretando i tuoi ricordi, sono convinta
che non servirà convincerlo. È Drake. L’ha presa come un gioco. Sarà lui a baciarti per primo, ma a
quel punto sarà troppo tardi per lui.»
Sollevai lo sguardo in tempo per scorgere la scintilla che brillava negli occhi di Ginevra,
preceduta da un sorriso sprezzante.
«Sarà meglio non far preoccupare Simon. È ancora di sotto che ci aspetta, percepisco la sua
impazienza anche attraverso le pareti.» Ginevra bloccò la possente serratura in ferro e uscimmo dalla
sua camera.
«Già... sarà meglio», replicai, chiudendomi la porta alle spalle.
«Lo hai lì con te?» mi domandò Simon, lo sguardo inquieto e un malcelato nervosismo nella
voce.
Strinsi le labbra, come conferma, e in un gesto involontario serrai le dita attorno al piccolo
flacone che custodivo nella tasca della felpa.
Al contatto con la mia pelle, il vetro era diventato caldo e le mie dita sembravano fremere per la
tensione.
«Tienilo ben stretto», mi avvertì con un sorriso sarcastico.
«Non farmi arrabbiare o potrei anche ucciderti», lo schernii con voce seria.
«Vorresti baciare anche me?» replicò, divertito. «Perché non credo che Ginevra sarebbe molto
d’accordo.» Fece un cenno in direzione della sua ragazza, accanto a lui, poi le cinse la vita da dietro.
«Senza offesa, ma un fratello alla volta mi basta. È solo che morivo dalla voglia di dirlo.»
Ginevra sorrise e si scambiarono un lieve bacio.
«Non sei stanca?» Ginevra si preoccupava sempre per me. «Dovresti riposare.»
«Non credo che ci riuscirei. Non adesso, almeno.» Avevo il sangue che mi scorreva
tumultuosamente nelle vene.
Simon e Ginevra si scambiarono un’occhiata. Poi mi accorsi che Ginevra annuiva lievemente,
come per rispondere a una domanda che io non avevo sentito.
«Gemma», esordì Simon, «sarebbe saggio da parte nostra sfruttare queste ore in modo
costruttivo», m’informò con gentilezza esortandomi a lasciarli soli.
«Dobbiamo allenarci», lo interruppe Ginevra rivolgendosi a me, diretta come sempre. «Finché
Evan non sarà al corrente del piano, non possiamo fare nient’altro. Dobbiamo tenerci pronti, se
qualcosa dovesse andare storto. Non è mai abbastanza. Hai con te il veleno e devi essere pronta a usarlo
in qualsiasi momento. Ma adesso devi riposare», insistette, senza offrirmi altra scelta.
«Non... Non potrei venire con voi, invece?» azzardai timidamente, benché conoscessi già la
risposta. Non ero sicura di voler rimanere da sola. Non in quello stato di allerta.
Si scambiarono un’altra occhiata.
«Verrai con noi. Ma dovrai fare molta attenzione», mi avvertì Ginevra, la voce estremamente
seria.
Faticai a credere alle mie orecchie. La palestra era sempre stata territorio proibito per me. Mi
sembrava impossibile che Simon e Ginevra fossero così accondiscendenti. O forse avrei dovuto
considerarlo terribile, se temevano così tanto di lasciarmi da sola da sopprassedere a certe regole. Del
resto anche alla sua camera blindata aveva sempre applicato quella regola, eppure mi era stato appena
concesso di violarla. L’intera situazione esulava dalle circostanze quotidiane.
Quel giorno era come se tutti i confini fossero stati abbattuti.
Presto anche quelli tra la morte e la vita sarebbero crollati. E io insieme a loro.
La spessa porta della palestra si chiuse con un rumore minaccioso, come le sbarre di una cella.
Continuavo a guardarmi intorno, inquieta e agitata. Non ero ancora sicura di cosa sarebbe
successo.
Non era la prima volta che entravo in palestra. Evan me l’aveva già mostrata durante l’estate e
un paio di volte avevamo trascorso qualche ora a scherzare tutti insieme, tra i sacchi neri pieni di
cemento e i materassi in spugna distesi sul marmo scuro.
Ma non ero mai stata in quel posto quando qualcuno di loro si allenava seriamente.
Per la mia sicurezza, non mi era concesso di entrare per nessuna ragione.
In quel momento, per la prima volta, sulla stanza calò un’ombra minacciosa.
«Sei pronta?» Simon si mise di fronte a Ginevra e la sfidò in tono risoluto.
Per un istante i loro occhi mi spaventarono. Erano quelli di un Angelo contro quelli di una
Strega che si preparava a ricevere i suoi colpi mortali.
«Come sempre», sibilò lei, l’aria fiera e presuntuosa.
Sentii il battito accelerare all’improvviso.
Si erano forse dimenticati della mia presenza? Spostai il peso nervosamente da una gamba
all’altra. Non sapevo cosa avrei dovuto fare io nel frattempo. Perché nessuno me lo spiegava? Tutti
quei divieti del passato mi mettevano in agitazione e non mi sentivo per niente a mio agio.
«Stai dietro di me», mi ordinò Ginevra con un suono poco incoraggiante.
«Cosa?» protestai, agitata. Non poteva dire sul serio.
«Fa’ come ti ho detto», ringhiò a denti stretti, senza mai lasciare lo sguardo di Simon.
Ginevra voleva davvero che io mi mettessi nella traiettoria dei colpi di Simon? Dallo sguardo di
lui percepii che non mi restava molto tempo per le decisioni azzardate. Mi mossi velocemente e mi
portai alle spalle di Ginevra, come mi aveva chiesto.
Sentivo la tensione crescere tra loro, come la corrente elettrica su un filo d’argento.
Prima che riuscissi a rendermi conto di quali fossero le loro intenzioni, un’esplosione violenta
scaturì dal corpo di Simon e una scia di fuoco ci venne incontro a una velocità da togliere il fiato.
Soffocai un urlo e trattenni il respiro, portando istintivamente le braccia a coprirmi il volto, per
proteggermi prima che il fuoco ci colpisse.
I capelli di Ginevra furono gettati all’indietro da quella forza potentissima, e il calore di quel
fuoco rovente mi investì con tutta la sua potenza, mentre un vuoto mi risucchiava lo stomaco.
Il piede di Ginevra stridette sul pavimento, nello sforzo di contrastare Simon.
Mi mancò il respiro.
Poi il calore svanì di colpo, mentre io ancora tremavo.
Sentii una risata divertita e aprii gli occhi, concedendomi di respirare.
Era Simon. «Rilassati!» mi schernì divertito. «Non ho in programma di uccidere la mia
ragazza.»
Guardai Ginevra con aria disorientata, respirando ancora freneticamente, come se il mio corpo
non riuscisse più a saziarsi d’ossigeno. «Credevi che ci avrebbe fatte arrosto?» mi ammonì lei.
«Non è che abbia avuto molto tempo per pensarci», replicai ancora sotto shock. «È bastata la
paura a friggermi i neuroni. Ma cosa...» Mi sentivo stordita.
«Il nemico non ti lascia mai il tempo per pensarci, ricordalo. Devi sempre trovarti preparata.»
«Come ha fatto a non colpirci?» chiesi, ancora perplessa.
«Perché io gliel’ho impedito. Ho creato una barriera intorno a noi, sottraendo completamente
l’aria. Per questo non riuscivi a respirare. Il fuoco non può attraversarla. È stato questo a proteggerci»,
mi spiegò, fiera della sua dimostrazione.
La fissai affascinata, incapace di aprir bocca. «È sorprendente», mormorai tra me, ancora
incredula. «E comunque grazie per avermi avvertita», la schernii senza nascondere il sarcasmo.
Ginevra soffocò una risata. «Questo è niente. Riuscire a farlo in movimento e in qualunque
circostanza è ancora più difficile. Ma abbiamo imparato a difenderci. Se conosci ciò che può
distruggerti, puoi imparare a proteggerti, a volte.» Di colpo mi tornò in mente la sua discussione con
Simon.
Ginevra aveva ragione. I Sotterranei non avevano alcun modo per difendersi dal veleno delle
Streghe, mentre quelle potevano sfuggire ai loro attacchi.
Erano più potenti.
Fissai Ginevra con una nuova consapevolezza, ma in un lampo la sua sagoma sfuggì,
sottraendosi al mio sguardo. Tentai di seguirla per la stanza, ma si muoveva velocissima schivando i
colpi di Simon che si scagliavano su di lei come fulmini, minacciando di carbonizzarla.
Mi balzò il cuore in gola e mi appiattii contro la parete.
La stanza doveva essere stata rinforzata con qualche materiale particolare perché i colpi andati a
vuoto si scontravano contro i muri senza lasciare alcun segno.
Non ricordavo di aver mai sentito un simile frastuono.
Ginevra guizzava come una saetta sulle pareti, come se la gravità non avesse nessun potere su
di lei. Riusciva a contrastare le sfere di fuoco persino mentre volteggiava per aria.
Di tanto in tanto una luce argentea scaturiva dal suo corpo, scagliandosi su Simon come un
lampo tagliente, ma nessuno dei due riusciva mai a colpire l’altra. Il pavimento sembrava tremare sotto
i loro colpi.
Ginevra lo inseguiva e, quando riusciva ad avvicinarlo, i loro corpi si scontravano in una lotta
sfrenata, che li portava da una parte all’altra della stanza.
Erano spettacolari. Ginevra lo era in particolar modo. Non riuscivo a smettere di guardarla con
un moto di ammirazione. Non l’avevo mai vista sotto quell’aspetto. Schivava i colpi di Simon con
movimenti felini e aggraziati, per poi scagliarsi contro di lui con colpi aggressivi e velocissimi. Come
un puma sempre pronto ad attaccare. Il potere che emanava si percepiva intorno a lei come un’aura. Era
ovunque, così evidente che potevo quasi vederla.
Riuscivo a stento a seguirli con lo sguardo e, per un attimo, mi sembrò che l’intera stanza
avesse preso a girare. Tutto quel frastuono era riuscito a destabilizzarmi ed entrambi se ne accorsero.
Simon e Ginevra si fermarono e mi fissarono.
«Qualcosa non va?» domandò lei, la voce d’un tratto premurosa.
Non pensavo fosse così evidente.
«No, sono solo un po’ stanca», ammisi, «mi gira un po’ la testa.»
«Hai bisogno di dormire», intervenne Simon, quasi in tono di rimprovero. «Conosco solo una
persona con la testa più dura della tua, e formate davvero una bella coppia.»
Sorrisi, perché si stava riferendo a Evan. «Credo che tu abbia ragione. Ma tutta questa storia mi
rende così tesa, non so se...»
«Sono certa che un bagno caldo ti aiuterebbe», propose Ginevra in tono gentile.
«Forse è quello che mi serve», replicai infine.
«Vuoi che ti accompagni? È già tutto pronto.»
«No, voi continuate pure ad allenarvi, starò bene», li convinsi. Avevano già fatto abbastanza per
me.
«Quando hai finito, puoi distenderti nella mia stanza, se vuoi, oppure in quella di Evan, se
preferisci. Prenditi tutto il tempo che ti serve.»
«Va bene, grazie», replicai.
Quindi uscii dalla stanza, con i loro sguardi carichi di preoccupazione addosso.
Salii le scale e attraversai il corridoio senza mai allentare la presa sulla boccettina che stringevo
tra le mani. In qualche modo, mi sentivo al sicuro ad averla con me. Quando raggiunsi il bagno,
un’ondata di vapore caldo mi investì nell’aprire la porta. La stanza era piena di quel particolare aroma
speziato che odorava di Ginevra.
La luce soffusa delle candele rendeva l’atmosfera estremamente rilassante.
Estrassi l’ampolla dalla tasca, con cura, e la adagiai cautamente sul bordo della vasca. Legai i
capelli in alto, in modo che non si bagnassero, poi mi sfilai i vestiti e li lasciai cadere sul pavimento,
prima di immergere il corpo nell’acqua bollente. Il sollievo fu immediato.
Appoggiai la testa al bordo della vasca, chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella confortevole
sensazione, lasciandomi cullare dai pensieri.
Era assurdo che io avessi dedicato così tanto tempo e tante energie a scappare dalla morte, per
poi decidere spontaneamente di andarle incontro.
Ma era un rischio che dovevo correre. Un cerchio di fuoco che dovevo attraversare perché lo
spettacolo si concludesse.
Ormai avevo deciso. Per quanto il piano di Simon mi spaventasse, avevo commesso fin troppi
errori, preso decisioni troppo avventate che avevano avuto conseguenze su tutti noi. Non potevo più
permettere di far correre rischi agli altri rimanendo in disparte mentre combattevano una battaglia solo
mia.
L’ultima volta che avevo agito d’impulso, rifiutando di accettare il piano di Evan, l’avevo quasi
perso.
Era un rischio che non ero più disposta a correre. Non se io potevo impedirlo.
Non avrei più permesso che Evan combattesse contro Drake. Non se io avessi potuto evitarlo.
Toccava a me adesso.
Evan aveva ragione, nessuno di loro era costretto a proteggermi, eppure nemmeno Simon e
Ginevra avevano mai esitato a farlo, neanche per un istante. Erano sempre stati pronti a sostenere me
ed Evan, sin dall’inizio, anche quando le decisioni di Evan erano sembrate loro contestabili.
Anche in quel caso, loro c’erano. E per questo gli sarei stata grata per sempre.
Ma adesso avevo l’occasione di fare la mia parte.
Nonostante le circostanze, nessuno di loro mi trattava come un fragile pezzo di vetro. Anch’io
potevo avere un ruolo nelle loro vite, così come loro lo avevano nella mia.
Era così che mi sentivo. Una di loro.
Combattevamo una guerra solo mia. Era giusto che fossi io a scendere in campo.
Avrei ucciso l’Angelo che mi perseguitava.
Di una cosa ero finalmente certa: il costante pensiero di essere cacciata, di avere il fiato sul
collo, mi aveva fatto tremare per mesi. Ma, adesso che ero io a scegliere la morte, non avevo più paura.
Il salone era vuoto e silenzioso, quando mi affacciai oltre le scale. Simon e Ginevra dovevano
essere ancora di sotto. Avrei potuto raggiungerli e avrei voluto farlo, se non mi fossi sentita
improvvisamente stanca e priva di forze. L’acqua calda aveva disteso ogni muscolo del mio corpo e
non ero nemmeno sicura di riuscire a raccogliere le forze per risalire le scale e raggiungere la stanza di
Evan.
Ormai non ricordavo più da quanto tempo non dormissi e avevo l’impressione di non essere mai
stata tanto stanca in tutta la mia vita.
Appoggiai il telefono sul tavolo di cristallo estraendolo dalla tasca della felpa. Ero certa che
sarebbe bastata qualche ora per rimettermi in sesto.
Lasciai che il mio corpo sprofondasse sulla pelle del divano, sforzandomi di impedire alle
palpebre di chiudersi. Improvvisamente il mio corpo non desiderava nient’altro che perdere i sensi.
Posai la testa su un cuscino, stringendo le dita attorno all’ampolla che custodivo gelosamente in
tasca. Appena un secondo prima di chiudere gli occhi, lo sguardo fu attirato dalle cifre azzurre che
brillavano sul lettore Blu-ray. Era l’una. Mancavano cinque ore alle sei.
Al mio risveglio, avrei trovato Evan.
EVAN
36
SCHEGGE NEL CUORE
Piccoli punti neri sull’asfalto grigio, suoni e silenzi che si disperdevano nell’aria gelida; con i
pugni serrati fino a farmi male, il corpo rigido al pari del cuore, dall’alto di quel palazzo osservavo
l’incedere lento di migliaia di corpi spostarsi come il flusso di un torrente, lontani mille miglia sotto il
mio sguardo assente. Nella mia forma eterea riuscivo persino a sentire i loro cuori battere o il suono dei
loro passi sull’asfalto. Quei suoni erano così vicini, eppure così lontani da dove mi trovavo con la
mente.
Sapevo di non essere solo e nessuno di loro era lì per caso, sentivo i loro occhi gelidi premere
su di me, insistendo perché mi concentrassi. Era quasi giunto il momento.
Persino il vento soffiava violentemente sulla mia pelle, cercando di richiamarmi all’ordine. Ma
non riuscivo a prestargli attenzione, perché non ero davvero lì.
Il mio corpo forse, ma il mio cuore si dibatteva tra delusione, sconforto e paura.
Una profonda delusione che mi devastava per un fratello che sentivo di aver perso. Fratello...
forse non avrei più dovuto ritenerlo tale.
Lo sconforto era legato a lei, Gemma; l’unica la cui vita era diventata lo scopo della mia.
L’unica in grado di ridarmi il respiro e togliermelo con un solo sguardo al tempo stesso.
Esistono milioni di creature al mondo eppure ci si sente infinitamente soli se ti viene tolta
l’unica cui tieni. Avevo vissuto a lungo, ma solo adesso me ne rendevo conto.
Mi sentivo così impotente lontano da lei, mi sembrava d’impazzire...
La immaginavo minacciata da mille pericoli, e io non potevo far nulla per proteggerla. Una
frustrazione che mi lacerava a ogni istante, insopportabile come fruste d’acciaio sul mio cuore nudo e
fragile, senza di lei.
E poi la paura.
Paura per quello che sarebbe potuto accadere. Per quello che di certo sarebbe accaduto.
Perché, comunque fossero andate le cose, nessuna vittoria avrebbe trionfato nel mio animo,
questa volta. Con il cuore insanguinato dal dolore, avrei sacrificato mio fratello, ma una parte di me
sarebbe morta con lui. Forse era già stata uccisa dalla delusione. Lottavo ancora con me stesso per
riuscire ad accettare quella realtà dolorosa e incancellabile. Una parte di me continuava ancora a
rifiutare l’infedeltà di Drake, considerandola un inganno della notte, come se avessi potuto svegliarmi
da un momento all’altro e scoprire che non era mai successo, che si era trattato della mera proiezione di
un timore sepolto nel mio cuore, una menzogna... allora Drake sarebbe stato al mio fianco, come
sempre e avrebbe combattuto questa guerra insieme a noi. Ma non era la realtà. Era solo un’illusione
per alleviare il dolore insopportabile che mi affliggeva. Come se quella flebile speranza potesse bastare
a cancellare tutto.
Niente avrebbe potuto farlo.
Non potevo continuare a mentire a me stesso per sempre.
Fino alla fine, avevo represso quel dubbio, rimproverandomi per un simile sospetto. Speravo di
sbagliarmi, lo speravo con tutto me stesso, per questa ragione non ne avevo fatto parola con nessuno.
Nel profondo, temevo che dar voce a quel pensiero inespresso lo avrebbe reso più reale.
Sapevo che prima o poi qualcuno sarebbe tornato a cercare Gemma per rivendicare la sua vita.
Convivevo con quel tormento ogni singolo giorno, sperando che non se ne accorgesse,
sforzandomi di riempire le sue giornate di ricordi di noi due. Ricordi speciali, esperienze uniche che
volevo non dimenticasse.
Il mio bisogno di lei era così insaziabile che le rubavo anche le notti, come un avido ladro
geloso del suo tesoro. Volevo tenerla stretta a me perché temevo che qualcuno sarebbe presto arrivato
per portarmela via. Chiunque, ma non lui.
Mai mi aveva sfiorato il pensiero di dover combattere contro la mia stessa famiglia.
Mai, nemmeno per un istante.
Fino al primo, terribile sospetto. Già allora quel dubbio faceva troppo male. E quella notte, sul
lago, il mio cuore era divenuto più freddo del ghiaccio, quando i dubbi avevano preso forma davanti ai
miei occhi, come un incubo che si materializzava tormentandomi anche da sveglio.
Non osavo ancora immaginare da dove avrei tratto le forze per uccidere Drake.
Cercavo di non pensarci, di visualizzare il volto di Gemma, ma non riuscivo a scacciare
quell’immagine ostile dalla mente. Avevo già avuto modo di mettermi alla prova in uno scontro con lui
e ogni colpo che scagliavo contro Drake era come se tornasse indietro e colpisse anche me con la stessa
potenza. Mi si ritorceva contro come una lama a doppio taglio.
Perché per lui non era lo stesso? Non riuscivo a capirlo.
Era la cruda e distaccata freddezza dei suoi occhi a farmi più male, come se di colpo qualcuno
avesse spazzato via il mio ricordo dal suo cuore e l’affetto che credevo nutrisse per me.
Ma forse era stato questo il mio errore. Mi ero solo illuso di aver trovato in lui il fratello che
non avevo mai avuto, eppure era così difficile accettare il contrario... troppo doloroso.
Se non avessi avuto Gemma da proteggere, il tradimento di Drake mi avrebbe distrutto.
Lei era la forza cui mi aggrappavo per non sprofondare in quella delusione, in quel crudele e
macabro scherzo del destino.
No, il destino aveva ben altre colpe da addossarsi, ma non questa. Il fato ci guida verso certi
eventi e spesso ci conduce a un bivio, ma alla fine siamo noi a scegliere il cammino da percorrere,
prendendo le decisioni che ci guideranno verso il nostro destino. Lo avevo imparato.
Ma, per quanto fosse terribile e doloroso, non riuscivo a prendermela con Drake.
Alla fine di tutto, avrei assolto anche me dalle colpe di cui mi sarei macchiato?
Conoscevo già la risposta.
No. Non sarei mai riuscito a perdonarmi per la morte di mio fratello.
Ma avrei continuato a vivere. Per lei.
Perché niente era più importante.
Guerre. Epidemie. Stragi. Il mio cuore, duro come metallo forgiato dal fuoco, per lunghi secoli
aveva affrontato le prove più dure, portato il peso di un fardello troppo grande, mentre le anime mi
scivolavano tra le dita, anime che io strappavo alle loro famiglie, macchiandomi di colpe cui non
potevo sottrarmi.
I miei occhi avevano assistito a tragedie impossibili da dimenticare.
Eppure un unico, piccolo, battito di ciglia era riuscito a fermarmi il cuore.
Era bastato lo sguardo di una fragile e dolce umana a piegarmi al cospetto dell’amore. La mia
vita dipendeva da questo. Dipendeva da lei.
Mai, nella mia esistenza, il tempo mi era stato così avverso nel suo scorrere lento.
Dieci ore di incessante attesa.
Come avrei fatto a sopportare ancora i minuti che mi separavano da lei?
Non avevo alcun motivo di ritenere che Gemma fosse in pericolo, sapevo di poter contare su
Simon e Ginevra. Ma non mi bastava.
Per qualche ragione, il pensiero tagliente che non fossi lì con lei, a proteggerla, minacciava di
farmi cedere da un momento all’altro.
Eppure non potevo sottrarmi al mio dovere.
Dovevo assicurarmi che il destino si compisse, non più perché ero un servo della morte e non
avevo scelta, ma perché un giorno, se non fossi più riuscito a impedire che la morte mi portasse via
Gemma, non avrei potuto raggiungerla oltre questa vita. Era l’unica ragione che mi tratteneva lontano
da lei. Non potevo permettermi di rinunciare a questa possibilità.
Ma non sarebbero bastati tutti gli oceani o i continenti della terra, né alcun ordine di esecuzione
del fato a impedirmi di pensare a lei ogni istante. Al suo modo speciale di guardarmi, come se fossi
importante, io...
Non sapeva che senza di lei non ero nessuno? Non lo ero mai stato.
Eppure accanto a lei mi sentivo così forte... così sicuro.
Quante vite avevo sprecato nella cieca consapevolezza di aver vissuto. Dio, quanto mi
sbagliavo.
Non ci si rende conto di essere sempre stati al buio, finché non si trova la scintilla che ti fa
battere finalmente il cuore. I miei occhi, ciechi, si erano abituati a vivere nell’oscurità, ignari che
esistesse un altro mondo, luminoso e pieno di speranze. Poi, d’improvviso, avevo trovato la luce, e solo
allora mi ero reso conto di aver sempre vagato tra le tenebre.
Era bastato un attimo per capire quanto quel sentimento fosse devastante e irreversibile.
Un attimo per capire che mi era impossibile tornare al buio e che non avrei permesso a nessuno
di portarmi via ciò che avevo di più prezioso al mondo.
L’unico bagliore che riusciva a illuminare la mia vita. Gemma.
No. Non lo avrei mai permesso.
I miei occhi ne erano ormai accecati e non avrei mai più potuto abituarmi a quell’oscurità che
avevo imparato a conoscere. Non più.
Era cambiata ogni cosa da quando avevo incontrato Gemma.
Io stesso ero cambiato. E il cambiamento in me era stato così radicale, così profondo, che non
riuscivo più nemmeno a ricordare chi ero stato prima di incontrare lei. Come se non fossi mai esistito.
La mia intera esistenza non era bastata a ripagarmi di tutte le emozioni che mi scuotevano da
quando lei era con me. Quella manciata di mesi valeva più di tutti i secoli vissuti.
Non sapevo quanto tempo ci era rimasto da vivere insieme, ma avrei custodito per sempre ogni
ricordo, memorizzando ogni suo piccolo gesto, il timbro della sua voce nelle sue mille sfumature, il suo
sorriso luminoso, lo sguardo pieno di luce, il calore della sua pelle, il profumo dei suoi capelli, il tocco
morbido delle sue labbra... baciarle mi faceva impazzire e, ogni volta, il desiderio, il bisogno di lei era
sempre più grande, più profondo.
Impossibile da ignorare.
E poi quel giorno, alla casa sul lago...
Mi era sembrato di impazzire e temevo che il mio cuore non riuscisse a contenere una simile
emozione, che fosse sul punto di esplodere.
La desideravo da secoli e non lo sapevo. Era come se per tutta la vita non avessi voluto
nient’altro che quel momento. Nient’altro che stare lì con lei, stringerla a me, sentire il suo calore
direttamente sulla pelle. Fondermi con lei. Scomparire in lei. Dio, che sensazione...
Come poteva un’emozione così profonda essere sbagliata?
Avrei dovuto sentirmi in colpa, per quel sentimento, ero pur sempre un Angelo. Ma non ci
riuscivo.
Nemmeno il più piccolo frammento del mio spirito rinnegava un solo istante trascorso insieme a
Gemma. Non c’era niente di più giusto che stare con lei.
Era come se io fossi nato per lei e lei per me, lo avvertivo in ogni suo respiro, perché, da lì,
traevo il mio. Anche solo abbracciarla nel silenzio della notte per sentire il rumore del suo cuore che
batteva bastava a farmi respirare.
E poi c’era quell’incredibile attrazione che mi folgorava ogni volta che il suo sguardo si posava
sul mio... così violenta da sentirmi annientato.
Ogni volta che i suoi occhi profondi e scuri scrutavano i miei, io mi perdevo, sprofondavo nel
bisogno di lei. Mi abbandonavo a quel desiderio perché era tutto ciò che volevo, tutto ciò che mi
occorreva.
L’amavo così tanto che faceva male persino guardarla.
L’amore era davvero così devastante e assoluto per tutti?
Combattevo una battaglia che non potevo permettermi di perdere. Cosa ne sarebbe stato di me,
altrimenti? Come avrei potuto continuare a vivere una vita senza lei? Come un albero spoglio cui
vengono strappate le radici, sarei morto anch’io con lei. Non riuscivo a vedere nessun’altra soluzione.
Mi sarei consumato come legna sul fuoco, finché non sarebbe rimasta solo cenere di me. Frammenti
bruciati di quello che eravamo stati, arsi dal dolore.
No. Non lo avrei mai permesso. Mancava poco alla fine, ormai, lo avvertivo in quel corpo che
non avevo mai sentito più mio, prima di allora. Giorni, forse ore e tutto sarebbe finito.
Avremmo potuto appartenerci, com’era giusto che fosse, senza nessuno a darle la caccia.
Io l’avrei protetta per sempre, a qualunque costo. E, presto, avrei fatto di lei la mia sposa. Avrei
pronunciato la mia promessa al cospetto di Dio e con il cuore tremante le avrei messo al dito l’anello di
mia madre. Non poteva appartenere che a lei, adesso lo sapevo con certezza. Così, avrei unito la sua
anima alla mia per sempre.
Io le appartenevo già, così come lei apparteneva a me, lo percepivo da ogni singolo battito del
cuore di Gemma. Il solo pensiero che Drake o qualcun altro potesse avvicinarsi ancora a lei mi faceva
impazzire. Il bacio che quell’infame traditore le aveva rubato era bastato a farmi perdere la testa. Lo
avrei ucciso senza pensarci se non si fosse trattato di Drake. O forse lo avrei fatto comunque, se non
fosse arrivato Simon a fermarmi. Difficile stabilirlo, ormai.
Mi ero sentito travolto da una rabbia estrema, sopraffatto da una gelosia furiosa che mi aveva
assalito stringendomi il petto, un odio radicato impossibile da estirpare. Persino i pensieri non erano più
miei in quel brutale istante. Non riuscivo a tollerare che qualcun altro potesse sfiorare la mia Gemma...
o desiderarla. Bastava quel pensiero a farmi perdere la testa. Ero pronto anche a uccidere per lei. Anche
a morire, per lei. Nessuno sarebbe riuscito a portarla via da me, il destino non sarebbe bastato a
separarci.
Drake sarebbe stato l’ultimo.
Nessun Giustiziere sarebbe più tornato a cercarla perché io lo avrei impedito. Mi arrovellavo in
silenzio da mesi, cercando una soluzione che impedisse alla morte di portarmela via e finalmente avevo
intravisto uno spiraglio nel nostro futuro.
Il frutto proibito. L’ambrosia. L’essenza vitale di cui io mi nutrivo. Avrebbe concesso anche a
lei di vivere per sempre, ne ero quasi certo. Sarebbe stato rischioso. Avevo valutato scrupolosamente
ogni possibilità e alla fine ero giunto alla conclusione giusta. Cibarsene avrebbe esiliato la sua anima.
L’avrebbe resa immortale. L’avrebbe resa mia per sempre. Se lei lo avesse voluto.
Non importava se nessuno dei miei fratelli sarebbe stato d’accordo. Non importava se avrei
dovuto allontanarmi da tutti. Avevo fatto la mia scelta.
Avrei voluto controllare il tempo, piegarlo al mio volere, così da poter volare da lei. Il pensiero
che Drake potesse approfittare della mia assenza per andare da Gemma mi costernava.
Quel giorno, forse, era stato il più lungo della mia vita e la frustrazione cresceva a ogni secondo
mentre sopportavo lo scorrere lento delle ore che mi separavano da lei. Ma ormai mancava poco.
Dovevo resistere e sopportare ancora per poco quel tormento.
Avvertivo già la tensione nell’aria. Lo stato di allerta che si percepisce sulla pelle poco prima di
entrare in azione.
Alzai la testa e incrociai lo sguardo di uno di loro, accovacciato sul tetto a pochi metri da me,
che mi fissava perplesso come se volesse carpire i miei segreti e le mie frustrazioni.
Non capiva. Non avrebbe mai potuto capire, adesso lo sapevo. La nostra stirpe era stata creata
unicamente per uccidere, per liberare l’anima dall’involucro che la protegge nella sua breve
permanenza sulla terra. Non per rinunciare a tutto come era accaduto a Simon. O a me. Il nostro scopo
era un altro. La Redenzione. Spinto da una tale motivazione, nessun Sotterraneo rinuncerebbe a tutto
per cercare l’amore nelle rarissime donne portatrici del gene dei Sotterranei. Legarsi a un’umana poi,
era inconcepibile. E non si può comprendere la forza devastante dell’amore finché non si viene travolti.
Nessuno di quegli Angeli avrebbe potuto sospettare la natura della mia frustrazione.
Eravamo in molti, quel giorno, forse più di quaranta, dispersi in mezzo chilometro. Li sentivo
dappertutto, mi circondavano. Ed eravamo lì tutti per la stessa ragione, che per molti era il solo e unico
scopo della vita.
Ma non il mio.
Mentre i loro sguardi fremevano per assecondare la mano del destino, attendendo impazienti di
eseguire gli ordini, io mi struggevo perché tutto finisse presto, per raggiungere Gemma.
Era l’unica cosa di cui mi importava.
Ma ormai il peggio era passato.
Gran parte delle prime ore l’avevamo trascorsa ad assicurarci che ognuna di quelle persone
giungesse al posto giusto. Quella, in genere, era la parte più difficile. Far sì che tutti si trovassero al
posto giusto. Il potere che mi permetteva di controllare l’inconscio costituiva un vantaggio per me,
rispetto agli altri: una volta rintracciata l’anima mortale che mi era stata affidata, condurla dove volevo
non era mai stato un problema. Potevo piegare chiunque al mio volere con un semplice sguardo.
Obbedivano tutti.
A volte bastavano piccole decisioni a cambiare il loro destino. Perdere la metropolitana, passare
con il rosso, tornare indietro per qualcosa di cui si erano dimenticati... Azioni di poco conto che
segnavano la loro sorte. Pochi secondi per decidere il loro destino. Vivere o morire.
Mi bastava guardarli negli occhi per averli sotto il mio controllo. Loro non potevano vedermi,
ma il loro spirito avrebbe obbedito.
Un palazzo. Quel giorno sarebbe crollato un palazzo, divorato dalle fiamme.
E noi dovevamo occuparci anche di chi non si sarebbe dovuto trovare in quel rogo. Perché non
esiste il caso. O, se esiste, allora siamo noi che agiamo sotto la sua maschera, nascondendoci nella
miccia che dà luogo a un incendio, nel soffio di vento che alimenta la scintilla, nel primo alito che
scatena una tempesta in grado di spazzare via intere popolazioni.
Il nostro intervento è sottile e nessuno si accorge mai di noi.
La preparazione in casi come quello richiedeva molto tempo.
In quelle ore avevo scoperto che la donna che mi era stata affidata si chiamava Jodelle,
un’americana di trentotto anni, con una carriera ben avviata alle spalle. Si era formata dal nulla e con le
sue forze era riuscita ad assicurare un futuro ai suoi bambini.
Quella mattina aveva accompagnato i suoi due figli a scuola. Quando era risalita in macchina
per andare al lavoro, uno strano istinto mi aveva indotto a suggerirle di richiamarli, così avevano
trascorso l’intera mattina per le strade di Shanghai, mentre io mi occupavo degli altri.
Un regalo che avevo voluto concedere loro. Non potevo fare di più.
Ero solo un servo della morte, schiavo del suo volere. Non avevo alcun potere per contrastare il
fato.
La morte stessa faceva parte della vita, come la scadenza di un contratto per la liberazione
eterna. Perché, per quanto potesse sembrare ingiusta, in realtà non lo era. Gli umani avevano sempre
temuto la morte, considerandola erroneamente un castigo, ignorando così la vera chiave per la felicità
sulla terra: godersi il viaggio. Nessuno riusciva mai a rendersi conto che la morte è solo un nuovo
inizio. Ero convinto che, se avessimo potuto svelare questo segreto agli uomini, il mondo sarebbe stato
un posto migliore perché, privata del proprio cieco scetticismo, guidati dalla consapevolezza che la vita
sia solo un passaggio, ogni anima mortale modererebbe le proprie azioni.
È necessario conoscere il male, per poter scegliere da che parte stare.
Eravamo pronti. Ognuno ai propri posti. Mancava poco ormai per scatenare quell’inferno di cui
nessuno avrebbe potuto stabilire le cause. Ma io non riuscivo ancora a concentrarmi.
Gemma. C’era solo lei nella mia testa.
Più il tempo scorreva, più mi agitavo al pensiero che non fossi lì con lei.
Provai a concentrarmi sul palazzo di fronte a me, prima che l’incendio lo divorasse.
Jodelle era appena rientrata. Lo specchio sul quale rifletteva il suo viso doveva essere quello del
bagno. Non c’era nessun altro nella casa insieme a lei, suo marito si era offerto di accompagnare i due
bambini alla lezione di karate che era stata spostata a quel giorno.
Anche in quella circostanza il caso non aveva avuto nulla a che vedere con quel contrattempo.
Era tutto pronto ormai.
La morte stava per incombere su quell’edificio e noi, i suoi Giustizieri, eravamo pronti a
compiacere il fato.
Non avevo bisogno di guardare l’orologio per sapere che ora fosse.
Jodelle mi avrebbe aspettato alle 17.50, venti minuti dopo che il fuoco l’avrebbe intrappolata
nella sua stessa casa, come un topo in una gabbia letale.
L’aria divenne improvvisamente silenziosa.
Solo un istante dopo, percepii il calore diradarsi dai corpi dei miei compagni e un guizzo dorato,
nel palazzo, mi avvertì che il meccanismo era scattato.
L’inizio verso la fine... verso Gemma.
37
TRAPPOLA LETALE
Bastarono pochi minuti perché da una scintilla si scatenasse l’inferno.
Il vento alimentava le fiamme spingendole sempre più in alto, sempre più roventi e, in pochi
istanti, il palazzo fu avvolto da una lastra invalicabile di fuoco.
Rimasi immobile, a osservare il panico nei loro sguardi impauriti dalla morte.
Ma nessuno poteva scappare. Non se uno di noi era lì ad aspettarlo.
Il panico riempì le strade. La gente accorse da ogni direzione a osservare impotente il palazzo
avvolto dalle fiamme, mentre alcuni si gettavano dalle finestre, reggendosi alle impalcature che
circondavano l’edificio. Non sapevano che si trovavano lì proprio perché loro si salvassero. Perché
nessuno di noi era lì per quelle persone.
Poi d’improvviso la avvertii.
Jodelle.
Esalò l’ultimo respiro attirandomi a sé come una calamita e, senza accorgermene, mi ritrovai in
quel rogo, accerchiato dalle fiamme che divampavano da ogni direzione, come se volessero
inghiottirmi. Non avrebbero mai potuto perché ero io a dominarle.
Jodelle era di fronte a me, gli occhi sulle proprie mani.
Avanzai nella sua direzione, di un solo passo, e il suo sguardo sgomento si incastrò nel mio per
un lungo istante. Un istinto la indusse a voltarsi, ma io allungai la mano appena in tempo per
impedirglielo. Volevo risparmiarle la tragica immagine del suo corpo dilaniato dal fuoco ardente,
mentre le fiamme continuavano a carbonizzarlo.
Jodelle era smarrita e disorientata, ma in qualche modo la mia presenza le era di conforto, lo
avvertivo. Riuscivo a carpire ogni suo pensiero, ogni suo timore.
D’un tratto le sue labbra, nel fragore assordante che ci circondava, si mossero appena. «Chi sei,
tu?» bisbigliò, atterrita.
La mia voce risuonò cauta. «Sono qui per aiutarti», la rassicurai con tono basso, addolcendo lo
sguardo perché si fidasse.
«Aiutarmi», ripeté tra sé, quasi non capisse la mia lingua.
Di colpo la sua espressione si trasformò, lo sguardo fisso su qualcosa dietro di me. Non avevo
bisogno di voltarmi per decifrare quel terrore nei suoi occhi.
Il suo corpo. Aveva visto il suo corpo riflesso in un frammento rimasto attaccato allo specchio
appeso alle mie spalle, ormai ridotto in pezzi.
La sua testa iniziò a oscillare, compiendo movimenti impercettibili a destra e a sinistra.
«Jodelle», la chiamai ancora.
«Io... non posso», sibilò, sconvolta. «Non posso lasciarli... devo tornare.» Si interruppe,
sprofondando ancora nell’oblio. I suoi occhi erano fissi sui miei, ma era come se non mi vedesse.
«Non serve. Il tuo tempo è scaduto, Jodelle, ce l’hai fatta, ora puoi venire con me», la rassicurai
con un filo di voce mentre le tendevo lentamente la mano. «Va tutto bene», le sussurrai. «Puoi tornare a
casa.»
Alle mie parole, il suo sguardo parve riaccendersi nel mio e in quel frangente, forse, mi vide per
la prima volta. Poi abbassò gli occhi sulla mia mano ed esitò un istante.
«Dammi la tua mano, Jodelle», la incoraggiai, «e sarà tutto finito.»
Sentii affiorare in lei un sentimento nuovo. Speranza. Tornò ancora una volta a fissarmi, ma il
suo volto era più tranquillo stavolta, come se avesse finalmente compreso il motivo della mia presenza
lì.
Allungò la mano verso la mia, con esitazione, poi si bloccò. Attesi qualche secondo senza
muovermi. Non volevo forzarla. Ogni anima reagiva in modo diverso ed era giusto che io rispettassi i
tempi di ognuna di loro.
Mi sembrava il minimo che potessi fare.
Percepii le sue intenzioni prima ancora che si muovesse. Poi la sua mano si avvicinò ancora e
sfiorò appena la mia. Le sorrisi dolcemente cercando di trasmetterle che sarebbe andato tutto bene.
Non appena chiusi le dita intorno alle sue, la sua sagoma si deformò, come una nuvola di fumo
smossa dal vento. Poi scomparve davanti ai miei occhi, portata via da un soffio.
La sua voce mi raggiunse riecheggiando in un lieve sussurro appagato: «Grazie».
Sorrisi tra me, prima di scomparire.
Il mio corpo etereo tornò d’istinto sul tetto dell’edificio di fronte, trascinato nell’ultimo posto in
cui era stato e da cui era stato strappato dall’anima di Jodelle che chiedeva di essere salvata.
Mi riscaldai alla dolce consapevolezza che la mia tormentata attesa stava per finire.
In un gesto involontario controllai l’ora sul display del cellulare. Mancavano pochi minuti alle
sei.
Ma d’improvviso l’amarezza mi riempì la bocca, cancellando la mia gioia come un colpo deciso
di spugna.
«MALEDIZIONE!»
Un ringhio furioso, feroce, mi sfuggì dalle labbra.
Le mie pupille bruciavano d’amarezza. «No! No! No! Non adesso! Non adesso...» Mi portai le
mani alla testa, divorato dalla disperazione, agitandomi perché non sapevo più cosa fare. Qual era la
cosa giusta?
Mi sembrava di non saperlo più.
Avevo atteso quel momento scandendo ogni minuto. Non potevano farmi questo...
Non adesso.
«Un altro ordine», sospirai impotente, come se qualcuno avesse improvvisamente risucchiato
tutte le mie forze.
Gemma si aspettava il mio ritorno alle sei. Non volevo venire meno alla promessa. Dovevo
spiegarle la mia assenza in qualche modo, giustificare il mio ritardo perché non si preoccupasse.
Istintivamente, afferrai il telefono con un senso d’impotenza e inoltrai la chiamata al cellulare di
Gemma.
Mi aspettavo che rispondesse subito, a ogni squillo, la mia mente si contorceva riempiendosi di
mille pensieri, mille minacce.
Riprovai ancora e ancora, ma lei continuava a non rispondere mentre io affogavo in un panico
che rasentava la follia.
«Maledizione, rispondi!» imprecai serrando i denti.
Cosa le era successo? Cosa le impediva di rispondere?
Provai a chiamare Simon e Ginevra, ma anche i loro cellulari squillavano a vuoto.
Non c’era tempo, ma dovevo assicurarmi che lei stesse bene prima di eseguire gli ordini. Perché
diavolo avevano aspettato l’ultimo minuto per avvisarmi del mio incarico?
D’improvviso un pensiero mi folgorò la mente e raggelai. Era una trappola. Volevano tenermi
lontano da lei, così che Drake potesse agire indisturbato.
Imprecai ancora, rimproverandomi per non averlo capito prima.
Mi avevano costretto a lasciarla sola e io li avevo assecondati. Ero caduto nel loro sporco
inganno.
Sentii la pelle accapponarsi mentre un fremito di disperazione mi assaliva con violenza.
Avrebbe potuto essere già troppo tardi e sarebbe stato solo colpa mia, perché non ero con lei a
proteggerla. Solo io avrei potuto impedirlo.
Un lampo feroce saettò nella mia mente rischiarando ogni cosa. Se le fosse successo qualcosa,
avrei rovesciato il cielo, ma nessuno sarebbe sopravvissuto per quell’inganno. Nessuno.
Infuriato, guardai un’ultima volta le fiamme divampare nel palazzo di fronte, mentre un altro
fuoco, più ardente e violento, cresceva dentro di me.
Poi mi concentrai su Gemma per cercare di raggiungerla, ovunque lei fosse, e mi dissolsi.
Il sollievo fu talmente forte da far male.
Dormiva.
Sentii le gambe tremare per l’ira malriposta.
Non c’era stato nessun inganno. Nessuna trappola.
Mi coprii la fronte con le mani, esasperato dalle mie stesse paure. Era bastato un infondato
sospetto a far crollare tutto il mio mondo, ad accecarmi completamente.
Invece Gemma era distesa sul divano, immersa in un sonno profondo e sereno.
Non riuscivo a smettere di guardarla.
Tutta la mia vita riposta in un solo e delicato essere.
Mi avvicinai al divano e notai subito il suo cellulare adagiato sul tavolo.
Avevo immaginato il peggio, invece lei dormiva così profondamente da non aver sentito il
telefono. Rimproverai me stesso per l’impulsività con cui mi ero acceso, perché avrei potuto svegliarla.
Chissà da quanto non dormiva.
Mi costrinsi a respirare e riempii i polmoni d’aria, sebbene non ne avessi bisogno.
La paura di perderla mi aveva spinto a immaginare chissà quali complotti, invece si trattava
solo di me e di Drake in quella battaglia. E, presto, di noi due ne sarebbe rimasto uno solo. E io non ero
disposto a perdere contro di lui, perché avevo qualcosa di troppo importante da cui tornare. Mai avrei
sopportato di non poter più rivedere quel dolce viso che non riuscivo a smettere di guardare. Mi
avvicinai a lei.
Le sfiorai la guancia allontanandole dagli occhi una ciocca che, ribelle, le copriva il volto.
Il tocco con la sua pelle calda mi provocò una scossa lungo tutto il corpo. Era sempre stato così,
con lei, come se tra noi esistesse una sorta di magnetismo. Persino quando non la conoscevo e mi
ripromettevo di mantenere le distanze, non riuscivo mai a trattenere il mio istinto di toccarla. Il contatto
con lei mi sembrava essenziale, un bisogno indispensabile. Per quanto fosse impossibile, ogni volta che
mi abbandonavo a quell’impulso, mi sembrava che il mio cuore tornasse a battere dentro di me. Posare
le mie labbra sulle sue, sentire il calore del suo corpo, scivolare con la bocca sulla sua pelle, fino a
baciarle il ventre... bastava un semplice contatto con lei perché lo sentissi pulsare sulla gola, così forte
da far quasi male... perché mi sentissi vivo.
Lottai contro l’istinto di rubarle il bacio che mi aveva promesso al mio ritorno e la accarezzai
ancora. Al mio contatto, Gemma mosse la testa per seguire la mia mano. Mi bloccai di colpo. Per
niente al mondo avrei voluto svegliarla.
Sarei rimasto per ore a guardarla dormire, ma dovevo andare.
«Evan...» mormorò nel sonno.
Osservai le sue pupille muoversi sotto le palpebre ancora chiuse. Mi stava sognando. La
serenità nella sua voce riuscì a riscaldarmi il cuore.
Avrei potuto raggiungerla, in quel sogno. Lo avrei voluto con tutto me stesso, ma non avevo più
tempo e sapevo con certezza che se non mi fossi sbrigato non avrei avuto la forza per lasciarla.
No. Non ci sarei riuscito.
Le avrei scritto un biglietto.
Dovevo in qualche modo avvertirla del mio ritardo, senza disturbare i suoi sogni. Gemma mi
aspettava per le sei e la mia assenza l’avrebbe allarmata se si fosse svegliata prima del mio ritorno.
Presi un pezzo di carta e lasciai che la penna si muovesse sotto le mie dita.
Il destino ci è avverso e si ostina a separarci, ma non temere, non può.
Nessuno riuscirà mai a tenermi lontano da te.
Non si può allontanare un corpo dal suo cuore senza ucciderlo.
Un’altra ora, amore mio.
Un’altra ora soltanto e tornerò da te.
Tuo per sempre,
Evan.
Di certo sarei tornato prima che lei si svegliasse.
Riposi il biglietto sul vetro e lanciai uno sguardo al lettore Blu-ray, attirato dal luccichio. Il
display indicava le 18.00 in punto.
Sarei tornato alle sette.
Respirai ancora l’aria intrisa del suo profumo.
Un’ora. Un’altra ora soltanto. Cosa poteva mai accadere in un’ora?
Ero più tranquillo adesso che la sapevo al sicuro. La fissai un’ultima volta, con un vuoto nello
stomaco per quella nuova separazione. Fosse dipeso da me, non l’avrei mai lasciata sola. Volevo
imprimere nella mia mente l’immagine del suo viso sereno mentre dormiva così profondamente, così
che quel ricordo mi tenesse compagnia durante il viaggio.
Per lei, ci sarei sempre stato, finché avrei avuto fiato in corpo. Non avrei permesso a nessuno di
avvicinarsi a lei. Avevo riscritto il suo destino legando la sua vita alla mia, sfidando il fato.
Non m’importava per quanto ancora avrei dovuto combattere o in quanti sarebbero venuti a
cercarla. Io sarei stato lì per proteggerla. Li avrei sterminati tutti, finché sulla terra non ne sarebbe
rimasto nessuno. Ma Gemma sarebbe sopravvissuta.
Abbassai la testa sul suo viso, fino a sfiorarle la fronte con le labbra.
Fu quasi doloroso dovermene staccare.
«Finirà presto», le sussurrai sottovoce.
Poi svanii, con l’amaro nel cuore.
GEMMA
38
MASCHERA SOTTOCHIAVE
Un violento senso di vertigine mi ridestò dal sonno. Aprii le palpebre a fatica quando mi resi
conto di non essere sola nella stanza. Mi ci volle qualche secondo per mettere a fuoco la sua immagine.
Poi finalmente lo vidi. Evan.
Sorrisi e lo contemplai per qualche istante. Mi dava le spalle e reggeva qualcosa tra le mani, un
pezzo di carta, forse.
«Ehi...» bisbigliai dolcemente.
Trasalì appena e si voltò nella mia direzione. «Ehi», replicò sorridendomi.
«Cos’hai, lì?» mormorai allungando la testa a indicare il foglietto che stringeva tra le mani, con
la voce ancora assonnata.
La mia curiosità sembrò sorprenderlo perché esitò nel darmi una risposta. Poi mi sorrise. «Solo
un biglietto per Ginevra. Niente di importante», mi spiegò con noncuranza mentre ripiegava il foglio in
quattro parti. Lo gettò nel vaso in pietra che si trovava sul tavolo, allungò la mano sul biglietto e la
carta iniziò a bruciare.
Lo fissai, perplessa, i pensieri ancora intorpiditi dal sonno, senza capire la ragione di quel gesto.
Sollevai la testa dal cuscino e mi voltai verso l’orologio per capire che ora fosse. Segnava le 18.20.
«Sei in ritardo», lo schernii, senza staccare gli occhi dai suoi.
«Non volevo svegliarti», replicò lui tendendomi la mano.
La presi ed Evan mi tirò a sé dolcemente, sollevandomi dal divano. Mi strinse i fianchi.
«Cosa aspetti?» gli domandai con un velo di malizia nella voce che sembrò non cogliere.
Sembrava alquanto preoccupato e teso. Pensai dipendesse dalla frustrazione per non avere ancora un
piano, probabilmente Simon e Ginevra non gliene avevano parlato. Dovevano essere ancora di sotto e
di certo Evan era venuto prima da me, di ritorno dal suo viaggio. «Sono in debito di un bacio, ricordi?»
gli sussurrai prima di posare le labbra sulle sue, stringendo le dita tra i suoi capelli mossi.
«Credo che mi spetti un po’ di più, non credi?» bisbigliò a sua volta. Finalmente sembrava più
tranquillo. Le sue braccia mi strinsero per attirarmi a sé, mentre lui mi baciava.
Mi sfuggì un sorriso sulla sua bocca e lo allontanai dolcemente, posandogli una mano sul petto.
«Ehi... aspetta un attimo, mi sono appena svegliata.»
«Ho aspettato troppo a lungo», ansimò lui tirandomi ancora una volta a sé.
«Dico sul serio», gli sussurrai con il sorriso sulle labbra quando riuscii a liberarmi dalla sua
presa. Gli afferrai la mano e mi avviai verso il divano. «C’è una cosa di cui devo parlarti.» Mi sedetti e
lo invitai a fare lo stesso. Mi sentivo più tranquilla adesso che lui era lì accanto a me. Mi sentivo più
forte. Niente avrebbe potuto fermarmi. «Temevo che non arrivassi in tempo.»
«In tempo per cosa?» indagò incerto. «Di che si tratta?»
«Di Drake.»
Nel sentire quel nome, le sue pupille si dilatarono appena, ma io me ne accorsi.
«Abbiamo un piano», gli annunciai con voce fiera, come se quel piano non includesse anche la
mia morte. Eppure era così che mi sentivo. Per una volta non avrei dovuto nascondermi. Non avrei più
dovuto temere il mio cacciatore. Non avrei più dovuto temere la morte. E non vedevo l’ora che anche
Evan conoscesse ogni dettaglio.
Evan sbatté le palpebre più volte.
Di certo non se lo aspettava.
«È una buona notizia», ribatté infine. Sembrava nervoso, come sospettasse il pericolo cui sarei
andata incontro. «Ti ascolto.»
Deglutii, la gola estremamente secca. «Ginevra è certa che Drake proverà ancora ad avvicinarsi
a me sotto le tue sembianze.»
«Sono d’accordo», replicò stringendo i pugni.
«Bene. Allora capirai che potremmo sfruttare la situazione a nostro vantaggio.»
«E in che modo, esattamente?» Si era irrigidito.
D’un tratto avvisai un vuoto allo stomaco che mi impedì di proseguire. Aver accettato il piano
non voleva per forza dire cancellare ogni paura. «Sarò io quella più vicina a lui, quindi quella con più
possibilità di ucciderlo», spiegai tutto d’un fiato.
Evan non rise, come invece mi aspettavo. «Cosa? E come pensi di fare?» domandò, turbato.
Non avevo previsto che mi prendesse subito in considerazione e, dalla sua espressione, non ero
sicura che quel piano gli piacesse.
«È semplicemente ridicolo», mi rimproverò.
«Non lo è invece e, a meno che tu non abbia pensato a qualcos’altro, è tutto quello che
abbiamo.»
Afferrai l’ampolla che custodivo nella tasca, la strinsi tra le dita e poi gliela mostrai.
Evan s’irrigidì e allontanò il viso d’impulso.
«Non se ho questa.» Avevo gli occhi che brillavano per il potere che custodivo nelle mani.
«È quello che penso?» mi chiese con la fronte corrugata, senza mai staccare gli occhi dalla
boccettina in vetro. Dal suo sguardo percepii che lo innervosiva.
Annuii e nascosi il veleno in tasca, dove non avrebbe potuto nuocergli. «Posso farcela, Evan»,
tentai di convincerlo.
«È rischioso», m’interruppe lui con lo sguardo perso nel vuoto.
«Lo so. Ma devo.»
«E come pensi di riuscirci? Credi che Drake sarà così stupido?» Evan si lasciò sfuggire una nota
di amarezza nella voce.
«Fingerò di non averlo riconosciuto.» Deglutii. Forse confessare a Evan che avrei dovuto
baciare Drake sarebbe stato la parte più difficile, dopo aver visto la sua reazione al primo bacio che il
fratello mi aveva rubato. «Basterà bagnare le mie labbra con il veleno», spiegai sottovoce, lasciando
che intuisse il resto del piano.
Ma Evan non reagì come mi aspettavo.
Il suo sguardo si perse nel vuoto mentre lui stringeva il pugno.
«Evan, posso farcela, fidati di me, lasciamelo fare. Non ho paura di sfidare la morte.»
Finalmente mi guardò.
«Non ho paura, perché so che tu sarai lì con me, per riportarmi indietro.»
Lui si era perso nei pensieri.
Attesi per qualche istante. Poi una scintilla tornò a dare vita ai suoi occhi, che guizzarono
sull’orologio. Li seguii di rimando. 18.40.
«È astuto», mormorò dopo pochi secondi.
«Funzionerà», confermai, forse più per rassicurare me stessa.
«Faremo in modo che funzioni», replicò. «Adesso ascoltami bene. Drake cercherà di scoprire le
nostre intenzioni e sappiamo già in che modo può avvicinarsi a te. D’ora in avanti non devi più fidarti
di nessuno, nemmeno di Simon. Non puoi sapere se è realmente lui. A meno che tu non sia del tutto
certa di sapere chi hai di fronte. Con Ginevra non sarà difficile, puoi sempre chiederle di dirti a cosa
stai pensando. Drake può assumere la sua forma, ma non può simulare anche i suoi poteri. Tenterà
sicuramente d’ingannarti per scoprire cosa abbiamo in mente.»
«Va bene, ma come faccio se prende la tua forma?»
Dopo qualche secondo di riflessione, Evan mi afferrò le mani e mi guardò dritto negli occhi, a
un palmo dal mio viso. «Com’è stato senza di me?» mi domandò all’improvviso con voce ferma.
«Cosa?» replicai perplessa.
«Com’è stato senza di me?» ripeté scandendo le parole.
«È stato terribile, come sempre», balbettai nervosamente, ancora confusa dalla sua domanda.
«Perché me lo chiedi adesso?»
«Perché è quello che ti dirò io ogni volta che sarai tu a chiedermelo. Imprimi queste parole nella
tua mente, Gemma, è molto importante. Ti serviranno a confermarti che sono davvero io. È un
momento estremamente delicato. Mio fratello può arrivare a minuti. Non dobbiamo fare errori. I suoi
occhi, la sua voce, tutto ti porterà a pensare che sia lui il vero Evan. È per questo che prima di usare il
veleno, prima di baciarlo, devi fare un test. Devi chiedere quello che ti ho chiesto io un momento fa.
’Come sempre’: dovrà essere questa la risposta giusta. La chiave per riconoscere me. Altrimenti non
importa quanto possa somigliarmi, non importa quanto riesca a fingere...» – fissò gli occhi nei miei e
scandì le parole attentamente – «... tu saprai che non sono realmente io. Hai capito bene?»
Annuii, ancora frastornata dal tono duro della sua voce.
Poi Evan s’irrigidì d’improvviso e ispezionò la stanza. Guardò ancora l’orologio. Non riuscivo
a comprendere perché lo facesse di continuo.
«Ci siamo», mi avvertì con espressione arguta.
Sentii il cuore accelerare.
«È vicino, riesco a sentirlo», sibilò appena.
Sbattei le palpebre, colta dal panico. «Cosa?! È qui?» ansimai stringendomi le braccia al petto.
«Non ancora, ma arriverà presto. Sono sicuro che aspetta solo il momento giusto.» Cercò il mio
sguardo. «Sei pronta?» domandò a bruciapelo.
«Quanto presto?» chiesi, con la voce che mi tremava.
«Non posso saperlo. Ma tu non dimenticare tutto quello che ti ho detto», ribadì, alzandosi dal
divano.
«Dove vai?» domandai, allarmata, troppo in fretta perché non cogliesse la mia ansia.
«Tranquilla.» Mi afferrò le mani. «Non sarò molto distante, ma devo allontanarmi o non si
avvicinerà a te.»
«Già», mormorai affranta. «È quello che ha detto anche Ginevra.»
Evan annuì. «Perché è così. Vado ad avvertire gli altri che sono al corrente di tutto. Dobbiamo
essere pronti quando sarà il momento di riportarti indietro.»
Deglutii. Mi sentivo improvvisamente svuotata da ogni pensiero.
Si chinò a baciarmi la fronte.
Inaspettatamente vidi l’espressione del suo viso divenire più furba e trasalii al lampo oscuro che
gli attraversò gli occhi. «Sarà il bacio più indimenticabile che abbia mai ricevuto», sorrise tra sé. «...
Perché sarà l’ultimo», sibilò riducendo lo sguardo a una fessura.
Un brivido freddo mi attanagliò lo stomaco.
39
BACIO CREMISI
Il salone parve diventare infinito attorno a me, quando Evan se ne fu andato. Affondai le dita
nella pelle del divano, stringendo i pugni.
Dunque stava davvero per succedere. Stava per finire tutto.
Un brivido mi percosse il cuore quando mi resi davvero conto che il momento era arrivato.
Avrei ucciso Drake e sarei stata sola. Non sapevo perché non fossi ancora riuscita a visualizzare
quell’idea nella mia testa, fino ad allora. Forse una parte di me si aspettava che Evan si rifiutasse di
lasciarmelo fare. Ma cosa mi veniva in mente?
Era giusto che io lo facessi. Il fatto che Evan non si fosse opposto dimostrava soltanto la sua
fiducia nell’esito del piano, altrimenti non avrebbe mai permesso che io corressi un tale rischio, ne ero
certa.
Allora perché mi sentivo tremare?
Provai ad alzarmi, ma la testa riprese a girare con più forza ed esitai.
Mancava qualche minuto alle sette, ormai non mangiavo da ore. Ero certa che mi avrebbe fatto
bene, ma non altrettanto certa che il mio corpo non avrebbe rigettato il cibo. Tutta quella tensione mi
chiudeva lo stomaco.
La testa girò più forte e avvertii un vuoto allo stomaco, segno che il mio corpo si stava
ribellando a quella decisione. Mi tirai un po’ indietro, appoggiandomi allo schienale e chiusi gli occhi
per un istante. Il silenzio, tutto intorno a me, era agghiacciante.
Le mani mi tremavano. Non ricordavo di essere mai stata più nervosa. Avevo la mente
offuscata da mille pensieri e, solo per qualche minuto, avrei voluto che tutto si fermasse. Non chiedevo
altro.
Cercai di pensare a Evan, all’amore che provavo per lui, ai momenti indelebili che avevamo
condiviso e, per qualche secondo, riuscii ad allontanare la tensione.
Ma quell’unico, breve istante bastò a dar spazio a un altro pensiero che mi folgorò la mente
all’improvviso.
L’effetto fu devastante.
Balzai a sedere di scatto, mentre quel pensiero si agitava nella mia testa dolente, scatenando una
scia di emozioni contrapposte che non ero sicura di riuscire ad affrontare. Non in quel momento.
Una domanda mi pulsava con forza sulle tempie.
Quando avevo avuto il mio ultimo ciclo?
Cercai disperata di fare i conti, districandomi tra le date, ma l’agitazione mi opprimeva così
violentemente che mi perdevo.
Per un lungo istante mi mancò il respiro.
Il giorno in cui io ed Evan avevamo fatto l’amore per la prima volta era stato lo stesso in cui
avevo scoperto che mi avevano trovata. Da allora la preoccupazione per il fatto che fossero tornati a
darmi la caccia aveva assorbito tutte le mie energie e non avevo avuto più il tempo o le forze per
pensare ad altro. Ma era assurdo... non poteva essere. Evan era un Angelo, io solo una mortale...
Mi portai istintivamente una mano sul ventre, lo sguardo assente perso in quell’assurdo dubbio.
Eppure non avevo avvisato alcun sintomo, nessun dolore o malessere che potessero farmelo sospettare.
O forse ero stata troppo assorta da tutto il resto per prestare attenzione ai segnali che il mio corpo mi
inviava. D’un tratto non ne ero più sicura.
Più ci riflettevo, più mi rendevo conto di non sbagliarmi.
Avevo un ritardo di diverse settimane e il mio ciclo era sempre stato regolare.
Come diavolo avevo fatto a non accorgermene?
A quel punto, il dubbio divenne certezza. Mi coprii il ventre cautamente con le mani e le parole
mi sfuggirono in un sussurro: «Un bambino».
Aspettavo un bambino.
Sentii le lacrime riempirmi gli occhi, ma rimasero lì, come imprigionate da quella nuova
consapevolezza. Lacrime che racchiudevano una miriade di emozioni contrastanti.
Ma, tra tutte, quella di una nuova paura.
Non c’era più solo la mia vita in gioco. Come potevo rischiare anche la sua? Evan e Simon
avrebbero salvato anche la sua piccola vita? Strinsi le dita attorno al ventre, come se potessi
proteggerlo.
Battei le palpebre e tre gocce mi rigarono il viso.
Dovevo dirlo a Evan.
D’improvviso sentii svanire ogni certezza. Si era complicato tutto.
Mi alzai dal divano con le gambe tremanti e mi diressi in cucina. L’orologio alla parete fu la
prima cosa su cui si posò il mio sguardo quando trascinai i piedi fino al lavandino.
Le sette in punto. La lancetta spaccava i minuti come quella consapevolezza aveva spaccato il
mio cuore. Aprii il rubinetto e mi appoggiai al bordo del lavello con tutto il mio peso, la testa riversa in
avanti. Lasciai che l’acqua scorresse ascoltando il suo confortante fruscio, sperando che portasse via
con sé anche i miei pensieri, le mie preoccupazioni.
Non riuscivo a concentrarmi.
Con la coda dell’occhio, notai un bicchiere accanto alla mia mano. Senza prestare molta
attenzione ai movimenti, lo afferrai e lo portai sotto il getto, osservandolo mentre si riempiva. Chiusi il
rubinetto e bevvi un sorso d’acqua. Poi riposi il bicchiere dove l’avevo trovato, tornando ad
appoggiarmi al bordo del lavello, spostando tutto il peso del corpo sulle braccia, mentre con la testa
china provavo a riflettere. Ma era tutto inutile. Ero come caduta in un baratro buio. Cercavo la luce, ma
per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovarla, non riuscivo a venirne fuori. Le pareti si stavano
chiudendo intorno a me e mi mancava il fiato. Il baratro era così profondo e oscuro che mi estraniò da
tutto ciò che avevo intorno e non lo sentii arrivare. Trasalii al tocco delle sue dita sui miei fianchi.
«Ti sono mancato?» sussurrò dolcemente nel mio orecchio.
Mi voltai di scatto e mi ritrovai chiusa tra il suo corpo e il lavello della cucina.
Impallidii violentemente.
Evan... O forse no?
Il dubbio m’investì.
Le sue labbra mi sorrisero, ma il mio cuore balzò in gola.
«Ehi... Tranquilla, sono solo io.» Mi accarezzò la guancia, asciugando quel che restava delle
lacrime sul mio volto.
«Evan», sussurrai incerta, con un filo di voce. Improvvisamente non sapevo più cosa fare, mi
sentivo impacciata, confusa e per niente pronta.
«Ehi...» bisbigliò sistemandomi i capelli dietro la spalla. «Rilassati, sei così tesa... non devi più
preoccuparti, ora che sono qui con te. Andrà tutto bene.» Mi strinse la testa tra le mani.
Le sue parole incendiarono i miei sospetti. Il vero Evan non avrebbe dovuto essere lì. Era
andato ad avvisare gli altri...
Avvicinò il corpo al mio, sfiorandolo appena e mi sbarrò la strada, appoggiando le mani sul
lavello dietro di me, baciando il mio collo teso con delicatezza, mentre io rimanevo impietrita.
«Penseremo a un piano e tornerà tutto come prima.» Si scostò e mi guardò negli occhi. «Sai se
Ginevra o Simon hanno avuto qualche idea mentre ero via?»
Cercherà di scoprire le nostre intenzioni. La voce di Evan mi risuonò nella testa come un
campanello.
Era lì per scoprire i nostri piani, Evan mi aveva avvertita.
Cercai Drake dietro i suoi occhi, ma non ne trovai traccia.
L’ansia mi soffocò il respiro.
«N-Non ancora», balbettai incerta.
Un altro bacio sul collo, più cauto.
«Evan...» sibilai, quasi senza muovere le labbra.
«Sì?» sussurrò piano.
Sentii il respiro accelerare. Mi serviva più aria. «Com’è stato senza di me?» bisbigliai vicino al
suo orecchio, la voce che tremava.
Mi respirò sul collo, poi la sua voce si riempì di dolore. «Come se fossi stato all’inferno.»
Il cuore mi balzò in gola. Risposta sbagliata.
Mi afferrò la mano e la strinse nella sua, accarezzandomi la guancia con la sua, dolcemente.
«Mi sembrava di impazzire», sussurrò, quasi con disperazione, mentre io rimanevo di pietra alle sue
parole.
Cercherà di sembrare me. Le parole del vero Evan continuavano a vorticarmi nella testa. Non
importa quanto riesca a fingere. Scossi la testa, dilaniata.
Era ovvio che dopo l’ultimo scontro Drake sarebbe stato più cauto, più dolce. Avrebbe fatto o
detto di tutto per sembrare lui, dovevo rendermene conto. Adesso sapevo che non era il vero Evan.
Mentiva, ne ero certa.
Sentii la boccettina pesare come un grosso masso, all’interno della tasca.
Gli altri lo sapevano. Evan era andato da loro ad avvisarli.
Era il momento.
«Come ti batte forte il cuore.» Appoggiò una mano sul mio petto.
Era così dolce, eppure ero certa che non fosse realmente Evan. Perché allora era lo stesso così
difficile?
Mi ero imposta di non farlo, ma per sbaglio incrociai il suo sguardo, vicinissimo al mio e mi si
fermò il cuore. Non ero più sicura di trovare il coraggio. Era pur sempre Drake.
Eppure contavano tutti su di me. Non potevo lasciarmi sfuggire quell’occasione. Drake era lì
davanti a me, il veleno pulsava nella mia tasca. Non potevo più tirarmi indietro ormai.
Dovevo farlo. Lo dovevo a Evan, a Ginevra, a Simon... lo dovevo al bambino che cresceva
dentro di me. Lo dovevo a me stessa.
Evan appoggiò la fronte alla mia e quel gesto mi spaccò il cuore in due metà. Poi sollevò la
mano in cui stringeva la mia e mi fissò negli occhi. Palmo a palmo, fronte a fronte.
«Finirà presto», mi sussurrò, lo sguardo fisso sul mio, «te lo prometto.»
Mi portai la mano libera nella tasca e strinsi il vetro fra le dita.
«Lo so», mormorai appoggiando il mento sulla sua spalla, perché non vedesse la lacrima che mi
rigava il viso. «Finirà presto.» Sollevai il tappo all’interno della tasca. L’odore del veleno si sprigionò
all’istante e mi colpì le narici con violenza, a tal punto da bruciarmi la gola. Dovetti sforzarmi per
rimanere impassibile. Di colpo quel profumo aveva catturato ogni mio pensiero. Provai l’inarrestabile
desiderio di sentirlo più da vicino e riempirmi le narici.
Cercai di non lasciarmi trascinare da quella strana sensazione, ma non riuscivo a ignorarla,
come un istinto primitivo che sentivo nascosto nelle viscere.
Era sbagliato. Dovevo concentrarmi su Drake. Eppure lo sentivo... Mi dava alla testa.
Concentrai le mie attenzioni sul corpo che mi stringeva a sé, non volevo più dargli alcun nome.
Poi con voce timida Evan mi bisbigliò all’orecchio: «Non hai risposto alla mia domanda... Ti
sono mancato?»
Trasalii in silenzio al suono dolce con cui aveva pronunciato quelle parole. Pensai a Drake
ricordando il suo vero volto, a ogni singolo momento condiviso insieme a lui, all’affetto sincero che ci
legava prima che lui si schierasse dalla parte sbagliata... Immersi il dito tremante nel veleno. «Mi
mancherai sempre», soffiai le parole al suo orecchio, e mi sfiorai appena le labbra, con un pugnale che
mi opprimeva il cuore. Era finita. Stavamo entrambi per morire. «Evan...» mormorai cercando il suo
sguardo. «... Baciami.»
La sua bocca si mosse verso la mia fermandosi a meno di un millimetro. Chiusi gli occhi mentre
una lacrima calda mi rigava la guancia e sentii le sue labbra schiudersi e richiudersi sulle mie.
«Jamie», sussurrò nella mia mente con estrema dolcezza, le labbra ancora sulle mie.
Una stilettata al cuore.
Mi paralizzai, nel sentire quel nome e mi staccai da lui con violenza, sbarrando gli occhi pieni
di disperazione e sgomento, un istante prima che il suo corpo avesse un fremito, come se una scossa lo
avesse attraversato. In quello stesso istante, Simon e Ginevra apparvero in fondo alla stanza.
«NO!» Il grido di Ginevra le si strozzò in gola prima di portarsi una mano alla bocca, lo
sguardo di pietra.
Il mio cuore si scagliò con forza contro il petto, lanciandomi un messaggio disperato. In preda
al panico, afferrai il collo della sua maglietta e gli scoprii il torace.
La piastrina militare tintinnò sulla pelle di Evan. Era lì. Al suo posto.
No. Non poteva essere vero. Che cosa avevo fatto?
«Evan...» mormorai sgomenta con gli occhi gonfi di lacrime, mentre i suoi mi guardavano pieni
di terrore e paura. «Evan, no...»
Il suo corpo iniziò a tremare e barcollò all’indietro fino al tavolo della cucina. Cercò di
aggrapparsi a qualcosa, ma cadde sul pavimento.
Mi precipitai su di lui, mentre le mani mi tremavano sul suo viso e sui suoi capelli.
No! No! No! Era tutto sbagliato. Non Evan. No. Una disperazione profonda e violenta mi stava
divorando.
«Tu... Tu eri tornato», singhiozzai sgomenta, «mi hai detto di...»
Scosse appena la testa, mentre il suo corpo sussultava. «Ti ho lasciato un biglietto», sibilò tra
gli spasmi mentre io muovevo le mani sul suo corpo, disperata. Non sapevo cosa fare per rimediare.
«Evan, no... Ti prego!» Lottavo tra l’apatia e la disperazione.
Gli spasmi attraversavano il suo corpo sempre più violenti.
Gli afferrai il volto tra le mani. «Guardami... Guardami!» lo supplicai. «Ti prego, Evan...» Le
lacrime mi riempivano gli occhi. Forse posso riprendermi il veleno, pensai. «Baciami.» Premetti
disperatamente le mie labbra sulle sue, ma il suo corpo continuava a tremare. «Evan...» singhiozzai.
«Non importa», sussurrò, baciando il palmo della mia mano che gli accarezzava la guancia.
Afferrò la sua piastrina e se la strappò dal collo, stringendola nel mio pugno. «Forse questa è stata la
mia punizione, ma ne è...» Il suo viso era una maschera di sofferenza, benché lui si sforzasse di
nasconderla. «... Ne è valsa la pena.»
«No!» Continuavo a scuotere la testa, i miei occhi nei suoi, nel tentativo disperato di
imprigionarlo a me. «Ti prego, Evan, non morire! Resta con me!» Le mie lacrime gli ricaddero sul viso
mentre lo stringevo, disperata. «Non lasciarmi, ti prego. Non puoi lasciarmi adesso!» singhiozzai. «Non
puoi, perché...»
Posò l’indice sulle mie labbra, intrappolando lo sguardo al mio e una lacrima di cristallo, come
un miracolo, gli scese dagli occhi. «Ti amo», sussurrò la sua voce tra i miei pensieri. «Ovunque andrò,
questo non cambierà mai.»
Strinsi la sua mano più forte, ma non riuscii a trattenerlo. «... Non puoi, perché aspetto tuo
figlio.»
Il mio sussurro disperato si fece spazio tra le lacrime, ma Evan era scomparso prima che
riuscisse a sentirmi.
Mi lasciai cadere in avanti, pietrificata e svuotata dalla sua assenza, i palmi a terra e lo sguardo
vuoto fisso sul pavimento.
Con il cuore in frantumi.
Un vortice furioso di ricordi mi investì con violenza, risucchiandomi indietro nel tempo.
La prima volta che mi aveva sorriso, il suo sguardo premuroso che si addolciva solo per me, i
suoi capelli bagnati, che scrollava quando usciva dal lago, il suo corpo intrecciato al mio...
La sua voce mi riempì improvvisamente la testa, frastornandomi come un’eco distorta.
Il mio nome è Evan James... Ti amo-ti amo-ti amo... Condanna me allora, con un tuo bacio...
Chiudi gli occhi... Sono Sefìrie-fìrie-ìrie... Dio, come sei bella... Un viaggio a ritroso nel tempo che la
mia mente aveva intrapreso per punirmi. Reggiti forte-orte-orte... L’Angelo vide il paradiso per la
prima volta... Andrà tutto bene... Sei tu la mia stella-ella-ella... Solo per vederti respirare-are-are...
Non dimenticarti di noi-noi-oi... Avrei voluto fermarlo, faceva troppo male, ma le parole di Evan
continuavano a rotearmi nella testa, stringendomi il cuore. Ti sono mancato?... Tu sei solo
mia-mia-mia... Ci sarò sempre per te... Jamie-Jamie-Jamie... Sposami. La miriade di ricordi che si
confondevano tra loro mi stava uccidendo. Mi trafiggevano il petto, dolorosi come spine nel cuore. Il
modo in cui incastrava dolcemente le sue labbra alle mie, l’odore della sua pelle, il tocco delicato della
sua bocca, quando al volante mi baciava il palmo della mano guardandomi negli occhi, lo faceva così
spesso... un gesto che mi faceva perdere la testa e che non avrei più vissuto.
«Impossibile...» sibilai tra me, mentre Simon e Ginevra erano rimasti in disparte, con i volti
increduli dilaniati dal dolore. «Non può essere vero.» Alzai gli occhi su di loro. Il dolore m’impediva di
respirare. Non può essere successo davvero! li implorai con lo sguardo.
Qualcosa si mosse al lato opposto della stanza.
Drake.
Gli occhi pieni d’odio e di disgusto di Simon lo inchiodarono. «Come hai potuto permetterlo,
Drake?» ringhiò indignato. «Era tuo fratello!» esclamò trattenendo le lacrime.
La voce di Ginevra lo interruppe, glaciale: «Lui non è Drake. Non lo è mai stato».
Alzai gli occhi, impietrita, in tempo per riuscire a vedere il sorriso malvagio di Drake
scomparire insieme alla sua figura. Un paio d’occhi pieni di terrore apparve al suo posto, sul viso di un
Angelo che non avevo mai visto, appena un secondo prima che un lampo attraversasse la stanza come
un proiettile.
Ginevra.
Trattenni il respiro e l’Angelo era scomparso. Ai suoi piedi, sul pavimento, solo il serpente di
Ginevra che si contorceva sulla sua caviglia.
Ginevra l’aveva disintegrato con un unico colpo mortale. Non gli aveva lasciato il tempo
nemmeno di vederla arrivare. La sua potenza metteva i brividi.
Riuscivo a malapena a vedere, attraverso il velo di lacrime che mi copriva gli occhi.
Con il cuore di ghiaccio, frantumato in infinite e affilate schegge che mi laceravano a ogni
respiro, mi guardai le mani, confusa e frastornata. «Perché io sono ancora viva?» mormorai, tremando,
sottovoce.
La mia non era una domanda, ma una disperata opposizione.
Strinsi nel mio pugno la catenina di Evan, mentre un dolore infinito, penetrante, senza fine si
annidava nel mio petto. Il mio cuore non avrebbe mai smesso di sanguinare.

FINE.

RINGRAZIAMENTI
Con tutto il cuore, ringrazio le due persone che amo di più al mondo, mio figlio Gabriel Santo,
che è così buono e dolce da permettermi di dedicare un po’ di tempo a questo piccolo grande sogno, e
mio marito Giuseppe Amore, che mi sostiene ogni giorno, spronandomi e tirando fuori la parte
migliore di me. Non solo perché è sempre in prima fila a fare il tifo per me, ma perché lui è la mia più
grande ispirazione. Amore, se nel mio cuore ho la consapevolezza che uomini come Evan possono
esistere, è perché ho incontrato te. Sei tu il mio Evan. Grazie per tutto quello che fai. Grazie per tutto
quello che sei. Un ringraziamento speciale va a tutta la mia famiglia per avermi fatto crescere
circondata d’amore. Ai miei genitori, che amo immensamente: mia madre, che segue con passione ogni
nuovo sviluppo della saga, e mio padre, che non riesce a seguire un’intervista senza commuoversi. A
mia sorella Ketty, che passa più tempo in casa mia adesso di quanto non abbia mai fatto prima,
aiutandomi con i mille impegni che il lancio dei libri ha comportato, e a mia sorella Rosanna, perché
anche se si è trasferita lontano è sempre nei nostri pensieri. Grazie anche a mio nipote Filippo per le
dritte aeronautiche e al mio nipotino Luigi, per l’entusiasmo dimostrato.
Un grazie infinito a Luigi Bernabò, Elena Benaglia, Silvia Ascoli e a tutta la loro meravigliosa
squadra. Sono così fiera di farne parte!
Non potrò mai ringraziare abbastanza tutto il team della Nord per avermi accolta con tanto
affetto: la dolcissima direttrice editoriale Cristina Prasso, la mia insostituibile editor Giorgia di Tolle...
come le dico sempre, non avrei potuto trovare editor migliore per il mio libro. Grazie a Barbara Trianni
e Laura Passerella dell’ufficio stampa, che mi hanno seguita per tutte le interviste e svolgono un
incredibile lavoro. E a tutti coloro che hanno lavorato per la realizzazione del libro: l’editor Paolo
Caruso, il giornalista Luca Crovi, Giacomo Lanaro dell’ufficio marketing, Uti per le attente correzioni,
i grafici per la bellissima cover che sono riusciti a realizzare, e tutto il resto della squadra. Alcuni di voi
non li conosco, ma so che lavorate dietro le quinte per me e per il mio libro e di questo vi ringrazio dal
profondo del cuore.
Devo ringraziare Orietta Strazzanti, per i suoi preziosi consigli sul testo e Gino Strazzanti, per il
supporto tecnico. Ringrazio Tabitha Suzuma, autrice di Proibito, per avermi gentilmente concesso il
permesso di menzionare il suo libro. Come sempre grazie ad Alex Mcfaddin per le preziose
informazioni su Lake Placid e un grazie speciale a tutti i proprietari dei locali di Lake Placid che hanno
ospitato Evan, Gemma e gli altri svitati del gruppo: il Generations Restaurant e il Bookstore Plus, la
libreria dove Gemma compra tutti i suoi libri; e ancora il Buzzi’s Pizza, il Ben and Jerry’s e lo Roomers
night club. Un grande ringraziamento va al professor Saverio Sani, che insegna sanscrito all’università
di Pisa, per il suo preziosissimo aiuto nelle traduzioni e nelle trascrizioni in devanagari. Grazie
all’architetto – e mio amico di infanzia – Salvatore Nicolosi per il suo indispensabile contributo.
All’appello non può mancare James Blunt, che come sempre ha ispirato ogni più piccola scena
dell’Inganno della notte – Unfaithful. Un grazie scritto sul mio cuore con inchiostro indelebile va a
Martina Lo Riso, una lettrice che non solo si è tatuata una frase del libro, ma mi ha anche scritto che
quelle parole le danno coraggio e fiducia in se stessa ogni giorno, e per me è stato un regalo bellissimo;
se volete vederlo lo trovate sul sito della saga, insieme a quello di Elisa Florio, un’altra lettrice che si è
tatuata l’immagine di Evan e Gemma e che torno a ringraziare. Un grande abbraccio alla mia
dolcissima amica Beatrice Luzi. Incontrarti è stato un’emozione grandissima! Un bacio infinito a
Consuelo Cedioli e Bliss Silverleaf per gli scleri su Evan e Gemma e le loro pazze congetture sul futuro
della saga. A Valentina Canella per le sue originali idee, a Georgeta Susan Mitzgan che è diventata
ormai una Streghetta affezionata, a Maria Calafiore per l’affetto con cui segue Evan e Gemma, a Susy
Follero, fondatrice del fan club, a Federica Cia, ad Alessia Garbo, Sonia Cannarozzo, Franci Cat, Stella
Ferro... vorrei menzionarvi davvero tutti ma siete ormai tantissimi, però sappiate che siete nel mio
cuore! Perciò un enorme, infinito GRAZIE a tutti i lettori e sostenitori della saga, a tutti coloro che
hanno inviato i loro disegni o hanno realizzato video, statuette o altro ispirati a Evan e Gemma, e
soprattutto alle Streghette e ai Sotterranei del fan club, che si sono appassionati alla storia d’amore di
Evan e Gemma. Il vostro costante affetto mi riempie di gioia. Io davvero non me lo aspettavo, grazie di
cuore a tutti!
Ma aspetta ancora un attimo, perché non ho finito. Il ringraziamento più grande di tutti va a TE
che stai leggendo. Grazie con tutto il cuore da parte mia, da Evan e da Gemma per averci dedicato un
po’ del tuo tempo.
Prima di salutarti, c’è un ultimo pensiero che voglio condividere con te.
Molto spesso mi viene chiesto: «Perché scrivi?» Mi sono guardata dentro e adesso so la
risposta: scrivere mi fa sognare. Ecco la verità. Scrivo perché sogno. Sogno perché scrivo.
E spero che un pochino, con le mie parole, abbia sognato anche tu, perché i sogni sono la realtà
dell’anima. Alla prossima!
...
.
...
FINE.